Europee 24: le destre all’assalto di Bruxelles

Parlamento europeo

Esistono buone possibilità che l'8 e 9 giugno prossimi i partiti di destra europei giungano più o meno compatti, ma sicuramente molto combattivi, ad occupare le agognate poltrone  del Parlamento europeo. Insomma, una specie di attacco al convoglio a luci spente o, se vogliamo essere più crudi, una inaspettata imboscata alla Croce Rossa tanto da poter legittimare il famoso ritornello «non ci hanno visto arrivare».

Comunque la si voglia vedere, questa ormai irrefrenabile corsa delle formazioni di estrema destra, di stampo neofascista e/o neonazista, è un dato di fatto che l'Europa e le sue Istituzioni hanno trascurato e declassato al livello di schermaglia politica quella che sarebbe dovuta essere una battaglia senza quartiere, ma più che altro senza compromessi di sorta, contro la rinascita di ideologie già giudicate e condannate dalla Storia. Già dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si era convinti che i movimenti estremisti, soggiogati da quelle ideologie, avrebbero perso la loro influenza e il loro margine di manovra. Ma non è stato così.

I modelli democratici dei Paesi della nuova Europa uscita dal conflitto hanno consentito all'estrema destra non solo di sopravvivere ma anche di porsi come cassa di risonanza del risentimento e delle frustrazioni dei cittadini. Hanno potuto prosperare grazie alla tolleranza (e molte volte all'indulgenza) delle democrazie liberali, infiltrandosi negli schemi del gioco democratico, mimetizzandosi, ma senza mai abbandonare l'idea di distruggere proprio dall'interno quella Democrazia che li ha accettati, forse – voglio sperare – senza realmente comprendere quale ciurma avesse imbarcato.

Un giudizio lapidario, senza appello, sulle «infiltrazioni» dei partiti reazionari nei gangli delle strutture politiche europee, è quello espresso dalla ex parlamentare europea portoghese Ana Gomes che afferma:

«Nell'Unione europea l'estrema destra sta inoltre tentando di corrodere la democrazia e di portarla all'implosione. Negli ultimi trent'anni gli sviluppi delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, attraverso le piattaforme digitali e i social media, hanno permesso di rafforzare notevolmente la capacità dei gruppi neonazisti e neofascisti di interagire e acquisire visibilità e potere su scala mondiale. Questi gruppi si avvalgono della libertà di espressione garantita dalle democrazie per amplificare e diffondere le loro ideologie xenofobe e razziste, coordinano le loro strategie e, al tempo stesso, mettono in discussione il sistema sociale di cui fanno parte. Il fatto è che la democrazia offre ai movimenti che cercano di distruggerla condizioni oggettive che ne favoriscono lo sviluppo e la penetrazione sociale, come ad esempio il finanziamento pubblico» [1].

Se quindi accettiamo il dato di fatto che il vento delle destre sembra soffiare costante, è pur vero che ogni singola destra soffia in modo diverso dalle altre. Procedendo con un ordine logico, oggi appare chiaro che l'estrema destra in generale ha raggiunto intanto il suo primo obiettivo: la normalizzazione. Vale a dire che non è più fuori dal perimetro politico democratico e questo primo successo le sta consentendo di spostare il dibattito pubblico verso direzioni sempre più estreme. Questo è stato possibile, fra l'altro, dal fatto che esiste comunque tra le formazioni delle varie destre europee una specie di collante che sono i riferimenti ideologici condivisi.

Si va da un accentuato nazionalismo, che spinge anche per un recupero della sovranità nazionale, alla difesa dei valori classici del conservatorismo come la difesa dell'ordine e rispetto per la legge, fino alla comune visione del fenomeno dell'immigrazione vista come una «invasione» e non come una emergenza epocale da gestire congiuntamente, il che pilota su posizioni estreme la critica al multiculturalismo e alle società aperte.

