Leicester-Ranieri: è davvero la fine di un sogno?

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Ho un’immagine, in particolare, impressa nella mente. È il 30 aprile del 2016. Il Leicester ha appena pareggiato all’Old Trafford e il suo allenatore, Claudio Ranieri, si presenta in conferenza stampa. Un giornalista gli chiede se il giorno seguente avrebbe visto la partita del Tottenham: quel match da cui avrebbe potuto dipendere la sorte (e la realizzazione dell’impresa) del Leicester. L’allenatore italiano scherza, è sorridente. No, il giorno dopo non avrebbe visto la partita, perché durante il match sarebbe stato in volo per l’Italia, con l’intenzione di passare due giorni con la sua anziana madre. Il resto è storia, scalfita negli annali calcistici d’ogni tempo. Gli Spurs pareggiarono e, proprio mentre l’aereo lo stava riportando a casa, Ranieri diventava ufficialmente “King Claudio”.
Non so esattamente perché, ma di tutta la straordinaria impresa del Leicester dell’anno scorso, e del suo condottiero, ho conservato questo come momento più rappresentativo, genuino e umano.

Cosa sia stata la stagione e la vittoria finale del campionato inglese nella scorsa stagione da parte del Leicester è cosa nota: agli amanti del calcio e dello sport in genere. Una favola che ha fatto sognare una città e un popolo intero, portando sull’Olimpo del calcio un allenatore, Claudio Ranieri appunto, mai considerato vincente. E invece, col suo tono garbato, posato, mite, con l’umiltà di chi conosce quanti sacrifici lo sport vero e autentico imponga, Claudio la sua rivincita se l’è presa sul campo.
Tutti hanno finito per riconoscersi in quella squadra caparbia, cinica e determinata. Tutti avrebbero voluto far parte di quel gruppo, condividerne la compattezza dello spogliatoio e quell’atmosfera magica che a suon di vittorie era stata costruita. Tutti, addetti ai lavori e non, volevano sapere come sarebbe andata a finire, se effettivamente il Leicester sarebbe riuscito ad incarnare sogni e speranze di molti laureandosi campione d’Inghilterra. Perché la vittoria di quella squadra non era semplicemente un trionfo sportivo: era molto di più. Il riscatto di un allenatore mai profeta in patria, il successo di una squadra, in partenza, condannata da molti a una plausibile retrocessione, l’apoteosi di un popolo e una città non abituata a certi traguardi, il nuovo sigillo in quell’eterna disputa tra Davide e Golia. Ma soprattutto, la vittoria del Leicester è la conferma che nulla – neppure i milioni spesi dagli altri club, relegati al ruolo di spettatori delle gesta altrui – può fermare la temerarietà di chi ha investito tempo e coraggio nei suoi progetti.
Dietro a tutto questo c’era Claudio Ranieri, a cui l’intero mondo calcistico ha riservato elogi e celebrazioni dopo averne più volte messo in risalto limiti e fallimenti. Ma del resto lo sport è questo: andare in Paradiso quando si compie qualcosa che non si riteneva fosse possibile; finire all’Inferno quando la magia finisce e nessuno è più disposto a concederti la sua riconoscenza, affidandola, semmai, a qualche sterile comunicato. Così, capita pure che colui che era da tutti descritto come l’eroe, il protagonista principale di un’impresa impensabile, venga tradito dai suoi stessi seguaci, decretando la conclusione amara che l’euforia dell’incanto sembrava poter tenere lontano. Claudio Ranieri non siederà più sulla panchina del suo Leicester: questo ha deciso la società a causa dei deludenti (o forse semplicemente normali) risultati della stagione in corso; questo, forse, hanno in un certo senso voluto alcuni giocatori che gli avrebbero voltato le spalle. Insomma, il colpo di scena finale di quello che era stato il film sportivo perfetto. Anche se, francamente, queste sono soltanto supposizioni che rischiano di intaccare una favola che merita di restare quanto più autentica possibile, confinata nella sua dimensione d’irripetibile trionfo: perfetta per chi intenda servirsene in futuro per alimentare i propri sogni.
Ci piace, in questi giorni di ordinario “lutto” sportivo, convincerci che l’esonero subito da Ranieri sia un capitolo a parte, che non trovi spazio in quel precedente capolavoro confezionato con arte e sapienza che deve invece restare un grande patrimonio condiviso da ogni amante sportivo. Nulla potrà scalfire la straordinarietà di quel campionato vinto; nulla potrà impedire di goderne ancora inneggiando al miracolo sportivo; nulla potrà minare la felicità vissuta e, siamo sicuri, non rimpianta, di un intero popolo. Ipocrita era pensare che l’impresa potesse essere ripetuta, o soltanto emulata, sfiorata, avvicinata: l’incantesimo avrebbe dovuto trascendere i limiti umani e rinnovarsi con una formula magica che nessuno stratega, nemmeno il venerato Ranieri, avrebbe saputo trovare.

L’impresa era compiuta, si trattava esclusivamente di conservarla, metterla da parte e farne sfoggio quando le critiche, inevitabilmente, avrebbero finito per scalzare via ricordi e relativa gratitudine. Ma Sir Claudio non lo hai mai fatto, mostrando l’umiltà di chi è consapevole di aver semplicemente svolto il suo lavoro. Claudio non si è servito dell’eroismo edificato meritatamente lo scorso anno per difendere il suo operato quando la squadra, durante questa stagione, non otteneva i risultati sperati. Ranieri è sempre rimasto se stesso finché l’ennesima, tra l’altro prevedibile, sconfitta non ha sancito la fine dell’incanto.

Al momento dell’addio, Ranieri ha dichiarato: “il mio sogno è morto”. Ma può finire davvero un sogno che ha fatto gioire tutti, che ha costituito la rivincita di un gruppo e innanzitutto di un uomo, che ha visto il cuore superare il denaro, che è servito a scrivere un pezzo di storia magari realmente irripetibile? L’esonero è soltanto la chiusura di un cerchio, o di un ciclo, come si dice solitamente in questi casi; è un punto, un sigillo che prima o poi, in maniera più o meno traumatica, sarebbe comunque arrivato. Il sogno di Ranieri, e di tutto il Leicester, non è finito. Anzi, semmai, esso si è definitivamente compiuto. Del resto, porre fine a un sogno svegliandosi d’improvviso è forse il modo migliore per ricordarsene in eterno.
Lorenzo Di Anselmo

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