Le tante “nuvole” del Messico. Il dramma dei desaparecidos

Messico bandiera
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Il lento e tortuoso cammino che sta conducendo molti paesi dell’America Latina ad una nuova rinascita ed emancipazione si arresta in maniera drammatica davanti a quel vasto universo di culture, quell’enorme cosmodromo di popolazioni che è il Messico.


Messico. Città del Messico, marzo 2013. Foto Laura di Maggio
Il paese che ha vissuto una delle più belle e romantiche rivoluzioni del ‘900, capace di ispirare e di essere punto di riferimento indispensabile persino della Rivoluzione d’Ottobre, continua oggi a pagare il suo conto salatissimo nei confronti della storia. Anzi, giocando amaramente con il linguaggio scolastico, si potrebbe dire della “geografia”: il destino di vedere la Grande Nazione Maya e Azteca collocata a ridosso del paese più imperialista del globo.
In perfetta e funesta continuità con il saccheggio e lo sterminio perpetrato dalla corona spagnola nei secoli scorsi, gli Stati Uniti infatti hanno proseguito quella politica di espansione volta all’appropriazione indebita di risorse, ricchezze, esistenze. Hanno instaurato da tempo un canale privilegiato di rapporti e relazioni con gli esponenti politici più importanti e decisivi del Paese ed entrano sistematicamente negli affari e nell’amministrazione con arrogante disinvoltura. Negli ultimi vent’anni tutto ciò ha trovato una garanzia “istituzionale”, sottoscritta e siglata nell’accordo fantoccio del 1994, il NAFTA (North American Free Trade Agreement), nato con la finalità di favorire una maggiore integrazione e liberalità economica e politica fra i  paesi dell’area, ma che di fatto ha definitivamente affossato la produttività messicana riducendone gravemente il peso e la forza contrattuale. Il ricatto continuo a cui è assoggettata la popolazione occupata, il ridotto costo del lavoro e della manodopera locale hanno poi generato un aumento esponenziale del flusso dell’immigrazione clandestina che, come immediata conseguenza, ha avuto il diretto risultato di far erigere dal governo statunitense una nuova cortina di separazione, da ostentare al mondo, e una condizione inumana di segregazione sociale.

In questo quadro geo-politico fatto di accordi internazionali è stata creata anche una rete trasversale e inter-poliziesca di prevenzione e controllo, nel tentativo di combattere e arginare un fenomeno che ormai ha assunto le dimensioni di una vera e propria organizzazione parastatale:  il sanguinoso e incontrastato dominio del narcotraffico. Ma la cosiddetta “Iniziativa di Merida”, ovvero la formazione di una rete congiunta di piani di repressione nei confronti dei mercanti della droga, inaugurata nel 2006 sotto la presidenza di Felipe Calderòn, non ha fatto altro che allargare ulteriormente la presenza militare e l’egemonia degli Stati Uniti in tutta la zona, mentre sul piano preventivo e coercitivo non ha prodotto alcun risultato. Questo soprattutto perché tutte le azioni intraprese sono inevitabilmente capitolate di fronte a una evidenza fatta di conniventi, reciproci interessi tra la criminalità organizzata e il potere politico e in cui entrano regolarmente anche polizia e militari, facilmente corruttibili. La contrapposizione ai cartelli della droga in questo modo, non solo non ha fermato le sanguinose faide tra gruppi, che ormai sono composti da veri e propri eserciti organizzati, ma continua a mietere innumerevoli vittime per lo più innocenti: donne, uomini e molto spesso bambini assoldati per pochi dollari come manovalanza da gettare in pasto all’efferatezza di trafficanti e forze dell’ordine.


