Le elezioni e la politica liberista in Francia

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Un’altra sconfitta per il Partito socialista, mentre il favorito (dai sondaggi) Front National di Marine Le Pen non è riuscito a scalzare dal primo posto l’Ump di Sarkozy. Va detto che quest’ultimo è alleato con l’Udi e quindi la valenza dei risultati per il Fn è ancora superiore. Anche se bisognerà attendere il ballottaggio di domenica prossima per fare un quadro più preciso, un risultato eclatante è che la Francia ha oramai un’anima di destra. E il Front National presenta candidati nel 93% dei territori.

Domenica scorsa 43 milioni i francesi sono stati chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni  amministrative cantonali. I cantoni, corrispondenti alle nostre provincie, compongono i dipartimenti (101 in tutto il paese) erano stati completamente riformati dimezzandoli quasi, da 4.035 a 2.054. Non si è votato a Parigi e Lione perché l’attività dei consigli dipartimentali è svolta dai consigli municipali.
Nonostante qualcuno abbia voluto sottolineare che l’astensione sia sta più bassa della passata votazione cantonale del 2011 e delle elezioni europee svoltesi nel 2014, resta il fatto che quasi la metà dei francesi non è andata alle urne, una conferma che il rito delle elezioni non esprime più, da alcuni anni in Europa e in molte altre parti, un passaggio fondante della Politica perché gli eletti mancano di una legittimazione forte per l’assenza di percentuali spesso maggioritarie di cittadini alle urne.

Direttamente al primo turno sono stati 220 gli eletti nelle fila della destra, 64 dalla sinistra e 8 dal Fronte nazionale. Al secondo turno ci saranno 1.456 ballottaggi a due, 327 a tre e uno a quattro. E l’Ump è il grande favorito per questo secondo turno. E Nicolas Sarkozyha espressamente dichiarato che non ci sarà nessuna indicazione per quei ballottaggi dove non è presente un loro candidato.
L’ex presidente francese insieme all’Udi ha superato il 29% dei consensi, mentre l’estrema destra con l’FN è al 25%, mentre i socialisti e i loro alleati si sono fermati a poco più del 21% venendo eliminati al primo turno in 506 cantoni e c’è poco da stare allegri anche se questa tornata li ha visti con più di sette punti rispetto alle elezioni europee. I Verdi, presenti in meno della metà dei cantoni, sono al 2% a livello nazionale: un disastro rispetto all’8,2% delle precedenti cantonali. Al Partito comunista francese (Pcf) insieme al Fronte de Gauche si sono fermati al 7% controllando oramai solo due cantoni, Val de Marne e Allier.
Altro risultato evidente è la conferma della solidità del tripartitismo rispetto alla tradizione politica francese. È dal periodo immediatamente dopo la liberazione dai nazisti quando democratici-cristiani, socialisti e comunisti erano insieme nell’esecutivo che non si verificava. Solo che ora nessuno dei tre ha intenzione di giungere a compromessi e se dovesse essere confermato anche alle legislative potrebbero introdursi elementi di instabilità nel governo del paese.

Del resto è complicato vedere elementi di diversità nel panorama politico francese – dove non è cresciuto un movimento radicale come in Spagna, Grecia, Croazia – se il governo socialista ha deciso di affrontare la crisi e il deficit pubblico con interventi che appartengono all’ideologia liberista, passando per l’austerità tanto cara agli ambienti di Bruxelles e delle Istituzioni finanziare, pubbliche e private.
Da qualche settimana l’Assemblea nazionale ha approvato, in ventiquattro ore dalla sua presentazione anche peggio di quanto accaduto in Italia, il progetto di legge “Per la crescita e l’attività” presentato da Emmanuel Macron ministro dell’economia del governo Valls.
Sono 106 gli articoli che riguardano lo sviluppo dell’industria nucleare, nuovi regimi fiscali per le imprese e procedure amministrative più snelle per avviare attività imprenditoriali, liberalizzazione del lavoro domenicale, creazione di zone turistiche internazionali, aree franche con regolamenti laschi per il lavoro. «Anche questo provvedimento tradisce il vero spirito del progetto: ridurre le protezioni a vantaggio dei lavoratori, definendo nuovi perimetri entro i quali è l’applicazione del diritto tradizionale l’eccezione, con l’effetto di aumentare la discrezionalità e il potere da parte della grande distribuzione (che in Francia vanta numeri decisamente significativi in termini di profitti) di riorientare, nel lungo periodo, l’intero impianto del diritto del lavoro. […] La necessità di liberalizzare gli orari della distribuzione si accompagna, infatti, ad un progetto più ampio di “riforma” del diritto del lavoro che vede: la riforma dei tribunali del lavoro, attraverso la creazione di un ufficio di conciliazione e l’introduzione dello statuto del difensore sindacale che astrattamente dovrebbe garantire le parti, lavoratori e datori di lavoro, nell’opera di tutela dei diritti contrattualmente previsti» [1].
Pasquale Esposito

[1] Tania Toffanin, “Italia e Francia, i diktat della Troika”, www.sbilanciamoci.info, 20 marzo 2015

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