Leonardo Sciascia. Una conversazione con Antonio Motta

Lucia Tancredi e Antonio Motta
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Se questa conversazione fosse in presenza, sarei con  Antonio Motta nelle stanze del Centro Studi Leonardo Sciascia – Archivio del Novecento di San Marco in Lamis – di cui è fondatore e direttore -, seduta su una poltroncina di paglia stile veranda, in mezzo a libri corrispondenza documenti sciasciani, catalogati e accomodati nel soave mobilio di armadi trumò e settimini.
Dalla terrazza panoramica si sarebbero mostrate le casette bianche accagliate lungo le pendici della montagna verde e viola. Avrebbe detto Sciascia: un paese rotondo come le forme della Madre.
Alla maniera di un bazar orientale, le ore sarebbero scivolate fino a tarda sera, quando ogni casa avrebbe acceso il suo lumino da fiaba.
E invece la telefonata asciuga il tempo e le parole. Astraendo il corpo, lascia arrivare la voce di Antonio, non i suoi sguardi, percorsi da baleni di ricordi e intuizioni, già presagio della temperatura emotiva delle risposte.

Leonardo Sciascia e Antonio Motta
Leonardo Sciascia e Antonio Motta

Antonio, con Leonardo Sciascia non c’è stata solo una comunanza intellettuale. Prima di tutto un’amicizia, di quelle all’antica, con un tratto di filosofia epicurea. Come è nata?
La nascita della nostra amicizia l’ho raccontata più volte, ma è bello ripeterla e rinnovarla. A San Marco erano stati organizzati i corsi delle 150 ore per dare l’occasione agli operai di prendere la licenza media. Nell’ambito di questo progetto, la Biblioteca aveva preso l’iniziativa di tenere una serie di conferenze dedicate agli scrittori meridionali. A me toccò Leonardo Sciascia. Di lui avevo letto i romanzi già notissimi: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, nient’altro. Pensai di scrivergli una lettera con le domande per un’intervista, che i “compagni” del Pci mi avevano chiesto da pubblicare sul giornaletto dell’Arci, confezionato autarchicamente col ciclostile. Nella lettera inserii anche il manifestino della conferenza che avrei dovuto tenere. Non avendo l’indirizzo, spericolatamente lo spedii a Palazzo delle Aquile, sede del Comune di Palermo, di cui Sciascia al tempo era consigliere. Non ci contavo proprio. Il 24 giugno del 1976 inaspettatamente mi arrivò la sua prima lettera con l’intervista battuta con la sua Olivetti 22 nella quale rispondeva punto per punto a tutte le mie domande, mai seccamente. Al tempo era famosissimo, eppure rispondeva ad un suo ignoto lettore. Da lì è cominciata la passione per le sue cose, la nostra amicizia, a cui sono seguite le visite, gli incontri. In lui mi sono riconosciuto prima come uomo che come intellettuale.

Si dice di Leonardo Sciascia che sia l’erede di Pirandello – il cui luogo di nascita, quel bosco fitto detto Kaos, dista poche decine di chilometri dalla tenuta della Noce. Tutti e due hanno fatto franare ogni integrità umanistica, vanificando le forme e le apparenze. Eppure Sciascia sapeva essere umanista e umanissimo.

Pirandello è uno dei grandi “padri” intellettuali di Sciascia. A lui ha consegnato innanzitutto l’immagine di una Sicilia, le cui apparenze franano nella pseudo-verità. Sicuramente anche il suo umorismo, come chiave di lettura di una realtà nella quale l’integrità della forma unica si dissolve nelle centomila maschere, e in nessuna. Eppure Sciascia resta un grande umanista: per la sua fiducia nella cultura come memoria, come baluardo della dignità umana, l’unica in grado di liberarci dall’ignoranza, dal fanatismo, dall’intolleranza. Sciascia credeva nell’uomo, soprattutto quando questi, liberatosi della maschera del Potere, diventa creatura – quello che succede ad Aldo Moro nell’Affaire. Leonardo sapeva essere soccorrevole generoso autentico, si spendeva sempre per gli altri. In questo era umanissimo.

