L’elezione diretta del premier: Costituzione picconata

Palazzo Chigi, sede del Governo

Ci siamo. Con il primo “sì” pronunciato dalla 1a Commissione  Affari costituzionali del Senato, ha avuto inizio la discussione sul disegno di legge redatto dalla ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione Elisabetta Alberti Casellati, che probabilmente a tappe forzate – dato che per tutta la settimana l'Aula non sarà convocata – porterà all'approvazione del premierato.

Intanto nella lunga riunione è passato subito l'emendamento del governo che, riscrivendo l'articolo 3 del ddl, cioè la norma cardine della riforma, modifica l'articolo 92 della Costituzione inserendo il principio della elezione diretta del premier a suffragio universale. Nel disporre l'elezione diretta, riscrivendone in pratica l'articolo 3, «La nomina del governo», di fatto si dà forma e sostanza alla nuova figura che sta per affacciarsi nel panorama costituzionale italiano. Nella sostanza, il testo vigente dell'articolo 92 della Costituzione:
1. Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.
2. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri,

diventa (lasciando intatto il primo comma)

1. Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.
2. Il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni. Le votazioni per l'elezione delle due Camere e del Presidente del Consiglio avvengono contestualmente. La legge disciplina il sistema elettorale delle Camere secondo i princìpi di rappresentatività e governabilità e in modo che un premio, assegnato su base nazionale, garantisca il 55 per cento dei seggi in ciascuna delle due Camere alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio dei ministri. Il Presidente del Consiglio dei ministri è eletto nella Camera nella quale ha presentato la sua candidatura. 3. Il Presidente della Repubblica conferisce al Presidente del Consiglio dei ministri eletto l'incarico di formare il Governo e nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i ministri»
[1].

Inoltre, viene introdotto anche il limite di due mandati consecutivi (comunque elevabile a tre, qualora il Capo del governo abbia ricoperto l'incarico per un periodo inferiore a 7 anni e 6 mesi) per il premier eletto; rinvia alla futura legge elettorale la quantificazione dei seggi da assegnare con il premio di maggioranza che era stato fissato nella prima stesura al 55% per ciascuna delle due Camere. Stando così le cose, il premier designato dovrà avere a disposizione almeno la metà dei seggi più uno, dato che all'orizzonte ancora non si vede una proposta sul ballottaggio e neppure un livello minimo di soglia. Livello minimo che se assente, con il premio di maggioranza,  consentirebbe al futuro presidente del Consiglio di governare anche ottenendo un misero 20% dei voti.

La tenuta e la congruità interna del premierato è messa a repentaglio anche dalla norma che in caso di «dimissioni volontarie» presentate al Capo dello Stato dal Presidente del Consiglio, si può non andare alle elezioni, contraddicendo il cosiddetto mandato popolare, conferendo il  nuovo incarico allo stesso Presidente del Consiglio o ad altro esponente della maggioranza, vincolando quest'ultimo alla realizzazione del programma del presidente eletto. Se ne comprende la farraginosità e l'incongruenza – come dicevamo – rispetto alla sbandierata volontà del popolo.

Comunque sono ancora tanti gli aspetti da chiarire che la ministra Casellati povera di argomenti quando, sollecitata dai cronisti sulle troppe incongruenze, risponde: «Non so cosa ci sia da chiarire dal momento che la legge elettorale non c'è ancora. Chiarirò quando avrò presentato un testo su cui discutere. Ho già detto che questo testo sarà sottoposto prima di presentarlo, così come fatto con la riforma, anche alle opposizioni. Sempre per cercare una possibilità di incontro» [2].
Ma incontro con chi? Con le opposizioni? Risucchiarli come correi in questo selvaggio e pericolosissimo sgretolamento delle norme cardini della Costituzione? Certo, sarebbe un successo per la compagine di governo che comunque farebbe bene prima a chiarirsi al suo interno, se addirittura il vice presidente della Commissione Affari costituzionali, il leghista Paolo Tosato, esce allo scoperto esplicitando dubbi sull'accelerazione impressa alla riforma dichiarando: «Io vorrei solo essere sicuro che la riforma regga. Quando si modifica la Costituzione bisogna essere perfetti. Non vorrei ci si accorgesse, invece, che alcune modifiche sono necessarie solo in seconda lettura alla Camera» [3].

