L’epidemia e le parole per raccontarla: intervista a Luigi Amodio

Città della Scienza
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In queste settimane, probabilmente, ogni nostro giudizio è condizionato dalla situazione che stiamo vivendo e dalle limitazioni che sperimentiamo.
L’analisi della vicenda che stiamo affrontando con le sue conseguenze sociali, economiche e anche psicologiche è complessa e richiederà tempi lunghi di verifica e valutazione.
I mutamenti possono essere tanti e i cambiamenti forse necessari.
Dobbiamo, però, anche concentrarci sull’analisi delle criticità che sono emerse, pur nella consapevolezza di essere di un’emergenza inattesa e devastante.

Luigi Amodio

Con Luigi Amodio, direttore del Science Centre di Città della Scienza di Napoli [1], abbiamo parlato di comunicazione, di ricerca scientifica, della necessità di trovare nuove strade per una corretta informazione e, infine, dell’individuazione di figure professionali capaci di trasmettere notizie attendibili.
Le questioni sono davvero tante.

Partiamo da una sua riflessione: è andato tutto bene fin qui in termini d’informazione e di comunicazione?
No, sicuramente non è andato tutto bene. E d’altra parte non ne sono stupito.
Siamo, tra i paesi europei, uno di quelli che destina meno risorse alla ricerca scientifica e quindi alla sua comunicazione e diffusione. Siamo il paese in cui il presidente di una delle regioni più colpite dal virus ha, fino all’altro ieri, flirtato con i no vax per ragioni puramente elettorali. Siamo il paese in cui si registrano ascolti record per belle trasmissioni televisive di “divulgazione scientifica“, ma allo stesso tempo fioriscono movimenti contro il 5G fatti da persone che non sanno come funziona un telefono analogico…
Insomma, siamo un paese pieno di contraddizioni, in cui non poteva andar bene. Certo, è andata meglio che negli USA o nel Regno Unito, dove l’approccio è stato quello che è stato…, ma non per questo dobbiamo rallegrarci.
Come sempre ci facciamo cogliere impreparati, eppure di esperti di comunicazione del rischio ce ne sono tanti, purtroppo a spasso finché non succede il patatrac. E poi l’elemento psicologico non va mai trascurato.
Direi che gli italiani – nonostante le carenze che ho provato a sintetizzare – hanno reagito bene.

Pensando al quotidiano collegamento con la Protezione Civile e altre recenti “liturgie”, che giudizio possiamo dare sulla comunicazione istituzionale – tra scienza e politica – che abbiamo ricevuto e stiamo ricevendo in questo periodo?
Lo dice bene Slavoj Zizek in un commento su Internazionale (n. 1353), quando invita a tentare di strutturare la vita quotidiana in quarantena con delle regolarità, al fine di non essere sopraffatti dalla paranoia e l’angoscia, del tutto comprensibili in questi strani giorni.
Ecco, credo che la conferenza stampa delle 18 sia divenuta per moltissime persone una sorta di pietra miliare della giornata, il momento in cui riconnettersi con la realtà della situazione in cui siamo costretti a vivere, dopo una giornata di occupazioni (prendersi cura di sé e dei cari, nutrirsi, lavorare in smart working, leggere, ecc.) il cui senso ultimo, ovviamente, è assai discutibile, data la dimensione precaria che hanno preso le nostre esistenze e l’esistenza delle nostre società.
Per quanto riguarda la sostanza della comunicazione istituzionale, francamente non me la sento di giudicare. In un momento così eccezionale e di fronte a un evento così dirompente, trovo sia molto semplice dare bacchettate qui e là, mentre “chi fa” corre ovviamente il rischio di sbagliare. Personalmente inviterei tutti a maggiore prudenza e rispetto per chi si trova in prima linea.

Da più parti si leggono i commenti di chi immagina di separare il “prima” e il “dopo” epidemia. In che senso sarà plausibile una demarcazione del genere? Che cosa potremo pensare di avere davvero appreso da questa esperienza?
Domandona! Mi sento solo di dire che la transizione, ovviamente, sarà graduale e non ci ritroveremo da un giorno all’altro nella “normalità”. Ma d’altronde cos’è la normalità? E forse è proprio questa una delle riflessioni che ci lascia la pandemia. Non è forse ormai “normale”, per tutti noi, stare chiusi in casa, lontani dai nostri cari, riadeguando i nostri stili di vita?
Passeremo, molto probabilmente, da uno stadio di normalità all’altro, in maniera graduale, fino a ricostruire modalità e stili di vita che dureranno fino alla nuova crisi e alla nuova normalità.
Diverso è il discorso sulla “nostalgia“, un’emozione, questa sì, che ritengo stiamo vivendo collettivamente, un’occasione inedita per guardare dentro di sé.
In termini più pratici mi auguro che alcuni valori siano riscoperti, ad esempio la razionalità e la valutazione sulla base dei fatti; e sicuramente la solidarietà e la necessità di prendersi cura di chi ha meno. Ma questi sono miei personali auspici. Va anche detto che le cose, in società, accadono perché noi vogliamo che accadano.

