Legge elettorale, “parlamentarismo” e rabbia all’epoca della “politica palindroma”

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Il tentativo di imporre ai cittadini una Legge elettorale che faccia comodo ad alcuni partiti i quali, coalizzati nell’impresa normativa, attualmente occupano maggioritariamente il numero di scranni parlamentari, ha trovato un esito che liquida definitivamente l’idea di un edificio istituzionale democratico ancora non collassato. La ministra per il Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ha posto nell’Aula della Camera la questione di fiducia sulla proposta di legge di riforma elettorale nel testo licenziato dalla Commissione Affari costituzionali. Tecnicamente, il centro-destra ed il centro-sinistra hanno deciso che saranno tre le fiducie, sui primi tre articoli dei cinque di cui si compone la Legge elettorale, che saranno votate dall’11 Ottobre nell’Aula della Camera; due si voteranno mercoledì, la terza giovedì; la seconda fiducia, sull’articolo 2 sarà votata sempre mercoledì dalle 19:30, con dichiarazioni di voto dalle 17:30; la terza fiducia, sull’articolo 3, si voterà giovedì dalle 11 (dichiarazioni di voto dalle 9).

Rebus sic stantibus, va posta la domanda: la virulenza dello spregiudicato attacco congiunto di oggi alla Costituzione di Lega Nord, Forza Italia, Partito democratico ed Alternativa popolare segnala con urgenza che non è più tempo di urlare allo scandalo perché è nell’evanescenza dell’attuale forma di governo parlamentare e della forma di Stato definite dalla Costituzione del 1948 che si cela l’arcano.
Ce lo spiegano a chiare lettere i fautori stessi dello stravolgimento della Costituzione (referendum costituzionale), in diversi casi senza mascherature, spudoratamente. E ce lo spiegano con un discorso pragmatico, in riferimento alla struttura economico-sociale che richiede la modifica della sovrastruttura: la forma di governo parlamentare stabilita dalla Costituzione italiana è incompatibile con le esigenze del capitalismo nell’attuale fase di imperialismo transnazionale (la cosiddetta “globalizzazione”), a conferma di una incompatibilità strategica di capitalismo e democrazia. Le esigenze dell’economia e del mercato necessitano di tempi rapidissimi di decisione, tempi non più compatibili con il parlamentarismo puro. Si è ovviato per anni a questo problema con i provvedimenti economici a iter obbligato, con la decretazione d’urgenza e con le leggi delega, tra le proteste di coloro che, giustamente, in termini di diritto costituzionale, considerano tutto ciò come una compressione dei diritti dei parlamentari. Tuttavia, questi escamotage da “Costituzione materiale” non possono essere utilizzati indefinitamente. Occorre, viceversa, velocizzare il procedimento decisionale, bypassando tutte le garanzie costituzionali, politiche e legali necessarie. Anche la Legge elettorale presentata contribuisce a dare risposta alle esigenze di “comando” evidenziate, proponendo l’elezione di personale politico affidabile, disciplinato e ricattabile che, con la nomina a Deputato o Senatore, sancisce un legame di indissolubile subalternità con il Partito che avrà la maggioranza parlamentare.

Il “gioco” italiano, del resto, non è solo nazionale. È l’intrattenimento più diffuso al mondo: transitare dalla “democrazia reale” all’autoritarismo. Infatti, l’Impero non ha alternative sociali al suo interno. Il tempo imperiale prevede uno “sviluppo umano” [1] che decreta la morte, solo per alcuni. Straziante, incomparabilmente più d’ogni lògos violato, morire di stenti. Morire di freddo, di fame, di cure, d’assenza di relazioni, d’assenza di lavoro e dignità. La “razionalità” umana risiede nella violenza, imperniata nella nozione di polemos. Altra indole omicida si rintraccia nello sterminio di bisogni agonistici ed antagonistici, espressione utopistica (utopia deriva dal greco οὐ – non – e τόπος – luogo) di ciò che deve e può essere ancora realizzato. La parola “rabbia” deriva dal sanscrito “rabbahs“, che significa “fare violenza“. Quindi, c’è liberazione dal neocapitalismo globale nel determinato esercizio delle soluzioni di continuità, delle rotture, della inconciliabile dualità nel corpo sociale. “L’intima natura delle cose ama nascondersi” (Fr. 123). Essa va incessantemente ricercata, aprendosi dall’Uno al Tutto e facendo ritorno dal Tutto all’Uno, per il tramite di un pensiero e di un cammino che siano istantaneamente e simultaneamente dimoranti nel Tutto e nell’Uno. Questo è lo schema euristico e, insieme, ermeneutico della filosofia di Eraclito. Esso consente di strappare dall’oscurità e rendere intelligibili alcuni enunciati eraclitei centrali, particolarmente vicini al tema che va sottoposto a investigazione: a. “Non si riconoscerebbe la parola giustizia, se non esistesse l’ingiustizia” (Fr. 23); b. “Tutto è a un tempo concordia e discordia” (Fr. 51); c. “Polemos di tutte le cose è padre, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi” (Fr. 53); d. “L’armonia invisibile val più della visibile” (Fr. 54); e. “Si deve sapere che la guerra è comune e che la giustizia è contesa, e che tutto accade secondo contesa e necessità” (Fr. 80).
Rabbia. Unilaterale, perché altrimenti si snatura. La rabbia è una zoonosi, causata da un virus appartenente alla famiglia dei rabdovirus, genere Lyssavirus. Colpisce animali selvatici e domestici e si può trasmettere all’uomo e ad altri animali attraverso il contatto con saliva di animali malati, quindi attraverso morsi, ferite, graffi, soluzioni di continuo della cute o contatto con mucose anche integre. Il cane, per il ciclo urbano, e la volpe, per il ciclo silvestre, sono attualmente gli animali maggiormente interessati sotto il profilo epidemiologico.