In questi interventi a dir poco grossolani, sono passati senza tanti scossoni la cancellazione del 2° comma dell'articolo 59 che prevedeva la nomina da parte del Presidente della Repubblica dei senatori a vita, nonché ha subìto sforbiciate anche il 1° comma dell'articolo 88 lì dove prevede la possibilità per il Capo dello Stato di sciogliere anche una sola Camera.

Questa è la cronaca dei primi passaggi, dominata dall'assoluta urgenza da parte del governo di convertire la democrazia parlamentare in un unicum che si appresterà a diventare il «premierato all'italiana», come ha proclamato con eccessiva enfasi la ministra Alberti Casellati. La questione di fondo ed esiziale per la democrazia, è che  scardinando l'attuale equilibrio fra i poteri dello Stato e i vertici delle Istituzioni, il testo non introduce nessun elemento di garanzia per compensare questo evidente squilibrio. Avremo, di conseguenza, un Presidente della Repubblica e un Parlamento ridimensionati a tal modo da risultare idonei soltanto a svolgere un ruolo defilato, diciamo di natura notarile, rispetto al capo dell'Esecutivo. L'esempio più eclatante lo si avrebbe nella ipotesi di gestione di eventuali crisi politiche, il momento cioè nel quale il Presidente della Repubblica gioca – almeno fino ad oggi – il suo fondamentale ruolo di mediatore che con la riforma svanirebbe del tutto. Infatti chi guida il Governo, a quel punto non avrebbe più bisogno di negoziare le proprie decisioni con gli altri soggetti istituzionali e cioè né con le Camere né con la sua stessa maggioranza della quale ne diventerebbe il capo assoluto, in virtù della legittimazione popolare (presunta grazie al premio di maggioranza che come detto deve essere ancora stabilito). E poi, altro che tutela della figura del Capo dello Stato come più volte ripetuto; a provvedere alla sua elezione sarebbe un Parlamento al guinzaglio del Primo Ministro.

Se dovesse passare la riforma senza una maggioranza qualificata, l'articolo 138 della Costituzione prevede la verifica popolare con lo strumento del referendum. E se anche allora si ottenesse il consenso popolare il Presidente del Consiglio, capo dell'esecutivo potrebbe avere sotto la sua diretta influenza, e controllo, non solo Camera e Senato ma anche il Presidente della Repubblica.

Sul punto, c'è chi si spende ancora per sostenere la riforma, forse sorvolando troppo rapidamente sulle incongruenze del testo e sulla sua pericolosità intrinseca e destabilizzante. A farlo, tra gli ultimi, c'è il professor Tommaso Edoardo Frosini Ordinario di Diritto Pubblico comparato presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli il quale sinteticamente vuole ricordarci che:« Il problema costituzionale italiano è il governo non certo il presidente della Repubblica, che funziona benissimo. Un governo che da oltre dieci anni, ovvero da Mario Monti in poi, non ha mai avuto un presidente del consiglio che fosse espressione di una indicazione elettorale da parte dei cittadini. Addirittura da Renzi in poi, il presidente del Consiglio non è stato nemmeno eletto come parlamentare[…] Il progetto di , presentato dal governo (ddl cost. n. 935), prevede di codificare in costituzione l'elezione diretta del primo ministro. Con l'obiettivo di rafforzare la figura e il ruolo del capo del governo, il quale sarebbe l'effettivo titolare dell'indirizzo politico, con alcuni poteri costituzionali, quali, soprattutto, quello di disporre dello scioglimento anticipato delle Camere. E con un presidente della repubblica, immutato nel suo ruolo e nelle sue prerogative, quale potere neutro e garante della costituzione» [4].