Sciascia amava sentirsi orgogliosamente provinciale e periferico, lontano dai salotti mondani e televisivi, dalle prevedibili consorterie degli intellettuali italiani. È vero?
Leonardo era naturalmente schivo e silenzioso, di certo detestava la ribalta. Sorrideva di certi intellettuali sempre sui giornali e alla televisione, a sindacare su ogni cosa. Certo, con orgoglio si teneva il suo punto di vista periferico: dalla sua Racalmuto, da questo angolo appartato della Sicilia guardava meglio i casi della vita e del mondo. A differenza di Vittorini, che appena aveva potuto era fuggito dalla Sicilia, lui la Sicilia se la portava appresso. Ci aveva provato: si era trasferito a Roma nel 1957 distaccato presso il Ministero della Pubblica Istruzione. Aveva resistito un anno, poi era ritornato alla sua Noce. Pur vivendo in provincia, seppe essere universale. Anche questo aspetto ci ha accomunato molto. Provinciale e periferico pure io, che ho scelto di rimanere a San Marco in Lamis.

Essere editor di Leonardo Sciascia significa mettere in luce la sua poliedrica, settecentesca curiosità per la vita, sorretta da una grande disciplina di studio e di scrittura. Sciascia è non solo scrittore, ma tanto altro: giornalista, politico, recensore, finissimo intenditore d’arte, cinema e fotografia. Quanta dedizione richiede stare dietro ad un uomo simile?

Una domanda difficilissima. Essere il suo bibliografico significa fare scelte rigorosissime e liberarsi dal pregiudizio di tenere tutta la sua produzione sotto controllo. Pensavo di essere il maggiore, il più completo archivista di Sciascia. Oggi mi accorgo che avere un “tutto Sciascia” è proprio impossibile. La sua opera omnia è immensa, perché Sciascia ha scritto tanto. Nel suo essere umanissimo lui non faceva distinzioni: scriveva per i grandi giornali ma anche per i fogli locali, per Guttuso ma anche per l’artista senza blasoni, che gli chiedeva un’introduzione al catalogo. Ancora prima del Corriere della Sera o dell’Espresso, negli anni ’60 scriveva per giornali e riviste siciliani, molti dei quali restano inesplorati. Basterebbe citare L’Ora di Palermo che dal 1955 lo ebbe collaboratore (recuperarli tutti sarebbe una bella un’impresa). E sconosciuti in gran parte restano i suoi scritti sull’arte, non mere curiosità ma intuizioni illuminanti. Pochi sanno che Sciascia era un raffinatissimo amateurs de stampes, collezionista ed amico di artisti: da Renato Guttuso a Piero Guccione, da Bruno Caruso a Fabrizio Clerici, ad Emilio Greco. La sua vera passione era l’acquaforte. Nella sua casa di Palermo alle pareti c’erano le incisioni di Picasso, di Braque, di Bartolini, e di tanti altri maestri, ma nessuno mai ha visto tutte le sue collezioni.

Sciascia è stato una coscienza scomoda per l’Italia ed ha pagato amaramente l’ostracismo da parte di tanti intellettuali. Oggi è cambiato qualcosa? Oppure, come Pasolini, è ancora il “corsaro”?
Sciascia ha dato fastidio a molti, alle due “chiese”, dove il potere si era cristallizzato: la DC e il PCI. Per buona parte della cultura italiana, lui è ancora l’eretico e il corsaro. Quello che ha tuonato contro l’antimafia. I giovani lo stanno riscoprendo come un Maestro: un intellettuale libero coraggioso integro, capace di fare luce sui misteri italiani e non solo, un narratore formidabile, una coscienza lucida che non pecca mai di moralismo, ma educa alla libertà ed alla dignità umana in tutte le sue forme. L’anno scorso sono stato ad un congresso in Sicilia, dove venti giovani provenienti dalle maggiori università europee hanno tenuto relazioni sulla sua opera: sono state formidabili!

Domani ricorre il centenario della nascita di Sciascia. Qual è la maniera migliore per celebrarlo?
Sicuramente quella di farlo conoscere al di là dei cliché e dei luoghi comuni, che lui non sopportava, a cominciare dal fatto di essere giudicato un mafiologo. Ad aprire il centenario a gennaio escono un dossier a più voci da me curato: Nella crepa di un muro. Sciascia, Moro e la Puglia e Sguardi lontani: Leonardo Sciascia fra colloqui e contributi inediti. Bisognerà fare il punto su questo: per quanto amasse la verità, Sciascia resta uno degli scrittori più misteriosi ed enigmatici. Questo è quello che mi affascina di più.

Come avrebbe commentato questo tempo di Coronacene?
Avrebbe detto che ce lo siamo meritato. Che l’esserci dimenticati della natura ci porta ad essere disumani e disumanizzati.

Cosa ti manca di più di lui?
Non poterlo pensare vivo, intento a fare “le cose piccole” – avrebbe detto Anna Maria Ortese. E scrivere i suoi libri immensi. Mi manca il pensiero che, scrivendogli, lui mi avrebbe risposto. Sempre.

Lucia Tancredi

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