Legge elettorale: la democrazia reale italiana meno democratica.

Roma Palazzo Montecitorio
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Ci si è occupati – da Maggio 2017 – del Rosatellum n. 1, (poi abbandonato), e – dopo la vittoria referendaria che ha impedito la manomissione della Costituzione delle Repubblica italiana – non potevamo, per un dovere informativo verso noi stessi e i nostri interlocutori civili, non occuparci del Rosatellum n. 2, che alla fine è diventato forzatamente Legge dello Stato. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha promulgata dopo l’approvazione del Parlamento. Ciò dimostra che ci si può fidare. Una legge di sei articoli, votata in Senato ricorrendo a 5 voti di fiducia, che hanno fatto decadere tutti gli emendamenti, che contiene modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e la delega al Governo per la determinazione dei collegi elettorali uninominali e plurinominali.

Tuttavia confessiamo: ce ne siamo occupati con noia e insofferenza crescente. Ci siamo chiesti: se tra qualche anno i nostri ragazzi e le nostre ragazze volessero dar vita a formazioni politiche del tutto inedite (un diritto sempre ma soprattutto nell’opprimente stato attuale delle cose), troverebbero in questa legge qualche impulso alla partecipazione (di elettori ed animatori politici) e alla responsabilità (di prendersi davvero carico delle istituzioni e della loro missione di fare qualcosa di importante per la società)?

La nuova legge elettorale miscela la componente maggioritaria uninominale con quella proporzionale plurinominale: ma mentre nel passato (Legge Mattarella del 1993) era del tutto prevalente la prima, ora lo è la seconda: la prima (coi suoi effetti “disproporzionali” nella traduzione dei voti in seggi) sembrerebbe ininfluente ai fini della formazione di una limpida maggioranza parlamentare (interessa il 36,8% dei seggi di ciascuna Camera), finendo per spalmarsi senza costrutto sulle tre minoranze maggiori esistenti (Centrodestra, Pd, M5Stelle).

Volendo incentivare la formazione di “coalizioni”, era logico attendersi il ripristino del “capo della coalizione”, il leader di governo indicato dai partiti collegati (che l’Italicum aveva soppresso riservando la competizione elettorale a singole liste). Invece ciascun partito (pur collegato ad altri più o meno affini per conquistare i collegi uninominali maggioritari, dove si vince con un solo voto in più degli altri) presenterà il “suo” capo politico, così come non ci sarà un programma politico comune, ma ciascuno presenterà il “suo” (si tratta di partiti per i quali pudicamente il legislatore ha soppresso la preesistente proposizione “che si candidano per governare”).

L’elettore avrà a disposizione un’unica scheda e soprattutto un unico voto: col voto alla lista di candidati nel collegio plurinominale si intende votato anche il candidato proposto dallo stesso partito nel collegio uninominale. Insomma, niente voto disgiunto, circostanza che obiettivamente riduce al lumicino la libertà dell’elettore: il voto alla lista di partito decide del voto al candidato nel collegio uninominale, o accetti o rigetti in blocco tutta l’offerta dei singoli partiti ((i partiti leaderistici, personali, padronali dei nostri giorni).

Nei collegi plurinominali, le liste di candidati saranno bloccate (indisponibili alla scelta degli elettori tra candidato e candidato). Nelle liste il numero di candidati dovrà essere non inferiore a due né superiore a quattro. Liste “corte” di candidati, insomma, che l’elettore potrà vedere direttamente sulla scheda, ma appunto solo vedere.

Il candidato nel collegio uninominale potrà essere candidato in collegi plurinominali, fino a un massimo di cinque. È vero che il candidato eletto nell’uno e negli altri si intende eletto nel collegio uninominale. Ma è anche vero che il candidato respinto dagli elettori dalla porta del collegio uninominale avrebbe così fino a cinque possibilità di rientrare dalla finestra dei collegi plurinominali. Insomma, qualche elettore potrebbe avere la sensazione che il suo voto, anche per questo, è in realtà una cosa, oltre che assai condizionata, poco importante.

La nuova legge elettorale rende invece effettivamente omogenee tra Camera e Senato le soglie di accesso alla rappresentanza (soglie di sbarramento): il 3% dei voti validi a livello nazionale per le liste che si presentano da sole, il 10% per le coalizioni (ma almeno una lista dovrà conseguire il 3%). Per il Senato (in omaggio alla previsione costituzionale della sua elezione “a base regionale”) viene prevista una soglia alternativa del 20% dei voti in Regione (si tratti di liste singole o collegate in coalizione).

Sostanzialmente la riforma modifica all’art. 1 il Decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 (Testo unico per l’elezione della Camera dei Deputati); all’art. 2 il decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico per l’elezione del Senato). Entrambi testi ampiamente e variamente riformati e “martoriati” nel corso delle Legislature.

Forniamo il “testo a fronte prima e dopo la riforma”, avvertendo che “il prima”, per la Camera dei Deputati è costituito dall’Italicum (Legge52/2015) residuante dalle censure della Sentenza 35/2017 della Corte Costituzionale (che colpì turno di ballottaggio e facoltà di opzione da parte del pluri-candidato eletto in più collegi), per il Senato della Repubblica dal Porcellum (Legge 270/2005) residuante dalla Sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale (che colpì premio di maggioranza senza il raggiungimento di una soglia minima di voti e liste bloccate “lunghe”).
Giovanni Dursi

Il testo a fronte è tratto dal Dossier n. 548, ottobre 2017, del Servizio studi del Senato.

Riforma 2017 della legge elettorale, Testo a fronte prima e dopo.pdf 
Forniamo anche il Disegno di legge di modifica approvato.pdf

Fonte: Istituto De Gasperi – Bologna – http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/

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