Le elezioni e il prossimo futuro in Tunisia. Intervista a Chiara Sebastiani

Tunisia bandiera
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L’istituzione elettorale (Isie) ha assegnato la vittoria definitiva alle elezioni legislative dello scorso 26 ottobre al partito “laico” Nidaa Tounès, nato nel 2012 dopo la rivoluzione dei Gelsomini, che si vedrà assegnare 85 seggi sui 217 del Parlamento. Sconfitta, al di là delle attese, per il partito islamico moderato Ennhadha che occuperà 69 seggi. Al terzo posto troveremo con 16 seggi il partito-azienda Unione patriottica libera (Upl) con a capo l’uomo d’affari Slim Riahi, mentre 15 deputati verranno assegnati alla coalizione di sinistra Fronte popolare.

Chiara Sebastiani
Di queste elezioni e delle prossime per la Presidenza della Repubblica ne parliamo con la Prof.ssa Chiara Sebastiani¹, docente dell’Università di Bologna, profonda conoscitrice della realtà tunisina e che di recente ha pubblicato il volume “Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico“. Un «libro che guarda alla Rivoluzione tunisina dal punto di vista dello spazio pubblico urbano e della sfera pubblica che in esso si materializza prima, durante e dopo il 14 gennaio 2011. […] uno spazio al contempo fisico e relazionale, generato tanto dalla pianificazione urbana quanto dalle pratiche sociali». Un libro frutto anche  di lunghe ricerche sul campo che hanno consentito l’osservazione diretta di donne e uomini nelle loro pratiche negli spazi fisici e virtuali.

Il risultato favorevole al partito laico Nidaa Tounès è un passo in avanti della Rivoluzione dei gelsomini? O l’essere un partito nato con personalità di varia provenienza e la necessità di mettere insieme una coalizione per formare il nuovo governo saranno un ostacolo per affrontare gli problemi del paese?

In Tunisia si contesta la definizione di Nidaa Tounès come “partito laico”: il laicismo viene infatti identificato con l’esclusione della religione dallo spazio pubblico  e la sua riduzione a faccenda puramente privata. La maggior parte dei Tunisini – e degli elettori di Nidaa Tounès – non ritiene ciò auspicabile. Il segretario del partito, Taieb Baccouche, lo definisce un partito “secolare, non laico”. Anche l’espressione Rivoluzione dei gelsomini è considerata un’invenzione mediatica e pochissimo in uso tra i suoi protagonisti e la popolazione in generale.
Il successo di Nidaa Tounès in questi giorni raramente viene definito “un passo in avanti nella Rivoluzione dei gelsomini”. Per coloro che lo hanno votato e in generale per quella parte dell’opinione pubblica che si definisce “laico-modernista” si è trattato caso mai di “rimettere in carreggiata” la Rivoluzione, contrastando uno dei suoi principali effetti, l’ascesa dell’islam politico (per alcuni anche a costo di rinunciare ad una parte delle libertà conquistate con la Rivoluzione). Per i suoi avversari si tratta più o meno di un successo della contro-rivoluzione, essendo Nidaa Tounès un partito che ha raccolto (e fatto eleggere) una nutrita schiera di ex aderenti al regime di Ben Ali, anche con cariche politiche di rilievo.
Non è detto tuttavia che il successo di Nidaa Tounès renda impossibile affrontare i problemi del paese. L’ostacolo principale deriva dal fatto che Nidaa, pur essendo il primo partito, non ha i numeri per governare da solo e difficilmente potrà fare una colalizione con la schiera eterogenea dei partiti minori. Per questo si parla insistentemente di un governo di unità nazionale in cui entri anche il partito islamista Ennhdha. Se questo “compromesso storico” dovesse riuscire vi saranno almeno le premesse per un governo stabile che possa metter mano alla situazione economica del paese.

Nel suo studio ha evidenziato come, parlando della Rivoluzione, i media e gli esperti si siano troppo concentrati sulla “sfera pubblica virtuale”, i social media ad esempio, e molto meno su strade piazze eventi dibattiti che hanno avuto un ruolo determinante. Relativamente a queste elezioni, quale rilevanza assegna ai diversi livelli? C’è stata una saldatura e per quali organizzazioni si è verificata una  saldatura tra questi spazi?