Marchionne può andare dove gli pare, ma la FIAT tirata avanti con gli incentivi degli italiani rimarrà qui, perché ce la possiamo prendere con la forza. La fabbrica e i capitali accumulati. Son nostri. NOSTRI”, si scrive rabbiosamente. Da condividere. Molti la pensano negli stessi termini. La rabbia va esercitata per essere “vera”. Come nell’alto Medioevo, in un contesto che media intensamente “cristianesimo primitivo” e “comunismo primitivo“, oggi il tema del dominio viene ripreso e coniugato in un rapporto di implicazione diretta con “etiche” contrapposte. La lotta della classe operaia è indissolubilmente legata alle esigenze unilaterali antagoniste dell’autovalorizzazione, non della “democrazia” che reprime la “rabbia”. Il “regime democratico” stabilisce il dominio, le gerarchie di comando, rende eterno lo sfruttamento, anestetizza l’intelligenza collettiva dentro narcotiche “forme di vita”, castra l’insorgenza della “comunità”, determina l’alienazione della “rappresentazione”. L’autentica ricchezza trasformativa, la principale risorsa eversiva dell’attuale dominante sistema sociale va identificata non nel capitale materiale, bensì da quello sociale. È il livello di “conoscenza” e “coscienza” delle moltitudini, nel vivo della conflittualità senza riserve politico-culturali, a caratterizzare la possibilità di rivolta antisistema. È il livello di “conoscenza” e “coscienza” delle moltitudini a ridefinire gli effetti da sclerosi metafisica di quanti non condividono la “rabbia”, unica energia generatrice d’allusione concreta alle pratiche comuniste di “soggetti” che continuano a lavorare per costruire l’iniziativa rivoluzionaria. Ma con chi e in che modo ripercorrere la strada intrapresa della “rabbia” nella metropoli italiana del capitalismo globale?
Dentro il movimento d’opposizione politica non è mai mancato lo spazio per la critica e l’autocritica, il dibattito seguito alle sconfitte inflitte all’insubordinazione sociale dalla fine degli anni ’70 ad oggi è stato profondo e condotto in termini tali da non poter essere liquidato come una prassi formale e non sostanziale nella ridefinizione di una strategia rivoluzionaria. Un confronto serrato, ma sempre interno al campo della trasformazione rivoluzionaria della società.
Alcuni pseudo «storici», invece, pensano chiaramente ad altro referente, l’unico capace di valorizzare adeguatamente la loro smania di ricostruzione delle vicende dell’insubordinazione sociale. Pensano alla putrida sponda partitica. E non è certo voler forzare o stravolgere il loro pensiero affermare che questo referente è quel “sistema dei partiti” che promette – invariabilmente, palindromicamente – solo lacrime e sangue. È nei fatti. È nella recente storia economica, sociale, politica ed istituzionale. In quanto pseudo «storici» i nostri non hanno fretta di ribellarsi, si limitano a ”comunicare” lo sdegno, in attesa di migliori momenti, a “ricercare” in modo fabulatorio la “connessione con il popolo”. Un variegato arco di forze erede della “storica e nuova sinistra” si mostra impotente di fronte alla “crisi” di ristrutturazione del modello capitalistico di sfruttamento e riproduzione dei rapporti sociali. Pronti ed interessati, velleitariamente quanto vigliaccamente, a porre un’opzione politica sul futuro dell’operazione «massacro sociale». Miserie. “rabbia” contro la “miseria” e le “miserie”. La “rabbia” non può essere abiurata, dalla “rabbia” non ci si può dissociare, pena l’azzeramento identitario, la compartecipazione da attori non protagonisti alla “spettacolo”. È per evitare simili confusioni che a qualcuno di loro pare sia promessa una ulteriore legittimazione del loro “parlare” del movimento di trasformazione radicale della società. Le loro preoccupazioni, vendere la “rivolta”, vendere una consulenza storico-politica. Al di fuori del dibattito fra oppositori, aprioristicamente pronti ad ogni qualsivoglia “trattativa” con il “potere”. La loro presunzione e la smania di protagonismo sono davvero cattive consigliere: costoro non rappresentano nessuno se non le loro ambizioni. La loro furbizia di aspiranti politicanti potrà coinvolgere altri, non certo l’antagonismo rabbioso che si riconosce nella validità strategica dell’esercizio della “rabbia”, non certo coloro che non collaborano alla costruzione di un mosaico esaltato dal capiate come il massimo della democrazia: accettare subalternità a vita nel sistema di sfruttamento vigente. Basta osservare con un po’ di onesta attenzione per comprendere il presente della situazione sociale e per sapere quale futuro si prepara a danno dell’esistenza delle moltitudini in rivolta. Se si lascia correre.
Giovanni Dursi

[1] http://hdr.undp.org/en/ 

 

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