Le strutture ospedaliere, almeno alcune, sono diventate una sorta di avamposto in quella che è stata presentata come una “guerra”, con i suoi eroi e le sue vittime. Non tutto sembra essere andato bene nel rapporto con l’opinione pubblica e le famiglie.
Come si può ovviare a una situazione in cui è spesso apparsa evidente la distanza fra il linguaggio tecnico-clinico della medicina e l’esigenza di accesso a un’informazione consapevole da parte delle famiglie?
Le rispondo a partire da un’esperienza molto personale di malattia, una malattia grave, che ho vissuto alcuni anni fa. Quello che ho capito è che la priorità dei medici e degli infermieri è salvarti la vita, far sì che tu dall’ospedale esca sui tuoi piedi. Per raggiungere questo obiettivo, in alcuni casi, si deve procedere “senza tanti complimenti“, superando resistenze, paure, blocchi che possono verificarsi e mettersi di traverso all’obiettivo.
Spesso – è questo forse il limite – l’alleanza terapeutica tra chi cura e chi è curato (un elemento fondamentale!) viene stabilita in primis attraverso l’empatia che attraverso una “tecnica” della comunicazione, preparata con lo studio. Da questo punto di vista il racconto dei sopravvissuti a questa infezione è assai toccante, proprio quando riducono al contatto visivo con gli occhi dei medici e degli infermieri tutto ciò che è possibile, a causa dei Dispositivi di Protezione Individuale particolarmente coprenti… un contatto empatico, in cui non c’è grande tecnica comunicativa che tenga.
Per quanto attiene, invece, ai contenuti siamo stati travolti da concetti e nozioni di virologia, immunologia, ecc. Sicuramente è un bene e ne usciremo tutti più preparati. La traduzione in un linguaggio chiaro è fondamentale (è proprio il mio mestiere!) ma ci vuole anche un feedback, e qualche sforzo, da parte dei fruitori. D’altronde, lo sapeva che uno dei principali strumenti per la penetrazione di massa dei principali concetti di genetica e altre branche mediche, sono state le serie di CSI?

Mi permetta, infine, una domanda particolare: che cosa pensa della situazione delle case di cura per anziani? Non è necessaria una maggiore trasparenza, non solo dal punto di vista organizzativo, ma, anche e soprattutto, per quanto riguarda il rapporto con i familiari?
Questo è certo. Ma è certo anche che l’espulsione degli anziani dalla nostra vita è uno dei grandi temi che, sicuramente, sarà al centro del dibattito “dopo”.
Oggi, credo, la nostra società prova troppa vergogna e senso di colpa di fronte a quanto è accaduto nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, al di là delle responsabilità oggettive che verranno poi individuate…: lo leggo nei pianti dei figli e dei nipoti che non hanno potuto ricongiungersi ai propri genitori e nonni.
Gli anziani, come tutti coloro che sono “improduttivi”, sono il grande rimosso di una società passata troppo velocemente dalla famiglia allargata contadina di cui i nonni erano il centro, all’atomizzazione delle nostre metropoli.
Mi auguro che questo grande trauma che abbiamo vissuto (e che ha riguardato principalmente il nostro paese…) sia, sì, una delle principali lezioni da trarre e cui rispondere, però, con politiche attive e scelte d’investimento nella spesa sociale.

Antonio Fresa

[1] Luigi Amodio, direttore del Science Centre di Città della Scienza di Napoli, lavora dal 1990 nel campo della comunicazione scientifica. Insegna in master universitari (Milano Bicocca e Roma 3) ed è membro del Kuratorium del Deutsches Museum di Monaco di Baviera, uno dei principali musei scientifici del mondo, e del comitato scientifico del Festival della Scienza di Fermo.
Ha fatto parte del board della rete europea dei musei scientifici Ecsite.
Il suo principale campo di lavoro è quello del rapporto tra scienza, società e cittadini.

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