Ma, come detto prima, i «venti» soffiano in maniera diversa tra queste formazioni politiche a secondo che siano presenti in Europa occidentale o orientale, confermando la brillante sintesi dello storico spagnolo Ricardo Chueca che  «ciascun paese da vita al fascismo di cui ha bisogno» [2]. È gioco forza, poi, che questi partiti finiscano per alimentare politiche non dissimili pur mantenendo inalterate le loro differenze e peculiarità tanto che sarebbe non corretto ipotizzare un unico partito di destra alle elezioni europee.

Prendiamo ad esempio l' con il partito Fidesz (cioè Unione Civica Ungherese), di stampo nazionalista e ultra conservatore guidato da Viktor Orbàn dal 2010 fino ad oggi, senza alcuna interruzione. Si è connotato fin dagli inizi per i suoi tratti reazionari e per l'introduzione di leggi illiberali – limitazione della libertà di stampa, leggi anti immigrazione – che stanno minando la democrazia e trasformando il sistema in una morsa autoritaria.

All'estremo opposto, intendo geograficamente, troviamo le «democrazie nordiche» e cioè Norvegia, Svezia e Danimarca, dove le formazioni di destra hanno sviluppato il c.d. «populismo patrimoniale» che Dominique Reynié – professore di Scienze Politiche all'Institut d'Etudes Politiques di Parigi – ha analizzato riscontrando

«tratti diversi da quelli dei paesi mediterranei, derivanti dal duplice timore di ampie fasce di cittadini di vedere in pericolo non solo il loro benessere materiale, ma anche e soprattutto un patrimonio immateriale, di valori, simbolico, uno stile di vita che il processo di globalizzazione e il venir meno della sovranità dello Stato nazione minacciano di spazzare via» [3].

Due visioni opposte di formazioni che comunque si riallacciano al grande filone delle destre ma potenzialmente in grado di modificare quella che potremmo chiamare la mappa geopolitica della cultura reazionaria. Sempre nell'Europa dell'Est, in , la situazione dei partiti di destra si sta ultimamente connotando più in chiaroscuro, data, al momento, la timida inversione di tendenza manifestata dalla popolazione polacca. Il partito di estrema destra Diritto e Giustizia (o PiS) guidato da Jaroslaw Kaczyński – artefice negli ultimi otto anni di governo del graduale smantellamento del potere giudiziario e delle libertà civili – nelle ultime elezioni politiche è stato sconfitto dalla coalizione civica dell'ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il che, però, non ha cancellato del tutto quella spaccatura della società polacca fra europeisti ed euroscettici.

E proprio su questo versante, i leader dell'estrema destra polacca stanno organizzando la loro campagna elettorale per le elezioni europee, creando addirittura partiti ad hoc che inneggiano all'uscita della Polonia dalla Unione Europea.

Stanisław Żółtek, candidato al parlamento europeo e a capo di tre comitati elettorali riuniti sotto lo slogan «Polexit», ha dichiarato:

«Siamo sotto il controllo della Commissione europea, governata da tedeschi e francesi. Come noi, anche loro stanno perdendo la loro sovranità nazionale a causa dell'UE, ma almeno sotto la loro guida» [4].

Ma è nel cuore dell'Europa centrale che si sta giocando la battaglia più importante fra i partiti di destra. Partiamo dalla , dove nei giorni scorsi ha destato scalpore la decisione del gruppo politico europeo Identità e Nazione (ID) – uno dei sette che compongono il Parlamento europeo e di cui fanno parte quasi esclusivamente – di espellere con effetto immediato il partito tedesco Alternative für Deutschland (AfD) causa le dichiarazioni apertamente filo naziste del suo capolista Maximilian Krah. Duro colpo per la compagine di destra che esiste da una decina di anni e – nonostante negli ultimi mesi abbia tentato di accreditarsi come una formazione moderata rispetto agli inizi – è da tempo sotto sorveglianza dei servizi segreti tedeschi che ne stanno valutando la pericolosità.  Ma paradossalmente potremmo dire che questo incidente di percorso sarà indolore poiché, come riportato dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, «al momento, comunque, Krah non ha lasciato il suo posto da capolista: in Germania si vota con i listini bloccati, e a meno di risultati assai sorprendenti per AfD, Krah verrà eletto al Parlamento Europeo» [5].