Non disponiamo ancora di ricerche sistematiche ma l’osservazione sul campo  e  le interviste ad alcuni testimoni qualificati paiono confermare che in queste elezioni (e anche le scorse del resto) il ruolo principale non lo abbia giocato Facebook (che in Tunisia è sinonimo di “social media” perché è la piattaforma che usano tutti). Il partito vincente, Nidaa Tounès ha lavorato – oltre che con raduni di massa – soprattutto attraverso “le reti”. Con questa espressione si intende una struttura di opinions-leaders presenti nei luoghi di lavoro, nei quartieri, negli spazi sociali. Tale struttura era stata messa in piedi in modo capillare sotto Ben Ali ed era composta da aderenti al partito Rcd (disciolto dopo la Rivoluzione) presenti ovunque. Essa si basava anche su relazioni personali, familiari e clientelari e la trasmissione delle indicazioni si faceva “da bocca a orecchio”. Tale struttura è rimasta in piedi dopo la Rivoluzione e ha giocato un ruolo importante; tant’è vero che negli ultimi tempi la campagna elettorale di Nidaa Tounès è stata molto poco visibile e ciò ha indotto molti a pensare che il partito avesse perso consensi.
Anche il secondo partito, Ennahdha, si è basato (de sempre) su forme di comuncazione principalmente dirette – ovvero faccia a faccia, in luoghi di socialità informali o organizzati (ha sviluppato un intenso lavoro a livello di soceità civile e tessuto associativo) o in spazi politici come le sezioni del partito. E non è da escludere, come sostengono alcuni, che la sua perdita di voti sia dovuta anche al fatto che nei tre anni di governo l’intenso impegno a livello di istituzioni abbia fatto perdere ai suoi dirigenti il contatto con la base ed i suoi umori.
A riprova della scarsa influenza della sfera virtuale sull’esito elettorale sta anche il fatto che i partiti che per la loro composizione hanno aderenti e simpatizzanti più attivi sulla rete – partiti laici e modernisti e partiti della sinsitra radicale – hanno riportato una grave sconfitta, così come già nel 2011 avevano raccolto meno di quanto sperassero in termini di voti. I social media, amplificando certi contenuti e dando loro grande visibilità, sui media tradizionali da un lato e nelle mobilitazioni di piazza dall’altro,  non sono dei buoni predittori dei risultati elettorali dove pesano i voti di una maggioranza magari non silenziosa ma che usa poco Facebook. La loro massima utilità la esplicano quando si tratta di mobilitare rapidamente la gente nelle piazze (anche grazie alla diffusione degli smartphone): ma bisogna che il contesto sia tale che la gente in primo luogo osi andare in piazza e in secondo luogo non venga immediatamente massacrata come è successo più volte in Tunisia in passato.

Un capitolo del  suo libro si intitola “La città delle donne” a dimostrazione dell’attenzione, anche nell’evoluzione storica a partire dall’Indipendenza, della presenza femminile nel pubblico. Con la sconfitta di Ennhadha se e cosa cambierà per le donne in Tunisia che comunque  è il paese meno oppressivo del Nord Africa?
In Tunisia la condizione delle donne è garantita da una legislazione molto avanzata e di vecchia data. Dopo la Rivoluzione le donne hanno ottenuto due conquiste importanti. La prima è stata ottenuta durante il governo provvisorio di transizione che ha portato alle elezioni del 2011 per l’Assemblea Nazionale Costituente: è una legge che impone che in tutte le liste elettorali si alternino un candidato uomo e una candidata donna. E’ stata fortemente voluta dalla storica Associazione Tunisina delle Donne Democratiche (ATFD) e ha portato all’Anc un 30% di candidate donne. La seconda è la cosiddetta “costituzionalizzazione” della parità: non solo la Costituzione riconosce l’uguaglianza ma in uno specifico articolo impone allo Stato di operare affinché la parità effettiva venga raggiunta nelle assemblee elettive e in tutti i campi della vita sociale. Ricordiamo che la Costituzione è stata adottata a larghissma maggioranza da una Assemblea in cui Il partito islamista Ennahdha era di gran lunga il più forte e lo stesso partito era componente maggioritaria del governo.
In quanto alle disuguaglianze di genere, esistevano già ai tempi di Ben Ali e non scompariranno da un giorno all’altro. Non riguardano tanto il piano giuridico quanto quello economico e sociale: parità salariale, lavoro precario, trasposrti pubblici (un problema molto sentito dalle donne che abitano in lontane periferie e sono meno motorizzate degli uomini). Un governo capeggiato da Nidaa Tounès, partito con una impostazione fortemente statalista, potrebbe rispondere ad alcune di queste istanze se riesce a trovare la formula per un rilancio dell’economia, cosa tutt’altro che facile.
L’accesso delle donne allo spazio pubblico, infine, ha trovato e trova tuttora dei limiti che non sono di natura giuridica ma sociale e culturale. Come mostrano diverse inchieste, vi è una disparità tra uomini e donne nella libertà di accesso allo spazio urbano: vi sono luoghi (certi caffè) o orari (la notte) meno accessibili alle donne che agli uomini. Le donne che dispongono di maggiori mezzi economici, che hanno un’automobile, che abitano nei quartieri dei ceto.medio alti godono di maggiore libertà nello spazio pubblico. Era così sotto Ben Ali e tutto lascia pensare che continuerà con l’avvento di Nidaa Tounès.
Il vero rischio è che la questione dei diritti delle donne – molto sbandierata in questi tre anni in funzione antislamista – venga dimenticata ora che gli islamisti hanno perso potere. Molte femministe delle associazioni tradizionali hanno subito quindi fatto notare che la parità è ancora lontana dall’essere raggiunta.

