Le parole della politica

Gianrco Carofiglio Della-gentilezza-e-del-coraggio

Fa una certa impressione leggere il volume  di Gianrico , Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose, mentre ci si avvicina bruscamente alle prossime elezioni politiche, fissate per il 25 settembre, subito dopo le dimissioni definitive da parte del presidente del Consiglio Draghi.

Si andrà a votare prima della scadenza naturale della legislatura, seppur di pochi mesi, e al termine di una campagna elettorale – brevissima e per certi versi inattesa – che già si preannuncia intensa ed urlata. In tal senso, il libro di Carofiglio è particolarmente utile perché trattasi – com'è indicato nel sottotitolo – di breviario, ossia un compendio, un elenco di regole – o suggerimenti, come dice l'autore – per la pratica della politica e del potere.

Suggerimenti, attenzione, relativi non tanto «al merito delle scelte (anche se i valori non sono mai ininfluenti) quanto al metodo, al modo, al come fare. E al cosa non fare. Suggerimenti che riguardano l'esercizio del potere così come la critica e la sorveglianza sul potere. Cioè, in definitiva, la pratica della cittadinanza consapevole».

Dunque, una raccolta di istruzioni per l'uso della politica e del potere, rivolta a quelli che esercitano il potere – politici, burocrati, magistrati – ma anche a quelli che, apparentemente, non ce l'hanno, cioè i cittadini. Ancora una volta, un volume contenente una riflessione lucida e rigorosa sulla relazione fra parole e verità, fra uso delle parole ed esercizio del potere, sulla responsabilità che comporta una comunicazione onesta e leale.

Carofiglio Della gentilezza e del coraggioLa “gentilezza” del titolo non è sinonimo di buona educazione, ma «metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane». Si tratta quindi di una modalità di relazione con gli altri, utile non solo a veicolare un messaggio ma anche a creare relazioni umane ricche di significato. Il “coraggio” qui non è inteso come incoscienza o spericolatezza, ma è “il buon uso della paura”: se la paura è l'emozione che ci prepara alla difesa che anticipa il pericolo e ci prepara alla fuga o alla lotta, così il coraggio è qui inteso come «risposta corretta a fronte delle molte risposte sbagliate che circolano come agenti patogeni nelle nostre società ricche, diseguali e anziane».

Carofiglio parte da un assunto chiaro: la qualità della vita democratica scaturisce innanzitutto dalla capacità di porre e di porsi buone domande, dalla capacità di dubitare, «perché i cittadini hanno un potere nascosto, che li distingue dai sudditi e che deriva proprio dall'esercizio della critica e dunque della sorveglianza». Evidentemente è necessaria una diffusa onestà intellettuale e un ampio riconoscimento condiviso di valori etici. In relazione all'assenza dell'etica sostenne che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso non esiste».

La cattiva comunicazione politica non è solo quella chiaramente riconoscibile dalla sintassi «frammentaria e sconnessa», dal vocabolario limitato e dalla «ripetizione continua delle stesse parole e delle stesse espressioni».

Serve ed è necessario indagare per comprendere il tentativo manipolatorio. «Se qualcuno dice che la vita non è una continua sequenza di manipolazioni, o è un bugiardo o è un cretino», sostiene Carofiglio in un suo noto romanzo Il passato è una terra straniera. Infatti, «la gente manipola e viene manipolata, imbroglia e viene imbrogliata in continuazione, senza rendersene conto. Fanno del male e ne ricevono senza rendersene conto. Rifiutano di rendersene conto perché non potrebbero sopportarlo».

Frequentemente nel dibattito politico e non, gli argomenti vengono deliberatamente presentati in modo a dir poco superficiale o addirittura del tutto errato. Le falsità, poi, vengono ripetute continuamente così spesso da farle apparire reali.

Carofiglio cita il cosiddetto “effetto Dunning-Kruger”, ossia il fenomeno per cui più si è incompetenti, più si è convinti di non esserlo. Chi di noi non ha dovuto sostenere una surreale discussione con qualche conoscente, amico o collega di lavoro che, pur essendo chiaramente ignorante su un preciso argomento, contrapponeva argomentazioni talmente insensate – per non dire altro – da non poter essere smontate ricorrendo a ragionamenti logici e puntuali?