Parlando di , con un tempismo eccezionale, ne ha approfittato il Ressemblement National guidato da Jordan Bardella con alla presidenza , che ha preso subito le distanze dal partito tedesco, convinta che questa mossa – che ritengo forse più tattica che ideologica – possa confermare agli occhi dei suoi elettori il graduale spostamento verso posizioni più moderate. Cosa che potrebbe servire al suo partito a prendere più voti in Europa, a livello nazionale, e garantirle allo stesso tempo una chance di vittoria nelle prossime elezioni presidenziali potendo avere a disposizione una più ampia base elettorale.

Questa del Ressemblement National è una mossa che va osservata con molta attenzione perché è l'esempio tipico della strategia messa in campo, con più o meno fortuna, dalle formazioni di destra e cioè «normalizzare» il proprio partito con una presenza parlamentare stabile e ben riconoscibile, e dall'altro rinfocolare ad esempio il sentimento di paura dello straniero, del «diverso», dell'immigrato.

In , forse meno sofisticata e più diretta è la posizione del partito di estrema destra Vox, guidato da Santiago Abascal, che ha impresso nel tempo una forte identità xenofoba e iper nazionalista alla sua formazione. In alcune regioni governate in coalizione dai Popolari e da Vox, si stanno promovendo leggi che rivisitino la Storia in funzione, ovviamente, assolutoria del franchismo. A Valladolid, al Parlamento di Castiglia e Leon, una delle Regioni governate, il rappresentante del Partito Popolare Spagnolo (PPE) Raùl de la Hoz ha affermato: «Basta infangare la nostra memoria nazionale! Rivendichiamo una storia comune come elemento integrante per la riconciliazione» [6]. Eppure Vox, per citare il partito sicuramente più attivo, nelle elezioni del 2023 ha dovuto registrare la perdita di molti consensi. Fatto questo giudicato dagli osservatori come dovuto ad un cambiamento di priorità del suo elettorato. Nonostante questa altalena di affermazioni e di clamorosi insuccessi, i sondaggi prevedono addirittura una affermazione di Vox alle prossime votazioni europee, tanto da inserirlo al terzo posto fra i vari partiti di destra.

Reputo, invece, totalmente diversa la situazione in Italia. La leader di Fratelli d'Italia, nonché presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sta adottando una tecnica di mimetismo camaleontico che le permette sia di strizzare l'occhio all'amico di sempre Viktor Orbàn, che abbandonarsi al delirio dei sostenitori della destra spagnola di Vox quando sciorina furbescamente, come una navigata falangista, le parole d'ordine della destra più oltranzista – come appunto quella spagnola – Dio, Patria, famiglia, seguite da una lunga collana di secchi NO a immigrazione, integrazione, multiculturalismo, ius soli e altre perle di una sub cultura purtroppo non solo di maniera.

Tutto questo, però, non le impedisce di invitare a Roma come se nulla fosse accaduto, e poi volare a Bruxelles, , che proprio non ha intenzione di lasciare la presidenza della Commissione europea ed è alla ricerca di una sponda amica, sulla quale poter contare. E Giorgia Meloni sembra essere diventata la sua migliore amica e alleata.

Tatticismo esasperato, perché far finta di condividere le idee di quasi tutti i partiti di destra, sulla carta suoi alleati, può diventare un gioco pericoloso. Ma la data delle elezioni è ormai prossima e probabilmente mira a tenere coperte le sue carte. E di motivi ce ne sono. Per prima cosa dobbiamo ricordare che si vota con le regole del sistema proporzionale, e quindi ogni partito avrà i suoi voti indipendentemente dalla appartenenza ad una coalizione. Se, come spera Giorgia Meloni, Fratelli d'Italia risulterà essere tra i partiti di destra più votati sia in Europa che in Italia, si prospetteranno nuovi scenari.

A livello europeo, ritengo, potrà muoversi con estrema disinvoltura, aggiustando il tiro e facendo convergere i suoi voti sul miglior candidato/offerente spostando, di fatto, l'asse del futuro governo europeo.

