Leggere: “la miglior polizza di assicurazione morale”.

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È in corso a Roma, dal 19 al 22 maggio, l'evento Impossibile 2022 organizzato da Save the Children per la promozione di uno spazio di confronto sui diritti delle bambine, dei bambini e degli adolescenti, con l'obiettivo di condividere proposte e interventi concreti per superare le che la pandemia ha generato o aggravato. Nel mondo, 117 milioni di bambini sono ancora senza scuola a causa della pandemia (il 7,5% circa della popolazione scolastica), e nei paesi più poveri si sono persi il 66% di giorni di scuola in più rispetto ai paesi ricchi, mentre 1 bambino su 5 rischia di abbandonare definitivamente gli studi e questo significa esporsi a violenza, sfruttamento, matrimoni precoci, conflitti. Anche in Italia i bambini e le bambine subiscono in prima persona le conseguenze della pandemia. Basti pensare che il mancato raggiungimento del livello minimo di competenze a 15 anni, riguarda quasi la metà degli studenti.

Per Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia, in Italia esiste «una crudele “ingiustizia generazionale” perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (l dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni». Ha aggiunto che «la dispersione scolastica implicita, cioè l'incapacità di un ragazzo/a di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto, è al 51%. Un dramma, non solo per il sistema di istruzione e per lo sviluppo economico, ma per la tenuta democratica di un paese. I più colpiti sono gli studenti delle famiglie più povere, quelle che vivono al sud e quelle con background migratorio».

Evidentemente, abbiamo un Paese che deve essere tutto riqualificato. Un Paese che non deve considerare scuola e cultura come un'aggiunta, ma una leva fondamentale. Il ministro Patrizio Bianchi ha sostenuto giustamente che «la scuola è lo specchio del Paese. Se vede nella scuola riflessi i problemi del Paese l'errore sarebbe pensare che questi sono problemi della scuola. Abbiamo un Paese che oggettivamente è frammentato, ci sono delle parti del Paese che, non di fronte alla crisi attuale, ma di fronte a una grande crisi degli ultimi 15 anni, hanno reagito in forma molto diversa». Un paese spaccato, anche nella comprensione del testo.

Continuiamo ad essere un paese dove si legge poco. Fenomeno già denunciato da intellettuali come Calvino e Pasolini negli anni 60 del secolo scorso, in concomitanza con il boom economico. Il rapporto di PISA 2018 di OCSE che ogni tre anni misura le performance dei quindicenni italiani su diversi aspetti, fra cui la capacità di e comprensione testuale, ha rilevato che solo il 77% degli studenti ha raggiunto almeno il livello 2 di competenza in lettura, ossia riuscire a identificare l'idea principale in un testo di lunghezza moderata, trovare informazioni basate su criteri espliciti, anche se a volte complessi, e possono riflettere sullo scopo e sulla forma dei testi se esplicitamente guidati. Le ragazzine, e soprattutto le bambine che frequentano la scuola elementare, leggono più dei maschi. Dobbiamo tenere a mente però che qui si parla di libri, non di lettura tout court, che comprende la lettura di siti, blog, giornali e anche contenuti sui social network. Il 45% dei maschi 15-17enni e il 64% delle femmine ha letto almeno un libro nell'ultimo anno, esclusi i testi scolastici, e una ragazza su sei ne ha letti da 3 a 12, la stessa percentuale che si riscontra fra i 45-60enni. Infine, si osserva che se in casa si legge, e se lo fanno abitualmente entrambi i genitori, i ragazzi sono più portati a fare lo stesso: solo il 40% dei 15-18enni che proviene da famiglie dove nessuno legge, lo fa, mentre fra chi proviene da realtà dove è abitudine che i genitori comprino libri, la percentuale è doppia. Fra i bambini il gap è ancora più evidente.

Giustamente è in gioco la tenuta democratica del paese. è un esercizio che educa al discerni­mento, alla coltivazione della curiosità e alla conoscenza. Esercita alla critica e alla scelta. Aiuta a capire la propria umanità, a vagliarla così com'è. Leggendo riusciamo ad avere uno sguardo attento, impariamo a stare al mondo, dentro il mondo e con il mondo. Potremmo dire che leggere è un atto di apertura verso sé stessi e verso gli altri, guardando la realtà oltre la superficialità della prima impressione. In tal senso, la lettura e la non rappresentano la modalità per scappare dal mondo – quante volte sentiamo parlare con termini denigranti di ro­manzo di evasione, utile lettura per allontanarsi dalla realtà per qualche ora (o giorno) -, ma forniscono uno sguardo nuovo e vivo sul mondo e la realtà. Leggere, rileggere e analizzare un testo – come ho potuto verificare da insegnante e vedere an­che nell'esperienza letteraria dei detenuti – può rivelarsi un'attività molto seria, uno stravolgimento che può modificare sensibilmente i nostri punti vista.

