Le metropoli sono nelle nuvole. Verso la Città Unica.

metropoli nelle nuvole
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Forse nelle città medie, che sono di gran lunga le più numerose, non ci accorgiamo che le città in generale stanno cambiando. anche se con una velocità ritardata rispetto al ritmo di crisi della Società contemporanea, e, purtroppo, dentro un gran silenzio, cioè senza che ce ne rendiamo conto. Forse perché continuiamo a vivere nelle città come se volessimo mantenerle sempre identiche a loro stesse. Perché di questi tempi non gradiamo i cambiamenti a sorpresa o abbiamo altro da pensare. (Panico globale che avanza o incertezza da nuovo Millennio?)

Eppure le città spingono sempre di più nelle loro camice di forza, e potrebbero esplodere. E noi riusciremo ad adattarci?
Questo fenomeno è più evidente nelle grandi città, dove la convulsione e il caos sono segni più manifesti. Metropoli, Megalopoli, poi, in ultimo, Ipercittà o Postmetropolis, come le definisce l’architetto Gabriele Pierluisi del Politecnico di Milano. Questi giganti sono quasi al culmine di percorsi iperbolici, e non più sotto la cenere. Il magma esce da tutte le parti.
Fino a diventare emblemi trasposti, ancora non assimilati, di tutti i fenomeni delle città di tutto il mondo e della Società globale. Questioni che cataloghiamo con semplici “post” rispetto ad altri fenomeni vecchi, forse per non impegnarci troppo. Prefisso semplicisticamente aggiunto ad eventi già consumati, comunque con nome proprio.

Il pensiero si sta impoverendo, ovvero siamo sempre più vittime di uno strano rigetto nel dover elaborare pensieri compiuti (non solo panico pandemico). “Postvuoto di pensiero”.
Oppure, più in sintesi, Postglobalismo del postcapitalismo, concetto in un certo senso sintomatico dei due estremi, all’interno dei quali è compresa tutta una serie infinita di post.
Per l’analogo urbano il “Postglobalismo urbano”: città tutte omologate, tutte uguali.
Ovvero il “Postcapitalismo urbano”: città sempre meno programmate a livello generale, sempre più individualistiche.
Dentro questi analoghi estremi anche qui sta tutta la crisi-post della città attuale. O forse comincia a prevalere una vera e propria assenza di urbanità?

Tutto questo sta scritto – o non scritto – nelle trame delle Città sofferenti, che oggi viviamo con difficoltà, che le usiamo come retaggi lontani, ovvero come tentativi timidi, non ancora sperimentati, per scrivere libri nuovi.
Il linguaggio delle città – perché le città parlano – sta diventando complicato o balbuziente.
Salvo le grandi metropolizzazioni che sono scappate di mano in modo esplicito, e che, forse, non fanno nemmeno “testo” (letteralmente intendo: per effetto opposto di disordine totale). Urlano.

Ad un certo punto, però, è successo qualcosa che ha trasformato tutto, passando dal tangibile all’intangibile. È arrivato il “digitale”, che è sembrato essere, in un primo momento, una sorpresa buona, suggestiva, per giocare. Purtroppo con effetti diretti sui singoli e con regole completamente spiazzanti. Aumentando l’individualismo/soggettivismo da remoto diverso.
Poi il digitale è divenuto uno strumento addirittura ordinario della contemporaneità. Opportuno per cavare in generale il topo dal buco, o per fare il salto decisivo verso la magia dell’imponderabile. Quello che vogliamo, anzi per cercare quello che non ancora abbiamo capito.
Abbiamo iniziato, ovviamente, dal primo livello digitale, che è quello che ci ha consentito di indagare e girovagare in modo semplice e poi sempre più complesso, automatico ed interscalare.