Non solo, perché in questo caso Fratelli d'Italia – e quindi Giorgia Meloni – sarebbe ago della bilancia per il nuovo assetto politico dell'Europa, e un eventuale successo con cifre uguali o superiori al 30% le consentirebbe di reimpostare anche i rapporti interni alla sua coalizione. Forse si terrebbe stretta l'alleanza con i moderati centristi di Forza Italia ma, di questo ne sono sicuro, impartirebbe nuovi ordini alla Lega. Ad esempio, ritengo più che sicuro che sarebbe rivista l'intesa proprio con la compagine guidata da Matteo Salvini per ciò che riguarda l'autonomia differenziata, mai digerita e mai condivisa ma accettata solo come merce di scambio per avere l'appoggio sul premierato.

In tutti questi possibili scenari, dove ogni tessera deve ancora trovare i suoi spazi, c'è da segnalare che il cittadino è all'oscuro del reale programma elettorale perché, e questo è un dato che vale per tutti i partiti, nessuno si è premurato di esporlo, contando sul voto di fedeltà e appartenenza ideologica.

In conclusione, ci avviciniamo al voto sovrastati da una densa nuvola nera che per quanto composta da singole nuvolaglie, si muove compatta perché, come abbiamo visto, tenuta insieme dalla condivisione di una ideologia che prova a rimettere in dubbio i diritti garantiti dalle conquiste democratiche con la negazione dei valori di libertà, uguaglianza e democrazia.

E proprio sul pericolo che stanno correndo questi pilastri del vivere insieme, si è interrogata, e ci interroga, la sociologa presso l'Università dei Paesi Baschi Beatriz Acha Ugarte:

«È possibile concepire una democrazia non pluralista? Possiamo definire democratiche – anche se non nella loro ‘versione liberale' – quelle forze che, nel loro trattamento dell' ”altro” (immigrato, straniero), disprezzano il principio democratico dell'uguaglianza?». E aggiunge: «Non si può rifiutare la democrazia liberale senza rifiutare anche la democrazia in un modo o nell'altro, quindi bisogna essere cauti nel considerarle formazioni democratiche, perché difendono un'ideologia dell'esclusione che è incompatibile anche con la versione meramente procedurale della democrazia» [7].

Stefano Ferrarese

[1] Ana Gomes https://www.eesc.europa.eu/it/news-media/eesc-info/eesc-info-february2024/articles/116452, febbraio 2024.
[2] Ricardo Chueca «El fascismo en los comienzos del Règimen de Franco», Centro de Investigaciones Sociologicas (CIS), Madrid 1983,pp.21-22 in https://museodellaguerra.it/wp-content/uploads/2022/02/5_Matteo-Tomasoni_Unita%CC%80-di-destino-e-rivoluzione-genesi-ascesa-e-%CA%BDcaduta%CA%BC-del-fascismo-spagnolo-1931-1937.pdf, 6 febbraio 2022.
[3] Dominique Reynié, «Les nouveaux populismes», Pluriel editions, novembre 2013.
[4] Aleksandra Krzysztoszek, https://euractiv.it/section/capitali/news/lestrema-destra-polacca-inizia-la-campagna-elettorale-per-le-europee-chiedendo-la-polexit/, 11 aprile 2024.
[5] https://www.ilpost.it/2024/05/22/estrema-destra-francese-le-pen-bardella-rottura-parlamento-europeo-tedeschi-afd/, 22 maggio 2024.[6] François Musseau, https://www.internazionale.it/magazine/francois-musseau/2024/04/18/la-destra-spagnola-vuole-riabilitare-franco-spagnole, 18 aprile 2024.
[7] Beatriz Acha Ugarte «Analizar el auge de la ultraderecha» Gedisa Editorial, 2021 in estratto da Steven Forti https://legrandcontinent.eu/it/2022/06/24/estrema-destra-2-0-dalla-normalizzazione-alla-lotta-per-legemonia/, 24 giugno 2022.

 

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