Le multinazionali e i loro interessi nell’accordo di libero scambio UE-USA (TTIP)

TTIP USA Europa
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Le elezioni europee si avvicinano e continua a non vedersi uno straccio di dibattito serio sul negoziato Usa-Ue, avviato l’8 luglio del 2013, per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) che qualcuno ha definito la Nato del commercio. Un accordo che renderà operativo un mercato di dimensioni  gigantesche e che non avrà limiti per gli attori protagonisti che, come vedremo, saranno le multinazionali. Di fatto rischiamo di vederle governare il mondo a partire dal fatto che potranno  chiamare in giudizio gli Stati. Di fatto si porterà a compimento quel processo ultraliberista che nasceva con l’avvento della coppia Reagan-Thatcher.
All’interno delle strategie globali per il controllo di aree geo-politiche, il negoziato è un modo di contrastare l’estendersi dell’egemonia cinese e, più in generale, fronteggiare il ruolo sempre forte dei paesi emergenti come Brasile e India le cui potenze  economiche consentono l’ampliarsi delle aree di influenza anche grazie ad accordi che tagliano fuori il gigante nordamericano.
Le recente crisi Ucraina è stata usata dal presidente Obama come un’altra motivazione della necessità stringere ancor di più i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico attraverso la chiusura del negoziato e dell’entrata in vigore del Trattato.

La segretezza è uno degli elementi caratterizzanti del Trattato gestito da esperti della Commissione Ue e del ministero del Commercio Usa e in particolare da Karel De Gucht, il commissario europeo per il Commercio, e Michael Froman, rappresentante per il commercio dell’Executive Office del Presidente statunitense. Non stiamo parlando di qualche riunione sporadica perché in quindici mesi si sono svolti 130 meeting a porte chiuse e in 119 di questi hanno partecipato imprese e/o lobbisti.

Le fughe di notizie e qualche apertura dopo le proteste [1] di movimenti e sindacati hanno consentito alcune considerazioni sull’accordo.
Il sito della Commissione europea sostiene che il TTIP nasce per sostenere la crescita e per creare posti di lavoro: l’aumento del Pil europeo si aggirerebbe intorno ai 120 miliardi di euro (+0,4%) e quello USA di 90 (+0,5%), con 545 euro in più in tasca ad una famiglia di quattro figli nell’Unione e 901 dollari a una statunitense. In più nella UE ci sarebbero 2 milioni di posti lavoro in più.
A  parte che tutte queste sono stime, e sappiamo bene come è andata con le previsioni di istituzioni internazionali, pubbliche e private, mancano del tutto analisi sugli impatti che queste nuove regole per il  libero scambio avrebbero sui costi sociali ed economici.
Thomas Fazi spiega che gli studi, quasi tutti commissionati dalla Commissione Europea, come quello del Cepr, dell’Ecorys, del Cepii e di Bertelsmann/ifo vanno tutti nella direzione di più Pil e più lavoro. Quando invece si legge l’analisi a cura del centro di ricerca austriaco Öfse – commissionata dal  gruppo parlamentare europeo del Gue/Ngl – si scopre che tutti gli altri pro-Ttip «presentano gravi omissioni ed errori metodologici che enfatizzano i presunti benefici dell’accordo, ignorandone invece i rischi» [2]. Si precisa per esempio il fatto che gli aumenti previsti vanno spalmati su un periodo di transizione di 10-20 anni, mentre per il lavoro le cose andrebbero peggio. L’Öfse prevede «un aumento significativo della disoccupazione (anche a lungo termine) durante il periodo di transizione a causa della riorganizzazione dei mercati del lavoro nazionali» [3]. L’eliminazione delle cosiddette «barriere non tariffarie» e cioè tutte le norme e gli standard europee in materia ambientale, di diritto alla salute, di diritti dei lavoratori, e via elencando comporterebbero dei costi non di poco conto. Le leggi contro l’export della carne agli ormoni, degli ftalati nei giocattoli, dei residui di pesticidi nel cibo, degli Ogm, con tutta probabilità, finirebbero con l’essere cancellate. Senza parlare del diritto all’informazione completamente disatteso.
Lo scorso dicembre 180 organizzazioni di cittadini e sindacali hanno scritto una lettera ai due capi del negoziato dove si legge che «è imperativo che questi accordi di commercio e di investimento sfocino su economie supplementari per i pazienti e i budget nazionali, invece di arricchire ancora di più alcune imprese farmaceutiche e medicinali. La sanità pubblica, come l’accesso a medicine e a cure abbordabili, sono diritti umani che devono essere rafforzati dagli accordi commerciali». Il timore dei sindacati è la riproposizione nel Ttip dei termini dell’accordo Usa-Corea (Korus) che consentono ai produttori di impugnare le decisioni delle autorità sanitarie nazionali sui valori dei prodotti farmaceutici e di esigere montanti di risarcimento [4].

Un interessante ed esaustivo articolo di Alessandra Algostino, professore associato di Diritto comparato, affronta tutte le problematiche giuridiche del Trattato a cominciare dalle procedure (segretezza e partecipanti non rappresentativi di tutte le istanze) utilizzate, ai contenuti (per quanto ne è dato sapere), alle norme per la risoluzione delle controversie che tutte insieme minano la democraticità del sistema attraverso un’esclusione del potere legislativo e un accantonamento di quello giudiziario. A proposito delle controversie «si può immaginare, ad esempio, il ricorso di una multinazionale contro uno Stato reo di aver introdotto una disciplina che, a tutela della salute e dell’ambiente, blocchi la vendita di un prodotto o lo sfruttamento di una risorsa energetica. […] già oggi i sistemi di risoluzione delle controversie fra investitore e Stato (Investor-State Dispute Settlement – ISDS) sono previsti da numerosi accordi internazionali di libero scambio, e si contano, fra il 2008 ed il 2012, 214 cause (note) in tema, con una crescita dei ricorsi da parte di investitori dell’area europea. Fra le controversie più famose, attualmente pendenti, si possono ricordare quelle Vattenfall v. Germania (in relazione alla decisione tedesca di accelerare il processo di dismissione dell’energia nucleare) e Philip Morris v. Australia (a seguito dell’aumento degli avvertimenti sanitari sui pacchetti di sigarette e delle relative conseguenze sulla visualizzazione del marchio). È evidente l’influenza, sia deterrente sia sanzionatoria, che tali meccanismi esercitano nei confronti degli Stati, che sono costretti a un rigido selfrestraint nella propria libertà normativa e politica, ovvero a limitare la propria sovranità, pena ingenti ripercussioni finanziarie [5].
Pasquale Esposito

[1] Per alcuni dettagli su come le ONG provano ad abbattere il muro di omertà cfr. Antonietta Demurtas, “Ttip, luci e ombre sull’Accordo transatlantico per il commercio”, www.lettera43.it, 7 Aprile 2014
[2] Thomas Fazi, “Ttip, tutte le bugie sul trattato segreto Usa-Ue”, il manifesto 20 aprile 2014
[3] Thomas Fazi, ibidem
[4] “Il trattato intrattabile”, www.sbilanciamoci.info, 25 gennaio 2014
[5] Alessandra Algostino, “Transatlantic Trade and Investment Partnership: quando l’impero colpisce ancora?”, www.costituzionalismo.it, 27 febbraio 2014

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