Da donna a donna. Le figlie del dragone di William Andrews

William Andrews Le figlie del dragone donne
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Molte volte mi sono sentita chiedere “perché leggi?”, la mia risposta non è mai la stessa perché dipende da chi mi rivolge la domanda. A volte rispondo semplicemente “perché mi piace”, altre volte il discorso si fa più articolato e la risposta è l’inizio di un dialogo che vorrei non finisse mai.

Leggere insegna che ogni cosa ha il suo tempo, che ci sono storie universali, ma anche storie personali che faticano a uscire allo scoperto. Con la lettura si impara ad aspettare, a centellinare il tempo che diventa infinito, a tollerare anche chi non ci piace e ad amare chi rende la sua storia anche la tua. È un ciclo di vita che comincia dalla prima pagina e finisce all’ultima, ma come ogni cosa che termina il suo ricordo rimane nella nostra vita e, alcune volte, insegna a proseguire il cammino.

William Andrews Le figlie del dragone donneCi sono poi i libri che gridano giustizia, che vogliono a ogni costo essere letti da quanta più gente possibile. Sono i libri che narrano di storie vere quelle che quasi sempre si cerca di non raccontare perché non si vuole che alcune vicende siano rese note. Mi sono imbattuta in uno di questi libri e mi ha tolto il respiro. “Le figlie del dragone” di William Andrews è un romanzo doloroso e struggente della vera storia delle “donne di conforto”. Siamo nella seconda guerra mondiale, il Giappone invade la Corea e recluta con la forza donne che erano tenute in villaggi per diventare “donne di conforto”. In parole povere, queste donne erano costrette a offrire il proprio corpo per soddisfare le voglie sessuali dei soldati giapponesi. Una storia vera taciuta per anni e che, come dicevo, grida giustizia.

William Andrews intreccia le vicissitudini di una di queste donne a quelle della Corea e della sua divisione. Nei punti in cui racconta di quello che è stato fatto a queste donne si attiene fedelmente a quanto è riuscito a ricostruire mentre in altri, proprio perché è un romanzo, la storia ha i connotati di un’invenzione che enfatizza la vita della protagonista. Quello che hanno dovuto subire le donne di conforto rasenta la brutalità e ancora oggi il Giappone non ha reso formali le proprie scuse per quello che è stato capace di fare. Ogni mercoledì a mezzogiorno un gruppo di donne di conforto marcia davanti all’ambasciata giapponese a Seul pretendendo le scuse del governo del Giappone a oggi mai arrivate. Marciano sotto qualsiasi agente atmosferico, ma le loro richieste non sono ancora state soddisfatte. Sono donne molto anziane e ormai anche poche. In Giappone, proprio perché non hanno formalizzato le scuse, questa pagina brutale non è studiata a scuola omettendo così fatti realmente accaduti nella storia di quello che si ritiene un grande paese.

Sul corpo di queste donne è passato di tutto. Su di esse era perpetrata ogni forma di violenza e brutalità. Sono state ridotte a poco più che bambole gonfiabili, come un giocattolo erotico, erano al servizio del Giappone con i suoi soldati. Non avevano neanche il valore di una merce di scambio poiché erano “inesistenti” in quanto esseri umani, ma buone a soddisfare le voglie dei soldati. Avevano il ruolo di “vuotatoio” come si fa in ospedale per vuotare padelle e pappagalli. Una violenza inaudita oltre che inutile che per alcune ha significato scegliere il suicidio come unica via per scampare a tanta violenza. Hanno imparato che l’amore non esiste e che il sesso altro non è che malvagità. Calpestata la dignità niente resterà come prima, i sogni svaniti, l’immaginazione cancellata, nessuna prospettiva di futuro. Non hanno capito la ragione di quanto è successo loro e la richiesta di scuse formali altro non è che un grido alto di dolore che chiede giustizia e la restituzione di quel briciolo di dignità che serve per rimanere integri al mondo. A loro l’integrità è stata tolta e mai restituita.

Le figlie del dragone è un romanzo che va letto e che bisogna far leggere. È necessario far sapere alle ultime “donne di conforto” ancora in vita che noi conosciamo la loro storia e anche noi vogliamo che il Giappone chieda formalmente scusa a queste donne per quello che hanno dovuto subire. Il loro grido di giustizia è anche il nostro. È il grido di ogni donna che è uccisa, usata, abusata, calpestata. È la voce alta di tutte le donne che hanno conosciuto l’amore e che trovano nello scambio tra corpi il piacere condiviso che azzera ogni differenza e che restituisce appagamento dei sensi. Da queste donne consapevoli deve alzarsi la voce più alta che rivendichi per ognuna di noi la padronanza assoluta del nostro corpo e di quello che vogliamo farne.

Corea del Sud donne di conforto

Ci sono storie che noi donne non possiamo ignorare perché ci appartengono in modo atavico, sono parte integrante della nostra dignità e fino a quando anche l’ultima donna sulla faccia della terra non sarà libera anche chi pensa di esserlo non potrà dirsi tale.
Nicla Pirro

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