Eppure sono sempre più convinto che al di là di tutte le considerazioni che vogliamo fare, noi tutti dovremmo prendere atto che il vero problema riguarda la metabolizzazione del contenuto della Carta che, a 76 anni dalla sua promulgazione, risulta ancora indigesta a molti; forse a troppi. E per questo non ancora del tutto attuata. Mi vengono incontro le parole del costituzionalista Gaetano Azzariti quando afferma con lucida determinazione che: «chi oggi governa conduce una politica di sostanziale negatività rispetto alla Costituzione. Esempi concreti: attacchi a chi manifesta, attacchi alla libertà di stampa, insofferenza per chi sciopera a cui si risponde con la precettazione, insofferenza per l'indipendenza della Magistratura, insofferenza per chi chiede una presa di distanza rispetto al fascismo. Tutto questo, insieme, produce il clima a cui si cerca di dare forma istituzionale con l'elezione diretta del capo» [5].

Certo, la necessità di adattamento ai tempi è fondamentale per qualunque atto istituzionale, ma questo non deve essere la giustificazione per cambiamenti dettati da interessi propagandistici e di partito, perché l'attualità della Carta non si è ancora  dispiegata nel suo disegno di un sistema di democrazia pluralista e sociale che ad oggi è stato appena attuato. Basta vedere la distanza dagli obiettivi cardine del dettato costituzionale e cioè una piena attuazione del diritto al lavoro, alla sicurezza sociale, al diritto alla salute, e a quello all'istruzione, dove proprio la Costituzione vuole che la scuola sia aperta a tutti e che il diritto allo studio venga realizzato con convinzione piena dallo Stato.

Il fascino del rafforzamento dell'esecutivo ha sempre giocato un ruolo non indifferente anche nella storia repubblicana, e forse il ricorso al premierato deve essere sembrato al governo della Presidente del Consiglio Meloni uno strumento meno eclatante e appariscente del presidenzialismo o semipresidenzialismo, ma non per questo meno pericoloso. Sarà una coincidenza, ma sul c.d. «uomo (donna) solo al comando» Mussolini giustificava la necessità di governi solidi con  simili argomentazioni esposte in un dibattito sulla legge Acerbo, che nel 1923 introdusse il premio di maggioranza nel sistema proporzionale trasferendo di fatto ogni decisione  al potere esecutivo «un Governo nella sua più alta ma anche più concreta significazione di Istituto atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nell'azione quotidiana si presentano, non impacciato da preventive compromissioni, non impedito da divieti insormontabili, non soffocato da dissidi, non viziato nella origine da differenze ingenite di tendenze e di indirizzi» [6].
La Storia non si ripete mai allo stesso modo, ma vi sono sempre dei ricorsi.
Stefano Ferrarese

 

[1] https://italiaius.it/wp-content/uploads/2023/12/ddl-riforma-costituzionale-Meloni-Casellati.pdf, dicembre 2023
[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/04/02/premierato-ok-in-commissione-allelezione-diretta-cade-il-premio-di-maggioranza-al-55-e-casellati-apre-a-soglia-minima-e-ballottaggio/7498683/, 2 aprile 2024
[3] Adriana Logroscino, https://www.corriere.it/politica/24_aprile_03/premierato-primo-si-6cbc1c08-f149-11ee-acc3-37d6bada5a3d.shtml, 3 aprile 2024
[4] https://www.altalex.com/documents/2024/02/29/premierato-all-italiana-si-no, 29 febbraio 2024
[5] https://www.salviamolacostituzione.it/la-costituzione-e-talmente-indigesta-che-non-solo-e-inattuata-ma-la-si-vuole-buttare-eppure-e-frutto-di-tanta-saggezza/, 28 marzo 2024
[6] https://storia.camera.it/organi/giunta-elezioni-26-19210620/dal:19221123,al:19230205, 4 aprile 2024

 

 

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