Tat'jana Kasatkina – filologa, filosofa, massima conoscitrice e stu­diosa di Fëdor Dostoevskij, nonché promotrice dei laboratori di lettura – scrive: «[…] ogni rilettura del testo opera qualcosa anche in noi, perché leggere un testo impunemente non è possibile. Come qualsiasi personali­tà con cui entriamo in rapporto, anche il testo agisce, fa qualcosa a chi si relaziona con lui realizzando, come accadeva nell'alchimia, un'influenza reciproca: noi influiamo sul testo e il testo agisce su di noi; ci trasfor­miamo reciprocamente […]». La lettura non sottrae alla realtà di tutti i giorni. Anzi, ci aiuta a stare dentro la realtà con noi stessi e vedere chi siamo, a meglio comprendere ciò che ci circonda. Se ci commuoviamo, se ci provoca rabbia, indignazione, se ci immedesimiamo o parteggiamo per un personaggio o un altro non è certo perché stiamo evadendo, ma esattamente per il suo contrario: significa che è scattato il nostro coin­volgimento e quanto più ci coinvolgiamo tanto più diventiamo ricettivi e reattivi.

La trasmissione culturale avviene prevalentemente per via orizzontale, in un contesto che sembra offrire pari opportunità e che quindi non è più condizionato dalle gerarchie del passato, che si fondavano su un rapporto verticale tra chi sapeva e chi doveva apprendere14. Bauman ricordava che storicamente la “cultura” ha avuto una missione di prose­litismo, finalizzata a educare le masse e raffinarne i costumi: gli “strati bassi della società” dovevano elevarsi. Quotidianamente noi insegnanti e non sperimentiamo che forse siamo caduti nell'eccesso opposto e tanti, soprattutto i più giovani, rifiutano le competenze e disconoscono il ruolo degli “esperti”. Tutti noi abbiamo l'illusione che, a partire da poche e banali notizie recuperate sul web, possiamo saperne quanto basta. Tutti possiamo presumere di essere esperti di qualsiasi cosa. Po­tremmo dire non solo tutti commissari tecnici della Nazionale di calcio, ma anche tutti virologi e quant'altro. Molti nostri allievi danno valore ed importanza solo alle comunicazioni tra pari, non comprendendo che la rete si trasforma così in una gigantesca bolla in cui i giovani credo­no di poter dire e ascoltare quello che vogliono. Sotto i 30 anni, oggi, sono i social media e non i notiziari televisivi nazionali le modalità di informazione più diffuse. Occorre avere il coraggio di dimostrare esattamente l'opposto, come ha fatto lo scrittore Franco Ferrucci con una frase di un suo libro di qualche anno fa: «in perfetta buona fede il ragazzo credeva di avere un sacco di cose da dire mentre aveva un gran bisogno che gli si dicesse qualcosa».

Molti insegnanti, come me, si sono formati in un'era pre-inter­nettiana, accostandosi alla cultura attraverso forme e linguaggi pro­pri dell'universo analogico (l'apprendimento impostato sulla lezione frontale per intenderci, ossia lo studio fondato sulla comunicazione scritta, la fruizione culturale praticata nei luoghi “sacri” della cultura come i teatri, i musei, le biblioteche) e continuando ad impostare inevitabilmente le loro riflessioni sulle evoluzioni in corso attraverso un frequente confronto fra il “prima” e il “dopo”, spesso pregiudicato e falsato dall'età e dalla nostalgia. È evidente che oggi si legge in modo diverso dal passato, ci si informa in maniera più complessa di come lo si faceva solo pochi anni fa. E sono soprattutto i giovani ad avere abitudini di consumo culturale e mediale assai lontane da quelle dei loro genitori. Per i nostri giovani, come del resto per molti adulti e miliardi di esseri umani, lo smartphone è ormai una vera e propria tecno-protesi corporea, uno schermo-pelle, caratterizzato dal movimento delle dita sullo schermo. Lo schermo-pelle è come un imbuto digitale che ingloba servizi, notizie, commenti, relazioni sociali, intrattenimento, e ultimamente a causa della pandemia, anche educazione e istruzione. La creazione di senso mediata dal nuovo ambiente digitale, fortemente abitato dalle emozioni, spesso negati­ve, che amplifica e ci ritrasmette, influenza il modo in cui percepia­mo il mondo e le credenze e opinioni che guidano le nostre scelte. Ripeto: anche per noi adulti oggi lo smartphone è una tecno-protesi corporea, ma non lo era quando eravamo adolescenti. Infatti, per essi oggi l'ambiente mediatico digitale, la cosiddetta mediasfera, è pre­sente fin dalla nascita e modifica notevolmente la natura della loro esperienza, poiché l'ibridazione degli aspetti digitali e corporei crea contaminazioni incrociate che ci richiedono una costante negoziazio­ne e rimediazione.