Per le città è stato lo stesso, aprendo orizzonti impensati del navigare senza confini, ed apparentemente spianando gli ostacoli delle grandi interconnessioni e fenomeni urbani globali, operando sulla infinita capacità dei numeri binari. Ma i risultati ancora non si vedono. Stiamo ancora galleggiando.
Poi la possibilità di creare una diversa “ipertestualità” degli scritti. Cioè andare più a fondo.
Prima usavamo le “Note a margine”, per creare “nicchie”, in un discorso che doveva rimanere continuo. Poi il “testo” è diventato “ipertesto digitale”. Le Note hanno abbandonato il margine e sono diventati serie numerose di link colorati, dentro lo stesso testo. Ciascuno come un bivio immediato per viaggi radiali. Per poi subito rientrare nel testo principale.
E altrettanto può essere prodotto nell’analogo urbano. Reso più evidente dalla digitalizzazione dell’ipertesto urbano.
La città, in effetti, è sempre stato un “testo”, spaziale e volumetrico, fortemente “legato”. Sia pure in modo fisico primordiale. Comunque con un linguaggio a parte, sia pur difficile a “leggere” ed interpretare, data la maggiore complessità. E le sue Note a margine sono sempre esistite, però, come differenziazioni reali tra un esterno ed un interno.
Le ipertestualità urbane digitali potrebbero determinare una maggiore fluidità nello stesso divario esterno/interno urbano. Con regole diverse, ma analoghe.

La descrizione di una città è come scrivere una storia, non contenibile in un foglio tangibile o in un libro speciale, che si snoda in modo continuo o discontinuo di parlare e/o dello scrivere. La difficoltà del linguaggio urbano procede per interscale. Ora dovrà procedere per iperscale, per interconnettere in modo più complesso e liquido (digitale) complessi spaziali disomogenei. Per smussare le divisioni, i salti, i sussulti. Il digitale dovrà sempre più costruire una nuova continuità urbana fluida, contemperando le divergenze più ostinate.

Le città soffrono le rigidità concettuali, e quindi, il digitale in questo caso deve essere morbido.
Le nicchie urbane interne, disperse nel labirinto degli Spazi urbani esterni (strade, piazze, parchi, o, addirittura, vuoti) sono i “luoghi interni” della miriade di Alloggi, Alberghi, Edifici funzionali, rappresentativi, ed altro. Giochi complicati, tra spazialità esterna e infiniti buchi e cunicoli nascosti, ovvero difficili da esplorare, perché aprono testi altrettanto complessi come il testo principale della spazialità esterna.
Gli Alloggi sono gli esempi più diffusi delle nicchie interne. Dall’esterno si entra quasi immediatamente nelle cellule e si svelano mondi interni non visibili dall’esterno e storie infinite. L’una diversa dall’altra.
La complicazione della spazialità urbana, giocata tra esterno ed interno – la prima più irremovibile rispetto al suo assetto antico di connettivo strada-piazza, monopolizzato dalle automobili; la seconda più vicina all’anima profonda delle persone – dovrà attingere a tutte le risorse del digitale, che non ha ancora esplicato le dovute e determinanti attenzioni dovute all’urbano.
Forse sarà proprio la maggiore malleabilità ed evoluzione delle “nicchie urbane interne”, ad andare verso esterno, come in effetti sta accadendo alla Archi-Urbanistica. Architettura estroflessa verso i contesti urbani esterni. Ovvero di reciproca Urbatettura.
Gli ipertesti si fluidificano, avviandosi verso l’unicità urbana di tipo organico complesso.

Anche l’Urbanistica della spazialità esterna ha fatto comunque il suo primo passo con l’impatto della “Smart City”, e della conseguente “Città connettiva intelligente” in crescendo, aprendo ad un auspicabile miglioramento del sistema della “mobilità” globale urbana-territoriale disorganica, elemento-chiave per il cambiamento totale.
Quindi sempre più estendendo il concetto della stessa “intelligenza urbana” strumentale, estesa ai livelli degli agli altri sistemi urbani onnicomprensivi, alzando il tenore e la scala complessiva.
L’attenzione, di conseguenza, determina una in ogni caso preliminare nuova/diversa “conoscenza urbana”, sempre più sintetica, utilizzando le nuove ed appropriate potenzialità digitali. Avviando le necessarie evoluzioni verso la “Città contemporanea”, con la certezza che è proprio un nuovo assetto delle città a facilitare il cambiamento parallelo della Società verso nuovi modelli contemporanei globali. La nuova Civiltà contemporanea.
Fino a raggiungere il massimo obiettivo possibile di sintesi armoniosa tra “esterno/interno urbano” divergenti: una Città unica, che non ha bisogno di distinzioni concettuali o pre-concettuali.

