L’esilio mestruale delle donne in Nepal

history 5 minuti di lettura

La prima volta è solo una piccola macchia, un piccolo segno che da quel momento in poi cambieranno tante cose. Saremo chiamate “signorina” e guardate con occhi diversi. Ci festeggeranno, perché è un traguardo e perché cercheranno di non farci presagire che per diversi anni avremo un disagio mensile. C’è chi soffre di piccoli e grandi fastidi, chi quasi non se ne accorge e chi passa a letto la maggior parte di quei giorni. Lo terremo sotto controllo e qualche volta vivremo come un sollievo il suo ritorno. Altre volte sarà invece un lutto. Ma quando se ne andrà definitivamente in poche lo percepiremo come una liberazione. Perché la sua scomparsa segna l’inizio di una nuova fase non sempre facile, per i disagi e per l’ignoranza che tende a non considerarci più effettivamente Donne in quanto non più fertili. Ma in fondo è solo un Ciclo e, come tale, ha una fine.

Ci sono donne per le quali l’arrivo del ciclo mestruale è invece soprattutto una sventura. Sono le donne del Nepal occidentale che, secondo l’antica usanza della Chaupadi, devono essere allontanate e segregate perché impure, contaminate e portatrici di sventure per la comunità e la loro famiglia. Poche fortunate possono restare in casa purché confinate nella baithak, una stanza separata dal resto dei familiari, mentre la maggior parte di loro viene rinchiusa nella chau ghot, capanna angusta costruita con pietre, fango e paglia a debita distanza da casa. È li che dovranno trascorrere quei giorni lottando contro il freddo e le bestie feroci, cioè gli animali selvatici che le aggrediscono e gli uomini che, approfittando del loro isolamento, si insinuano nella capanna per stuprarle.

La Chaupadi, che in nepalese significa letteralmente qualcuno che porta impurità, è una credenza ancestrale, socioculturale e religiosa, anche se senza alcun fondamento nei libri sacri induisti e tramandata perlopiù oralmente. Una vera e propria superstizione che spinge molte donne a non ribellarsi per non contrariare alcune divinità come la dea Devi, ma che è soprattutto espressione patriarcale dell’inferiorità dell’essere femminile.
Le donne sono peccatrici e impure e la perdita del sangue mestruale ne è la prova. In quei giorni non solo devono rimanere isolate per non contaminare gli uomini, la scuola, i templi, la casa e i cibi. Devono anche fare penitenza privandosi di cibi nutrienti come la carne, il burro e il latte, riscaldarsi solo con un piccolo tappeto fatto di juta e non lavarsi per almeno i primi tre giorni. Le neo mamme possono rimanere recluse anche per un mese. Certo alcune di queste credenze valevano anche da noi almeno fino a mezzo secolo fa.

Tutt’oggi si dice che che una donna indisposta non fa lievitare il pane o fa morire le piante. Del resto la demonizzazione del sangue mestruale ha origini antichissime e basta leggere un passo del Levitico, terzo libro sacro sia della Torah che della Bibbia, per scoprire che «Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera». Il punto è che queste usanze, più che sessiste, sono pericolose. Non si hanno numeri precisi ma molte sono le donne morte durante la segregazione perché attaccate dagli animali selvatici e feroci o perché intossicate dai fumi dei fuochi accesi nel vano tentativo di scaldarsi un po’. Come Tulasi Shahi, uccisa dal morso di un serpente velenoso, o Amba Bohora, l’ultima di cui si ha notizia certa, morta questo inverno per aver inalato fumo tossico.

Anche se con una sentenza del 2005 la Corte suprema del Nepal ha dichiarato la pratica illegale e nel 2017 il governo di Kathmandu ha emanato una legge apposita che prevede multe e carcere, sradicare la tradizione resta difficile soprattutto nelle zone rurali dove il rito viene tramandato di madre in figlia. Secondo un rapporto dell’ONU del 2011 la Chaupadi viene ancora rispettata, o fatta rispettare, dal 19% delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni, ma in alcuni villaggi la percentuale sfiora il 95%. La legge da sola non basta se non si cambiano le mentalità, occorre fare informazione su cosa siano realmente le mestruazioni e prevedere piani di sviluppo rurale che consentano alle donne di istruirsi e rendersi autonome economicamente. La maggior parte di loro infatti lavora come schiave nei campi o nelle stalle dall’alba alla sera tardi e il compenso percepito viene trattenuto dal capo famiglia.

Purtroppo il processo verso la consapevolezza e l’autodeterminazione è lento. Dai primi segni di ribellione durante la rivolta maoista del 1996, quando furono distrutte alcune chau ghot come necessità e volontà di cambiamento sociale, grazie anche ad alcune onlus come Apeiron, la protesta oggi cerca di catturare l’attenzione di leader politici e religiosi, nonché dell’opinione pubblica. A maggio di quest’anno 88 donne del villaggio Ripi hanno manifestato davanti alle autorità locali rifiutando pubblicamente di entrare nelle capanne e interrompendo il rito per sempre. Nel villaggio di Dilu Bhandari invece, il non rispetto di questa tradizione è condizione obbligatoria per chi vuole accedere agli aiuti economici statali. Piccoli passi che si spera diventino esempio e stimolo per le donne dei villaggi vicini e oltre.

Basterebbe sapere che quel sangue è solo il segno di un ovulo non fecondato, è un rivestimento interno che non serve più e viene espulso per liberare l’utero e predisporlo, eventualmente, ad accogliere quel seme che renderà quel ventre finalmente materno. È il nostro essere. Non siamo streghe, non portiamo sventure, non siamo impure. Siamo quella metà del cielo che troppo spesso tendete, tendiamo, ad oscurare.

Federica Crociani

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article