Le elezioni presidenziali vinte da “Jokowi”, il politico nuovo dell’Indonesia

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Il 17 agosto 1945 con l’annuncio radiofonico del leader nazionalista Sukarno si avviava la rivoluzione per l’indipendenza dell’Indonesia dai Paesi Bassi che veniva riconosciuta alla fine del 1949. Negli ultimi anni – complice uno  sviluppo  economico con un Pil che viaggiava ad oltre il  6% annuo sostenuto da cospicui investimenti stranieri – il paese ha accresciuto il suo peso e il suo ruolo, in particolare nel consesso asiatico.

Dopo decenni di dittatura, dal 1998 l’Indonesia è divenuta la terza democrazia liberale al mondo con i suoi 254 milioni di abitanti circa e 185 milioni di elettori sparsi su 17mila isole. In questo 2014 si sono svolte due votazioni di primo piano, la prima ad aprile quando furono assegnati 560 seggi  alla Camera dei Rappresentanti e 945 seggi per il  Consiglio delle regioni (assimilabile al Senato) e la seconda a luglio quando si è votato per scegliere il nuovo presidente.
Già ad aprile c’era stata l’affermazione delle opposizioni a cominciare con il più votato Partito democratico indonesiano di lotta (PDI-P) della leader Megawati Sukarnoputri con circa il 19% e seguito dal Golkar e dal Gerindra (Partito del grande movimento indonesiano). Formazioni tutte che parlano la lingua di un islam moderato e quindi attenti a mantenere la laicità dello Stato. Il Partito democratico che fa capo al presidente della Repubblica Susilo Bambang Yudhoyono è giunto quarto tra le preferenze dei votanti che probabilmente hanno mal considerato scandali e corruzione (decine di parlamentari finiti, negli ultimi anni, sott’accusa e in prigione) e l’incapacità di porre un freno alle azioni dei gruppi radicali islamici.

Probabilmente sono le stesse ragioni che hanno portato alla vittoria con più del 53% dei voti alle elezioni presidenziali del 9 luglio il cinquantatreenne Joko Widodo, detto Jokowi, figlio di commerciante fallito sotto i colpi della corruzione, governatore uscente di Giacarta. È stato sostenuto dal PDI-P ed altri  cinque partiti e con una base elettorale composta da giovani e da un mix di classi popolari e imprenditori che auspicano un cambiamento nella gestione dell’Indonesia.

Un’elezione alla quale hanno partecipato oltre il 70% degli aventi diritto e durante  la quale si è assistito ad un uso dei social network non solo da parte dei contendenti, il vincitore in particolare, ma dei cittadini che memori di brogli e di denunce di brogli non vere «hanno deciso di sfruttare l’orientamento all’open government del Comitato Elettorale, KPU, per mettere in atto un enorme e storico esperimento di verifica in tempo reale dal basso del conteggio dei voti effettivi, circa 130 milioni». Le piattaforme di crowdsourcing sono state diverse e «la notizia è che pare le più frequentate e strutturate abbiano funzionato» e cioè i risultati erano  molto vicini alla realtà del voto finale [1].

Le forze conservatrici e più ancorate all’islamismo come soluzione politica non sono riuscite nell’intento di far eleggere l’ex-genero del dittatore Suharto e comandante delle forze speciali per la repressione dei movimenti indipendentisti e di movimenti a sostegno della democrazia: Prabowo. Del resto la crescita di una significativa percentuale di giovani (moltissimi che votavano per la prima volta) con modelli culturali contaminati da quelli occidentali poteva lasciare intuire che gli ostacoli per le proposte più tradizionaliste fossero complicati da superare.
La sconfitta va ricercata pure nella condizione di difficoltà di decine di milioni di persone – nonostante i numeri del Pil – e con l’11% della popolazione sotto la soglia della povertà.
Le doti da leader (spesso definito come uomo politico nuovo dell’Asia) e soprattutto l’amministrazione di una delle più grandi e complesse megalopoli del mondo hanno influito nella scelta di “Jokowi” che oltre ad aver meglio organizzato l’architettura urbana di Giacarta «ha sfoderato una svolta progressista a tutto tondo, con il varo di imponenti programmi di trasporto pubblico e, soprattutto, con l’allargamento a quanti più cittadini possibile di una assistenza sanitaria pubblica di base. […] Il budget pubblico è quasi raddoppiato in un biennio, esponendolo ad accuse di populismo redistributivo, ma Widodo ha rilanciato non solo confermando i programmi sociali previsti, ma anche allargandoli alla pubblica istruzione, con un voucher in favore delle famiglie più povere per favorire l’acquisto di libri e materiale scolastico» [2].

Cambiare un paese che da decenni viene governato da politiche in totale sfregio alla trasparenza, alla legalità e, nemmeno a dirlo, all’equità sarà difficile e lo sarà ancor di più da un parlamento dominato dall’opposizione.
Pasquale Esposito

[1] Fabio Chiusi, “Elezioni in crowdsourcing, l’esempio modello dell’Indonesia”, www.wired.it, 25 luglio 2014. L’articolo contiene i dettagli di alcune di queste iniziative comprese  le  soluzioni adottate.
[2] Federico Giamperoli, “L’Indonesia sceglie Joko Widodo”, www.cronacheinternazionali.com, 25 luglio 2014. L’articolo di Giamperoli ripercorre anche il ruolo avuto dallo sfidante nella repressione  di minoranze e di movimenti democratici.

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