Messico. San Juan Chamula, marzo 2013. Foto Laura Di Maggio
A corollario di questa tragedia infinita però ve n’è un’altra, ugualmente violenta e angosciosa: il nuovo, ma allo stesso tempo antico dramma dei desaparecidos, fenomeno ormai in terrificante ripresa. A partire dalla repressione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, questa pratica ha visto un crescendo impressionante con un’impennata, proprio intorno alla metà degli anni ’90, periodo che, guarda caso, coincide con l’inizio dell’insurrezione contadina e indio in Chiapas, guidata dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale). Ad oggi si contano già più di 26 mila persone scomparse, tanto che lo scorso febbraio l’organizzazione statunitense Human Rights Watch ha presentato una relazione di oltre 200 pagine dal titolo “I desaparecidos in Messico. Il prezzo di una persistente crisi ignorata”. [1]
Le cause sono sia politiche che di natura criminale-ricattatoria e, a conferma della tragicità di questi ultimi mesi, è di qualche settimana fa la notizia dell’avvenuta liberazione da parte della polizia federale oltre 70 persone, molte delle quali migranti ‘irregolari’, a Reynosa, nello stato settentrionale di Tamaulipas, dove erano tenute in ostaggio a scopo di estorsione.[2]
L’incremento di questa “pratica” va’ di pari passo, come si diceva, con una maggiore e sempre più consapevole e organizzata opposizione sociale. Il dissenso nel Paese si espone così di conseguenza sempre più ad azioni repressive di polizia e militari, ai quali non mancano dunque le occasioni e i pretesti per fare esibizione di forza. E’ accaduto ad esempio lo scorso 2 ottobre a Città del Messico durante la commemorazione della strage di Tlatelolco del 1968, come riferisce il giornalista Fabrizio Lorusso, in una bella e lunga intervista ad Alejandro Cerezo, pubblicata lo scorso 23 ottobre su lamericalatina.net. Alejandro è uno dei tre fratelli, gli altri due sono Héctor e Antonio, fatti prigionieri nel 2001 e condannati a diversi anni di prigione. In quella occasione parenti e amici si riunirono in un comitato, che prese proprio il nome di “Comitato Cerezo”, con l’intento di far conoscerne la storia e di farsi promotori della scarcerazione. Nell’intervista, Alejandro parla di una lucida strategia che tende a far si che manifestanti e attivisti vengano forzatamente prelevati durante manifestazioni o proteste. In occasione del 2 ottobre si sono contati oltre 100 arresti, con la polizia che utilizza la tattica delle “finte” provocazioni per aver poi il campo libero per poter reagire. Grazie anche all’opera del “Comitato Cerezo” e di altre associazioni analoghe, è stato possibile in quella così come in altre occasioni, documentare scontri e arresti e quindi contenere il numero di manifestanti catturati e spariti. Alejandro poi parla di come, con l’insediamento del presidente Peña Nieto, e il ritorno del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) al potere alla fine del 2012, ci sia stata “una politica di continuità e perfezionamento delle politiche di Calderón e l’unica cosa che cambia è il discorso mediatico”, ovvero si fa in modo che certe pratiche vengano chiamate diversamente o spariscano del tutto dalle notizie.[3]
A tal proposito Andrea Spotti, giornalista indipendente, già collaboratore di Contropiano, MilanoX, Carmilla, Sos Fornace, PopOff Globalist, rende nota la vicenda della scomparsa di Teodulfo Torres, quarantunenne e attivista tra i più conosciuti tra i movimenti antagonisti di Città del Messico. Aderente a molte associazioni, come Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e La Otra Cultura, da più di sei mesi El Tío, come lo chiamano i suoi compagni, è letteralmente scomparso nel nulla. Ciò conferma che, il processo è tutt’altro che lontano dell’arrestarsi, anzi si registrano già “tredici casi di sparizioni forzate ai danni di membri di organizzazioni e movimenti sociali”, come denuncia a “La Jornada” Nadín Reyes, coordinatrice del Comité Hasta Encontrarlos.[4]
Il Messico resta un paese ancora estremamente difficile e pieno di contraddizioni. Un territorio ricco di risorse e di cultura ma, allo stesso tempo, relegato a una condizione di dipendenza dall’economia globale. La stretta vicinanza agli Stati Uniti ne accentua le difficoltà nell’autodeterminazione, come invece sta accadendo ormai da tempo negli altri paesi del Latino-America. Troppo forti gli interessi di “oltreconfine” che gravano e spingono inesorabilmente in una direzione contraria all’affrancamento sociale e collettivo, troppo stretti i rapporti che legano l’amministrazione statale messicana agli interessi del grande capitale straniero che, in combutta con gli Stati Uniti ne orienta e ne condiziona le scelte. La speranza è che la grande marcia zapatista iniziata nella Selva Lacandona e del cui inizio ricorreranno presto i venti anni, possa presto allargarsi al resto del paese proseguendo sulla strada della continuità emancipatrice e di liberazione.

Cristiano Roccheggiani

[1] Jorge García Castillo, “MESSICO.  IL DRAMMA DEI DESAPARECIDOS”, www.misna.org, 2 settembre 2013.
[2] Giustizia e Diritti umani, “LIBERATE DECINE DI OSTAGGI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA”, www.misna.org, 1 ottobre 2013
[3] Fabrizio Lorusso, “IL COMITÉ CEREZO IN MESICO: INTERVISTA SU DIRITTI UMANI, NARCOGUERRA E DESAPARECIDOS” in www.lamericalatina.net, 23 ottobre 2013
[4] Andrea Spotti, ”NEOAUTORITARISMO MESSICANO E DESAPARECIDOS – EL TIO DESAPARECIDO”,  in Osservatorio America Latina,  19 ottobre 2013

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