La Smart City si allarga, allora, dai “corridoi” ai “tessuti”. Dalle planimetrie-cartografie cartacee alla serie indefinita di “Layers digitali”. L’uno sopra l’altro, con alcuni punti fissi di attacco, interconnessi in forma digitale, che significa lettura sempre più contestuale e sintonica.
Come i fogli lucidi di un tempo, fisicamente sovrapposti, consentendo letture grossolanamente uniformi, sia pure in forma traslucida.
I “Layers urbani digitali” consentono, invece, sintesi immediate, in sovrapposizione praticamente incommensurabile, moltiplicando la capacità delle stesse informazioni con la Vision di sintesi in tempo reale.
A condizione che le nuove trasversalità non deviino il senso della antica umanità essenziale, e non solo per innaturale prepotenza.
Il problema vero dei “Layers urbani digitali” sarà, forse, quello di sapere sempre dove si posiziona il nostro senso “sociale”, che ha sempre attraversato gli spessori reali della “storia stratificata”. Quindi saper cercare in quale Layers disperso starà la nostra “individualità”/“singolarità” presunta, atteso che sia ancora il caso di cercarle in tal senso. Magari per individuare anche la nostra posizione di umani oggi disuniti, con l’obiettivo di costruire un “superorganismo collettivo”: l’individuo e il singolo non contano più di tanto, mentre conta di più come staremo “insieme” nel futuro del digitale, che potrebbe sempre più dividerci.
Oppure la necessità sarà quella di sapere in quali pagine layerizzate del nuovo libro urbano digitale sta la sempre magica “identità urbana” di una volta o di quella nuova. O delle Identità multiple sempre interconnesse nel grande libro della nuova storia umana del terzo Millennium.

Al proposito si affaccia un’ultimissima ipotesi, a dire poco fantascientifica, di un digitale che corre ancora più lontano e che “gioca” con la stessa macrorealtà, con la quale abbiamo convissuto da millenni. Stiamo, infatti, costruendo nuove inter e iper-scale e nuovi mondi virtuali alternativi. Per illuderci? O forse per conoscere meglio le città e il mondo intero? Magari!
Stiamo costruendo le YperCity (città virtuali alternative), ed altrettanti YperWorld (ipermondi alternativi). Fantasie digitali, grazie alle quali, e solo con l’uso di speciali joystick, comandati con ampi gesti del nostro corpo – oltre che delle dita -, ovvero di sofisticati Visori digitali totalmente immersivi, che nascondono la realtà vera che ci circonda e pur anche il nostro viso (in aggiunta alle mascherine), ci trasportano in nuove straordinarie fantasie virtuali di vita. Le cosiddette “realtà aumentate”, dove noi stessi siamo duplicati nei nostri Avatar, e viviamo in modo diverso e più desiderabile rispetto a quello che viviamo nella quotidianità grigia.
Città avveniristiche, come facevano tempo fa alcuni Architetti d’avanguardia, ma solo con schizzi fantasmagorici a punta di matita. Lo stesso potremo fare immaginandoci in mondi inesistenti, dove noi, sempre duplicati, ovvero attraverso i nostri Avatar, saltelliamo in tanti YperMarte ancora più lontani.

L’ultimo passo di questo azzardato percorso è il cosiddetto “Metaverso”, termine coniato da Neal Stephenson (Snow crash, 1992), per immaginare spazi di vario tipo con interscale pur anche multidimensionali, solo apparentemente realistici, dove noi viviamo esperienze traslate o inventate senza riferimenti. Che pian piano potrebbero farci aborrire la vita vera.
“Meta” = prefisso per indicare trasformazione astratta. “Verso” che sta per Universo.
Voglio pensare comunque in positivo e credere che, come i grandi Architetti d’avanguardia, il Metaverso è un altro e ragionevole percorso di ravvedimento per il “nostro” Pianeta celeste.
Anche se dietro mascherina e Visore opaco…… ci siamo ancora?

Eustacchio Franco Antonucci

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