La Tunisia soffre di una grave crisi economica che dovrà essere affrontata in tempi brevi e con programmi seri di crescita. La scarsa affluenza alle urne (61% degli aventi diritto) è un sintomo della disaffezione e della rassegnazione. Ritiene che i vincitori o i loro alleati abbiamo le idee chiare per impedire a molti giovani di imbarcarsi ancora sulle “carrette della morte”?

Il 60% circa di affluenza alle urne di cui si parla viene calcolato sul numero di tunisini iscritti nelle liste elettorali, che rappresentano circa la metà del corpo elettorale potenziale, cioè di tutti i tunisini in età di votare. L’iscrizione nelle liste elettorale è volontaria e molti non l’hanno fatta. Il tasso di partecipazione calcolato sul corpo elettorale effettivo è di circa il 30%.
Questa altissima quota di astensioni richiede ancora una analisi seria. Se, come risulta, sono stati soprattutto i giovani a non votare, il termine “disaffezione” spesso usato è improprio: si tratta di una generazione nata e cresciuta sotto Ben Ali, completamente spoliticizzata da vent’anni di diseducazione alla politica, quando Ben Ali veniva sistematicamente eletto con maggioranze bulgare. Una cosa è trovare il coraggio e la generosità che porta a insorgere contro la dittatura, un’altra impraticarsi con le regole della democrazia e con le opportunità di partecipazione alla cosa pubblica.
La prima cosa che può impedire ai giovani di imbarcarsi sulle “carrette della morte” è la possibilità di trovare un lavoro con un salario accettabile (in Tunisia può capitare di sentirsi offrire un posto full time come cameriere in un caffè per 200 dinari al mese, poco più di cento euro). I vincitori come i perdenti hanno tutti messo nel loro programma la creazione di posti di lavoro. Quanto riusciranno a fare dipenderà molto dalla costituzione di un governo stabile.
La seconda cosa che può dissuadere i giovani dall’intraprendere il periglioso viaggio a Lampedusa è una maggiore generosità nella concessione di visti d’ingresso in Europa.

La crisi economica è anche il risultato di un proliferare di attentati terroristici, l’ultimo qualche  giorno prima  delle elezioni. La guerra civile in Libia e le sacche di terrorismo in Algeria sono fonte di approvvigionamento per le cellule tunisine. La stabilità del paese è al sicuro? Il 23 novembre ci saranno le elezioni per il Presidente della Repubblica: una personalità con una larga e condivisa maggioranza può essere d’aiuto?
La situazione alle frontiere della Tunisia costituisce indubbiamente un fattore di rischio per la stabilità del paese anche perché ha consentito e continua a consentire un afflusso massiccio di armi. La coesione interna appare dunque un elemento essenziale per impedire al terrorismo – soprattutto quello di matrice endogena, ostile alla rivoluzione – di attecchire. Al momento tuttavia la prospettiva di eleggere un presidente che goda di un consenso generalizzato appare lontana. Il candidato con più possibilità è lo stesso leader del partito vincitore Nidaa Tounès. Si delinea così la possibilità che lo stesso partito esprima sia il Primo ministro, sia il Presidente della Repubblica  (e forse anche il presidente del parlamento), una prospettiva inquietante tanto per Ennhdha quanto per i partiti minori di destra e di sinistra.
Il vero elemento cruciale per la stabilità del paese risiede nella formazione del governo: una qualche forma di “compromesso storico” appare a questo fine indispensabile

Pasquale Esposito

¹ Chiara Sebastiani
Insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l’Università di Bologna.   Nata a Vienna, ha vissuto all’Aja, a Sidney e a Tunisi. Ha intrapreso la carriera universitaria di sociologa e politologa alla Sapienza di Roma, proseguita presso l’università della Calabria e approdata infine all’Alma Mater di Bologna. La ricerca sul campo è sempre stata una parte importante della sua attività: ha partecipato a indagini empiriche su larga scala – sui militanti e i quadri del Pci, sui lavoratori dell’Italsidier di Taranto, sulle donne nei governi locali – e ha svolto ricerca qualitativa indipendente. È autrice di La politica delle città (il Mulino 2007). Ha curato Conversazioni, storie, discorsi (con G. Chiaretti e M. Rampazi, Carocci 2001). Ha tradotto e curato l’edizione italiana della Sociologia della Religioni (2 voll., Utet 1988) di Max Weber.

Chiara Sebastiani
Una città una rivoluzione

Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico
Pellegrini Editore, 2014
€ 18,00

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