Le (non) strategie dei partiti per l’elezione al Quirinale

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“Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione,avverta due esigenze di fondo: spogliarsi da ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore”. [1]

Quirinale Sergio Mattarella
Il Presidente Sergio Mattarella in occasione del discorso di Fine Anno Palazzo del Quirinale 2021.
Per cortese concessione della Presidenza della Repubblica

Queste parole fanno parte del discorso di fine anno, riportato in sintesi, pronunciato dal Presidente uscente Sergio Mattarella e disegnano in maniera sobria, con concetti semplici ma allo stesso tempo invalicabili, il ritratto di quello che dovrebbe fare ed essere chiunque vada a ricoprire la più alta carica dello Stato. Da ciò dovrebbe discendere il fatto che i partiti, nella loro ricerca di candidati, ne vagliassero l’idoneità al rispetto di quelle linee guida. Purtroppo la condivisione a questo dettato da parte dei partiti politici è svanita con una rapidità eccessiva, rendendo quella manifestazione di consensi al termine del discorso, uno sterile e ripetitivo esercizio di sola osservanza degli obblighi istituzionali.

L’elezione del Presidente della Repubblica avrà inizio il 24 gennaio e le reali intenzioni dei partiti non sono affatto chiarite. Sembra quasi che questi si stiano facendo scudo  con la non trascurabile diatriba su “Draghi al Quirinale” o meno, per tessere una tela sotterranea di alleanze che ancora sono avvolte dalla nebbia. È pur vero comunque che l’attuale Primo Ministro goda, almeno sulla carta, di ottime possibilità per divenire il candidato di alcuni dei più importanti partiti che formano la maggioranza di governo, governo che sembra sul punto di implodere data la eterogeneità della sua composizione, ma proprio quel nome che fino a pochi mesi fa sembrava l’unico si potesse fare per la successione di Mattarella, ora comincia a creare dubbi, imbarazzi e perplessità, perché scatterebbe come conseguenza l’obbligo di andare alle elezioni anticipate, parola impronunciabile da tutti i parlamentari che non vogliono lasciare anzitempo il loro incarico per non veder sfumare all’ultimo momento il riconoscimento della pensione.

Collegato al tema Draghi al Quirinale, c’è poi il problema che va sottolineato, con forza, e ruota intorno alla domanda di chi avrà la capacità di formare un nuovo governo e con quali partiti, visto che l’attuale è stato tenuto in piedi solo dal carisma di Draghi che ha imposto ai litigiosi partner le linee da seguire anche, e soprattutto, per incassare le cospicue quote del PNRR. Se dovesse saltare quel collante si aprirebbe una finestra sul buio più nero. Qualcuno – con una timidezza che nasconde l’assenza di idee concrete – si augura che Mattarella ritorni sui suoi passi, vista la voragine che potrebbe spalancarsi, e prolungasse per altri sette anni la sua permanenza al Colle permettendo a Draghi di rimanere a Palazzo Chigi e ai partiti, che tirerebbero un sospiro di sollievo, di rimanere in carica e concludere la legislatura. Insomma, con il minimo sforzo si avrebbe il massimo della resa.

È evidente che questa si ponga come un’ipotesi neanche preventivabile in quanto da una parte sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti dell’attuale Presidente, la cui parola e funzione non possono essere oggetto di mercato e, secondo, perché proprio come ribadito in più di una occasione dallo stesso Mattarella, la Costituzione non prevede una rielezione.

Del resto l’eventuale rielezione del Presidente uscente starebbe a certificare la sua prolungata presenza al Colle per ben 14 anni; una specie di sovranità che creerebbe precedenti estremamente pericolosi perché quanto meno andrebbe riscritto, con evidente forzatura, il 1° cpv. dell’articolo 85 della Costituzione (“Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni” ndr), e inaugurerebbe una consuetudine nella quale il Parlamento e il mondo della politica in genere, abdicherebbero in maniera avvilente al loro compito istituzionale, cosa già avvenuta non tanto tempo fa, 20 aprile 2013, con la seconda rielezione di Giorgio Napolitano, e denuncerebbero in modo indecoroso l’inesistenza al proprio interno di personalità autorevoli cui affidare il Paese.

Vorrei ricordare, a proposito di Draghi, che l’incarico conferitogli di formare un nuovo governo era il frutto di una logica ancorata al realismo che dava risposta al drammatico stato di emergenza del Paese causato dalla Covid-19, che sconsigliava il ricorso immediato alle elezioni viste già dagli esiti incerti. Se quindi la scelta di un uomo esperto e autorevole in Italia e all’estero soprattutto, può trovare anche una logica istituzionale, ho sempre nutrito il sospetto che alimentando lo spettro dell’”emergenza” si possa poi avere la possibilità, qualora servisse, di giustificare tutto. Quindi, lungi dal fomentare polemiche, voglio solo ricordare che viviamo in una Repubblica parlamentare nella quale la Costituzione, ex art.49, affida ai partiti la formazione del consenso popolare per determinare la politica nazionale.

Lo ribadisce in maniera ancora più chiara Massimo D’Alema nella lunga intervista rilasciata a “Il Manifesto”: ”Draghi è stato chiamato ad affrontare un’emergenza. Lo fa certamente con autorevolezza e competenza. Ma quello che io trovo davvero impressionante è il ‘draghismo’ e cioè che uno stato di eccezione venga eletto a nuovo modello democratico” [2].