«Trasformiamo la possibilità di accedere a un gran numero di informazioni – avverte giustamente Carofiglio – con la persuasione infondata di poter interloquire su tutto. Da questo nasce il pericoloso rifiuto – quasi il disprezzo – per le (vere) competenze e per i (veri) saperi. A ciò si aggiunga che la ricerca accelerata, nevrotica, ossessiva di atomi di informazione sconnessi dal quadro di un sapere è dominata dalla fretta, altra perniciosa categoria della modernità. Esiste infatti una differenza fondamentale tra fretta e rapidità».

Una frase attribuita a descrive con efficacia il tema del rapporto fra incompetenza e illusoria, pericolosa sicurezza dei propri argomenti: “Il problema di questo mondo è che le persone intelligenti sono piene di dubbi e i cretini sono pieni di certezze”. Il discorso dell'incompetenza spesso è accompagnato, condito dalla percezione – o la creazione – di un nemico esterno con la finalità di rafforzare la coesione di una società soprattutto in situazioni di crisi, di povertà materiale o culturale, di sottosviluppo sociale. In fondo – ammettiamolo onestamente – la colpa è sempre degli altri. La sola idea di riconoscere errori «sembra insopportabile, e al vittimismo dei potenti corrisponde il vittimismo – unito al rancore – di chi rinuncia alle sue prerogative di cittadino e vive e agisce solo da suddito».

A proposito di riconoscimento dei propri errori, Carofiglio giustamente suggerisce che qualsiasi prassi politica laica e non demagogica deve riconoscere in maniera esplicita, al momento stesso del suo porsi, «la sua ontologica fallibilità e dichiararsi disponibile a correggere gli errori che inevitabilmente commetterà». Una preziosa indicazione per individuare attività di buona politica che è decisamente incompatibile con le affermazioni troppo categoriche su come stanno le cose e sulle soluzioni per trasformare il mondo. La buona politica paradossalmente – ma neanche tanto – ama gli errori intelligenti, «quelli che, riconosciuti ed emendati, migliorano la comprensione e l'azione. Un criterio valido per valutare lo spessore e l'intelligenza di un politico (ma a ben vedere: di chiunque) consiste nel porgli qualche semplice domanda sugli errori che ha commesso». Se n'è accorto? È stato capace di ammetterli tempestivamente? Se risponde con frasi particolarmente generiche (per esempio, “tutti commettiamo errori e dunque anch'io ne commetto”) senza specificare nulla, magari rivendicando la presunta validità del suo operato con frasi tipo “rifarei tutto” (indicatore abbastanza preciso di stupidità alla Dunning-Kruger), non possiamo che trarne la conclusione che si tratta di politico mediocre, per non aggiungere altro.

Certamente ciascuno di noi è terrorizzato dai propri errori e dal fatto che gli altri possano accorgersene e giudicarci malamente. Invece gli errori rendono amabili, diceva Goethe. La capacità di «sbagliare con eleganza – e di ammetterlo quando è necessario o semplicemente è giusto – è una parte fondamentale del successo in politica come in qualsiasi altra attività. Ha detto Michael Jordan, la leggenda del basket: “Nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso trecento partite. Per trentasei volte i miei compagni si sono affidati a me per il canestro decisivo e io l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”».

Tutti noi prendiamo decisioni giuste e decisioni sbagliate. La vera differenza è fra coloro che sono pronti (e veloci) a riconoscere quelle sbagliate e a correggerle, e coloro che cercano di occultarle, a sé stessi e agli altri. Cercano di convincere, se stessi e gli altri, di avere ragione anche quando hanno torto. Convivere con l'errore e l'incertezza «implica coraggio; implica un approccio cauto (il coraggio è cauto, la temerarietà è imprudente), e dunque gentile, al tentativo di trasformare il mondo e di dargli senso».

Un altro classico esempio di cattiva comunicazione politica – dalla quale prendere decisamente le distanze – è quella che fa leva sulle paure (soprattutto se prive di fondamento o «grandemente amplificate considerando l'effettiva consistenza delle condizioni di fatto»). Sulle paure vivono e prosperano i populismi e gli estremismi di tutto il mondo. Essi parlano alle persone spaventate e disorientate da un mondo complicato, incomprensibile e sempre più ingiusto; «indirizzano questa generale inquietudine verso bersagli facili da riconoscere e detestare; creano nemici e costruiscono la loro offerta politica con il cemento dell'odio. È facile capire che i populismi non vogliono liberare le persone dalle loro paure. La loro sopravvivenza dipende esattamente dal contrario: che le persone cioè rimangano sempre più intrappolate da quelle paure, sempre più avviluppate dal risentimento, alla costante ricerca di un capro espiatorio per il loro malessere». La paura – avverte Carofiglio – non è però, necessariamente, un'entità dannosa, da evitare. Quando è ben orientata – quando si dirige verso i pericoli reali e non quelli immaginari o manipolati – «può essere un potente strumento per affrontare il rischio e la complessità. Dunque per cambiare il mondo».

