Led Zeppelin – Celebration day – Il ritorno degli Dei

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Quando ero ragazzino, nei primi anni settanta, mi chiedevo sempre perché le mie coetanee dessero retta solo ai ragazzi più grandi e perché, interrogate sul gruppo preferito, rispondessero quasi tutte: i Led Zeppelin. Noi maschietti ci incaponivamo sugli incredibili ghirigori chitarristici di Jimmy Page, mentre loro carpivano la vera essenza di quella musica diabolica, quel mix di potenza e carica erotica che faceva sussultare e dirigeva le inquietudini adolescenziali in territori eccitanti ed inesplorati. Poi nel 1975, vedendo al cinema il loro film The song remains the same, capii.
Un cantante, Robert Plant, smaccatamente sfacciato nell’inerpicarsi con la sua meravigliosa voce su interminabili “baby baby” fino a togliere il respiro, un batterista che entrava nella musica come un elefante in un negozio di cristalli, un chitarrista che la leggenda voleva adepto al culto del mago Alistair Crowley, che ti trasportava in labirinti di luci abbaglianti e ombre oscure alla fine dei quali c’era la scala per il paradiso, un bassista, John Paul Jones, architetto sonoro, sempre in secondo piano, ma con la lucida e perfetta visione dell’insieme.

Concerti interminabili che diventavano sinistri sabba dove i protagonisti sacrificavano ogni minima stilla della loro energia per la catarsi collettiva. L’unica volta che vennero in Italia, nel 1971 al Vigorelli di Milano, posti sventatamente in scaletta in coda ad una data del Cantagiro, successero memorabili disordini, culminati con la fuga del gruppo asfissiato dai lacrimogeni di una polizia che evidentemente non è cambiata negli anni, incapace di gestire l’ordine pubblico se non con la bieca violenza.
Indicati, ingiustamente, di essere i principali esponenti di quella elefantiasi che aveva portato il rock a dibattersi tra eccessi comportamentali e messe in scena mirabolanti, in realtà grandi esploratori sonori, giunti spossati e prosciugati al termine, alla fine degli anni 70, della loro fulgida parabola, anche a causa della perdita del batterista John “Bonzo” Bonham, morto a 32 anni di stravizi… e sempre rimpianti.

Ostinatamente contrari alle lusinghe del business per quanto riguarda una reunion, autori nella seconda metà degli anni novanta di una rilettura del proprio repertorio in chiave etnica con l’ausilio di un’orchestra egiziana e della London Symphony Orchestra che faceva risaltare come l’incontro fra oriente ed occidente, se operato nel rispetto reciproco e non visto come scontro di civiltà, possa far scaturire meraviglie, annunciano per il dicembre del 2007 un unico concerto a Londra in memoria dell’illuminato boss della Atlantic Records Ahmet Ertegun e subito si scatena il finimondo: venti milioni di richieste di biglietti da tutto il mondo a fronte dei diecimila posti disponibili della O2 Arena, isteria collettiva come ai vecchi tempi, a dimostrazione di come nessuno li abbia dimenticati. Perché quando parte lo stacco di Good Times Bad Times è come se il tempo si fosse cristallizzato e tutta la potenza e l’energia di quella musica è ancora lì, intatta a dispetto degli anni e dei capelli bianchi; quella prorompente carica che li ha resi immortali continua a viaggiare spedita verso il punto g di tutti e cinque i nostri sensi e se, come dice Pete Townshend degli Who, rock è quando ti dimentichi di dove sei, questo è ultra rock perché ti dimentichi anche di come, di quando e di perché.

È uscito il 17 ottobre, per un solo giorno nei cinema di tutto il mondo, esperimento interessante che verrà ripetuto con Jimi Hendrix a Woodstock, Celebration Day, il film di quella serata memorabile ed ora arriva il doppio cd con il concerto completo. Alla batteria c’è il figlio di John Bonham, Jason, talis pater talis filius, e solo a patto che ci fosse lui è andato in porto questo progetto, gli altri tre, ultrasessantenni e ormai baronetti, in forma smagliante nel riproporre tutti i classici immortali, Stairway to Heaven, votata seconda più bella canzone di sempre dopo Imagine di John Lennon in un referendum fra i lettori di un noto quotidiano, Rock’n’Roll, Whole Lotta Love, Dazed and Confused, No Quarter, Ramble On, Since I’ve Been Loving You, In My Time of Dying, una monumentale Kashmir. E non ci si può che stupire nel ritrovare la voce di Plant sempre cristallina e stentorea, la chitarra di Page scintillante, i riff infuocati e le antiche emozioni.
Non c’è niente di nuovo sotto il sole, ma era pur sempre una celebrazione.
Mario Barricella

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