Detto ciò, va evidenziato che oltre la possibile candidatura di Mario Draghi sta prendendo sempre più forza quella di Berlusconi, nata se vogliamo in sordina, quasi come una boutade, e con apparente sorpresa di tutto il centro destra, ma che ora si sta rivelando come una possibilità concreta. Proprio oggi Matteo Salvini, facendo un passo indietro rispetto ai giorni passati, ha chiarito che “il centrodestra compatto e convinto nel sostegno a Berlusconi, non si accettano veti ideologici da parte della sinistra“. Il Partito Democratico è disposto a discutere ma non su Berlusconi – di cui si conoscono fatti e misfatti, aggiungiamo noi – o una figura che sia fortemente rappresentativa di una forza politica.

I partiti di centro destra sulla carta possono contare su di un maggior numero di voti ma non è detto che la loro linea e la loro strategia saranno irresistibili per tutti nella elezione al Quirinale di Silvio Berlusconi, del resto mai convintamente accettato da “Fratelli d’Italia” e solo parzialmente dalla “Lega” dato che, come d’abitudine, Salvini vuole sentirsi con le mani libere e tessere trame di alleanze che comunque lo vedano come protagonista.

Un protagonismo, comunque, di non facile attuazione perché da una parte sarebbe controproducente pugnalare alle spalle il suo vecchio alleato, e quindi deve tifare per Draghi solo sottovoce, ma dall’altra è tentato dal colpo grosso e cioè spingere Draghi al Colle per poi uscire dalla compagine governativa e tornare in gran fretta all’opposizione per avere tempo di elaborare una nuova strategia in vista delle prossime elezioni politiche dove, è evidente, non vuole lasciare più altro spazio al rampante partito della Meloni.

Credo che Berlusconi, al corrente di questa sceneggiata, abbia voluto rompere ogni indugio quasi lanciando una bomba nel mucchio quando ha affermato che avrebbe ritirato il suo partito dalla compagine che forma il governo, qualora Draghi dovesse diventare Presidente. Una dichiarazione esplosiva che non spaccherebbe solo l’alleanza di centro destra ma sconquasserebbe il già affannoso procedere del governo in un momento di estrema difficoltà anche per la dilagante epidemia causata dalla Covid e varianti.

Nel campo del centro sinistra (PD, M5S, Leu), mi sembra ci siano ancora delle posizioni che definirei sfumate o comunque di ampio spettro quindi non ancora indirizzate su di un candidato specifico. D’altronde va ricordato che questo Parlamento è nato sull’onda della vittoria del M5S che però non è riuscito a rimanere compatto, perdendo ben 105 deputati sui 338 con i quali sedeva in Parlamento e ora i 233 rimanenti, vivono una precaria metabolizzazione delle indicazioni dettate dal presidente Giuseppe Conte; politico che gode ancora di molta stima nell’opinione pubblica a differenza di quanta non ne goda attualmente nel suo partito, che non riesce a compattare perché diviso fra quelli che potremmo definire “governisti” e i  “movimentisti” che proprio non vogliono abdicare all’idea di ritornare ad essere un movimento, con le mani libere per poter schierarsi con chi decidano al momento.

Comunque Conte, a fatica, è riuscito a mantenersi saldo nell’alleanza con il PD che nella tornata elettorale per il Presidente della Repubblica, ha espresso chiaramente per bocca del Segretario Letta l’orientamento del partito: Berlusconi presidente? La vedo difficile. A Salvini chiederò un accordo su Capo dello Stato super partes e che ci dica cosa vogliamo fare nell’anno 2022, sapendo che poi ci divideremo alle elezioni” [3].

Coerentemente con quanto affermato, sabato prossimo 15 gennaio, Letta convocherà la direzione del partito per farsi conferire un mandato in bianco per trattare, unitamente ai presidenti dei gruppi parlamentari e del senato, la questione Quirinale.

Queste le posizioni dei due blocchi politici più rappresentativi – centro destra e centro sinistra – ma come noto al voto prenderanno parte anche la ristretta cerchia dei senatori a vita, 6 in tutto (Giorgio Napolitano, Mario Monti, Liliana Segre, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia), unitamente al c.d. “Gruppo Autonomie” composto da 4 deputati e 5 senatori, e la corposa rappresentanza del “Gruppo Misto”, ai quali vanno aggiunti i 58 “Delegati Regionali” (33 al centro destra e 25 al centro sinistra, almeno sulla base dei risultati delle scorse elezioni regionali) il che porta al numero di 1007 i Grandi Elettori che si riuniranno in seduta comune il 24 gennaio prossimo.

Questa prossima votazione che si preannuncia come una fra le più complesse fra quelle riguardanti l’elezione del Presidente della Repubblica, sembra essere comunque soggetta alle “intemperanze” di voto dei franchi tiratori. Ci sono sempre stati e ce ne saranno anche questa volta, quasi a formare un partito trasversale, anonimo, ma dalla forza che potrebbe rivelarsi paralizzante per lo svolgimento della votazione. Spero, come cittadino, che nessuno dei 1007 Grandi Elettori perda di vista l’importanza del suo ruolo che è, e deve rimanere, quello di servire la Nazione.

Stefano Ferrarese

[1] quirinale.it – Archivio discorsi Quirinale – 31/12/2021
[2] Andrea Carugati – “D’Alema; nel draghismo vedo un’esplosione di spirito antidemocratico” ­– ilmanifesto.it – 13 Gennaio 2022
[3] Adnkronos – Politica – “Quirinale, Letta: “Mattarella bis sarebbe il massimo” – 11 Gennaio 2022

 

 

 

 

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