Alla cattiva comunicazione e al linguaggio dai toni aggressivi, Carofiglio sostiene che non è sufficiente contrapporre solo la discussione ragionevole e il confronto dialettico, in cui non sono consentite espressioni volutamente ambigue. Certo è necessario evitare attacchi personali e scorretti, assicurarsi che l'interlocutore abbia ben compreso il significato di quanto viene detto.

Il buon comunicatore dovrà invece difendere le proprie tesi con argomentazioni chiare, ben strutturate e trasparenti. Contro l'eccessiva autoreferenzialità, Carofiglio suggerisce l'umorismo e l'autoironia, «la cui pratica consapevole è uno degli strumenti (non certo l'unico) per evitare gli scivolamenti individuali e collettivi verso pratiche tossiche di tipo narcisistico». L'umorismo è inoltre legato alla capacità di coltivare il dubbio. Dubitare permette all'ascoltatore di restare vigile, così come evitare pregiudizi e certezze inossidabili, consente di mantenere la mente aperta al dibattito e alle nuove idee. Insomma, l'esercizio del dubbio e la capacità di porre domande sono uno stimolo per l'intelligenza e una forma di difesa contro l'autoritarismo.

L'umorismo e l'autoironia sono doti epistemologiche – ci permettono una visione meno deformata del mondo e di noi stessi – «ma anche virtù morali, come in generale è morale la capacità, nelle sue diverse forme, di uscire dalla gabbia dell'ego, di vedere noi e gli altri in prospettiva, con qualche dose di utile obiettività».

L'umorismo è un'arma contro il fanatismo. È energia vitale, intelligenza capace di trattare in maniera leggera materiale delicato. Esso funziona quando siamo capaci di gestire l'ambiguità, coltivare il dubbio, maneggiare senza disagio pensieri contraddittori.

Scriveva Francis Scott Fitzgerald: «Il banco di prova di un'intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perder la capacità di funzionare». Difficile trovare questa attitudine in menti incapaci di comprendere e praticare il senso dell'umorismo.

Un tratto inequivocabile per riconoscere un fanatico – secondo lo scrittore israeliano – è la sua assen­za del senso dell'umorismo: «Non ho mai visto una persona capace di fare battute a proprie spese diventare un fanatico. (Lo spirito, il sarca­smo, la battuta pronta ce l'hanno anche alcuni fanatici, è vero. Ma non il senso dell'umorismo e men che meno l'autoironia)». Il senso dell'u­morismo esige per Oz quella importante attitudine a vedere vecchie cose sotto una luce nuova.

Tuttavia, prevale uno stereotipo tanto tenace quanto stupido, secondo il quale la pratica della politica e del potere richiederebbe totale serietà e sarebbe incompatibile con l'allegria, la risata, la leggerezza.

Scriveva nel 1977 Michel Foucault: «Il fascismo a cui dobbiamo opporci non è soltanto il fascismo dell'estrema destra. È il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta».

Per contrastare tale pericolo, Foucault proponeva sette regole, e fra queste: non innamoratevi del potere; non sposate un obiettivo politico totalizzante; non pensate che essere militanti significhi necessariamente essere tristi. La cupezza, la seriosità (che è cosa ben diversa dalla serietà), l'incapacità di sorridere, ridere, sdrammatizzare sono alcuni pezzi del mosaico caratteriale tipico di molti cosiddetti “professionisti della politica”.

Insomma, tante indicazioni necessarie in vista delle prossime elezioni politiche. Ne sapremo tenere debitamente conto? Ne sapranno tenere conto – soprattutto – i politici stessi e gli operatori dell'informazione?

Antonio Salvati

Gianrico Carofiglio
Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose,
Feltrinelli, 2020
pp. 128, € 14

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