Che fare?
Periodicamente si ripropone l'annosa questione se è opportuno obbligare i ragazzi alla lettura. Conosciamo la frase di Gianni Rodari per la quale il verbo leggere non sopporta l'imperativo, resa celebre in seguito da Daniel Pennac. Effettivamente quando si viene obbligati a una certa attività, si finisce spesso con lo sviluppare avversione nei suoi confronti. Tuttavia, credo fermamente, come scriveva saggiamente alcuni anni fa lo storico della Letteratura Vittorio Spinazzola, che «nessuna programmazione educativa può far a meno di un aspetto impositivo. La questione è di equilibrarlo con un aspetto di rispondenza agli interessi mentali, la sensibilità espressiva, i codici di valori delle giovani generazioni nella stagione formativa». La lettura, a scuola ma non solo, spesso rappresenta la preziosa occa­sione di dialogo tra le generazioni. Leggere – spiego spesso ai miei allievi – ci pone infatti a contatto, e a confronto, con vite, reali o im­maginate, diverse dalla nostra: quale migliore educazione all'alterità? Leggere, poi, ci fa provare emozioni. Sempre narrare ha costituito una fondamentale facoltà sociale: ogni cultura ha affidato alla narrazione, al racconto, al mito, il senso di una memoria condivisa. È attraverso le parole che si connettono in un racconto che possiamo capire chi siamo, che cosa viviamo, che cosa pensiamo, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre attese.

L'attività-inattiva in cui consiste l'atto di leggere – ha acutamente osservato Corrado Augias – è un'operazione comunque innaturale. Tutto ciò che nel lettore «si agita avviene nei pochi centimetri cubi del suo cervello. La sollecitazione delle cellule nervose, gli scambi tra le sinapsi gli danno eccitazione erotica, com­mozione sentimentale, divertimento, partecipazione, nella sua mente s'accendono ideali, balenano nostalgie, ci si commuove, si ride, affio­rano ricordi sepolti». Il critico Ezio Raimondi spiega perché la lettura, o meglio la letteratura, può essere considera­ta una salvaguardia non solo per gli individui ma per l'intera società, facendo chiaro riferimento al poeta Iosif Brodskij per il quale l'espe­rienza della letteratura può essere considerata come «la miglior polizza di assicurazione morale» di una società. A maggior ragione, non solo per il piacere che se ne ricava, per Augias «giova affrontare l'azione innaturale del leggere. Naturale è guardare, non leggere». Comprendo che oggi molti giovani abbiano poca voglia di leggere, almeno sulla carta. Oggettivamente i grandi capolavori della letteratura ottocente­sca, che permettono di sondare la natura umana meglio delle scienze cognitive, richiedono un poderoso impegno per essere letti. Un'attività troppo intensa, considerando la velocità con la quale è abituato a cor­rere un giovane del XXI secolo. Guardare è decisamente più semplice, compresa la visione per interposto telefonino o tablet. Leggere richie­de non solo tempo – spiega Augias – «ma un'attenzione concentrata, guardare invece si può fare in molti modi, compreso quello di guardare senza vedere».

La sfida è trasmettere che la lettura ha un importante risvolto esperienziale. Chi legge cerca il senso dell'esistenza umana, ritornando a farsi le domande essenziali: da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo? È una ginnastica essenziale alla formazione umana dell'uomo. Si legge perché riconosciamo – ci ricorda Nadia Fusini – «allo scrittore la capacità di operare in noi una metamorfosi. Sì, certo, è alla realtà, è al mondo vero, che lo scrittore attinge per costruire il suo mondo irreale; ma è del mondo reale, che vuole parlare – per cogliere oltre la sua opacità, oltre il suo capriccio, un'apertura all'essere più profonda, più radicale, che si dà soltanto così, perché lui la inventa. Cioè, la trova. E cioè, la crea. È un momento davvero miracoloso quello in cui trascendenza e invenzione si confondono. E il lettore se ne fa testimone, perché è nel lettore che questo processo si incarna».

Spetta alla scuola un'importante ed impegnativa sfida: avvicinare i nostri giovani alla letteratura che non è proprio in cima ai pensieri degli studenti. Come coinvolgerli ed interessarli? Alcuni insegnanti, soprattutto quelli come me con decenni di insegnamento alle spalle, lamentano che in passato, forse, si poteva dare per scontata una diffusa familiarità con l'esperienza letteraria. Oggi mi sforzo di far sì che le letture che propongo interagiscano con le loro coscienze, ovviamente nei modi propri della letteratura. Certamente non ci riuscirò con la maggior parte di loro; gioisco quando ci riesco con qualcuno. Tuttavia, da tutti pretendo che comprendano la densità del testo letterario, la pregnanza dell'uso delle parole e l'importanza dei temi toccati.

Antonio Salvati

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