L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin: alla ri-scoperta del mondo attraverso la ri-scoperta del proprio corpo

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L’estate di Giacomo del friuliano Alessandro Comodin sta diventando, anzi, lo è già a tutti gli effetti, un “caso” cinematografico. Uscito in Francia il 4 luglio (il film è una co-produzione franco-belga-italiana) ha già conquistato in una sola sala più di 1.000 spettatori, in altri paesi, compreso il nostro, ha ricevuto svariati premi e ottenuto notevoli riconoscimenti – tra cui il Pardo d’oro del Festival di Locarno del 2011 e  il Grand Prix du Jury and Prix Documentaire Grand Ecran al Belfort International Film Festival 2011 (Francia), giusto per citarne due – Nanni Moretti lo ha scelto per la settima edizione di Bimbi Belli che si terrà presso l’arena Nuovo Sacher ed in cui sarà possibile vederlo il 22 luglio, a seguire un tour dei principali festival lungo tutta la nostra penisola per accompagnare la distribuzione ufficiale nelle sale italiane fissata per il 20 luglio.

Difficile raccontare L’estate di Giacomo perché, semplicemente, non è un film che si può raccontare, ma solo esperire, con tutti i sensi. In bilico tra documentario e fiction, reinventa il cinema naturalistico caro a Rohmer, ma privandolo di ogni componente narrativa e tematica. Se nei film di Rohmer la natura (o lo spazio urbano) è solo un sfondo su cui condurre di volta in volta – attraverso dialoghi che danno solo l’impressione di essere naturali, ma che in realtà risentono di un lungo lavoro a tavolino – argomentazioni volte a dimostrare una tesi (specialmente ne I sei racconti morali e nei racconti delle quattro stagioni), ne L’estate di Giacomo i due protagonisti si fondono con la natura stessa, i loro corpi si fanno flusso di sensazioni e reazioni, interagiscono con gli elementi naturali senza alcuna mediazione intellettuale, quasi un’esplosione di piccoli gesti irrilevanti, di frasi smozzicate che sono espressione di puro esprit de vivre; la pelle dei loro corpi – qui vero luogo geografico per eccellenza e su cui la cinepresa indugia spesso a lungo – da spazio delimitato e sancito nel rispetto della privacy, si fa materia illimitata ad accogliere le potenzialità infinite dell’accadere e diventa mappa su cui la fenomenologia del quotidiano imprime, plasmandola, il proprio, incancellabile, segno: se la mente dimentica, il corpo no.

Una storia d’iniziazione, il momento del trapasso dall’adolescenza ad un’età più adulta e consapevole o il semplice resoconto di un giorno felice che si farà memoria? Chi sono e cosa vogliono simboleggiare – se mai vogliono simboleggiare qualcosa – i due giovani, sensuali protagonisti? Come detto il film non racconta, semmai evoca, trasmette, riesce nel difficile intento di far provare allo spettatore le medesime percezioni sensoriali dei protagonisti. Così nei primi quindici minuti seguiamo Giacomo e Stefania che in una magnifica giornata d’estate si addentrano e si smarriscono – come nella più classica delle favole – nel bosco friuliano mentre sono alla ricerca del fiume Tagliamento; improvvisamente si apre loro davanti un’oasi naturale (“sembra di essere a Maldive”, dice Giacomo): spiaggia fine e candida, le fresche acque del fiume, un sottofondo canoro di uccellini e stormire di fronde mosse dal vento. La mano invisibile di Comodin – davvero la sua presenza non si percepisce mai e questo, per un docufilm naturalistico è innegabilmente un grande pregio –  restituisce allo spettatore la sensazione di questa giornata vissuta, intervallata da altri momenti della stessa estate – un ballo in una festa paesana, un giro nella giostre, pomeriggi indolenti trascorsi ad ascoltare o a suonare musica e a farsi dispetti – il tutto girato con una sola cinepresa a spalla utilizzata in una maniera davvero originale. Alle scene di quasi “stalkeraggio”  (di tarkovskijana memoria) in cui la cinepresa è quasi letteralmente incollata alla schiena o alla nuca dei protagonisti, seguono lunghi piano-sequenza in cui solo uno dei due è in camera mentre l’altro – pur rimanendo la sua presenza pienamente percepibile – resta fuori dalla visuale.
L’estate di Giacomo, come racconta Comodin, ha una genesi lunga ed inizialmente diversa rispetto alla piega che poi prenderà e al risultato finale che otterrà: quella di testimoniare la metamorfosi  del protagonista Giacomo, nato con una forte menomazione all’udito, che decide di operarsi per iniziare finalmente a sentire. L’intento iniziale era quindi quello di seguire Giacomo nella sua ri-scoperta del mondo, nel suo esperire finalmente la realtà con tutti i sensi ricevendone un’impressione del tutto inedita. Ma dall’esplorazione della natura e della realtà attraverso il ritrovato udito ad un’esplorazione sensoriale totale il passo è breve e soprattutto, se come sostengono gli empiristi la realtà è solo il frutto delle nostre sensazioni e percezioni, bisogna prima passare attraverso la scoperta del proprio corpo per conoscere ed esperire il mondo. E questo è ciò che alla fine Giacomo e la sua amica Stefania fanno: scoprono e prendono confidenza con i loro corpi –  molto significativo è il fatto che la loro relazione non venga mai definita, che non sia mai orientata a gesti e comportamenti predefiniti di un rapporto amoroso standard – per scoprire e conoscere il mondo. Iniziazione sì quindi, ma non alla vita adulta, bensì alla vita tout court.

Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: L’estate di Giacomo – Paese: Italia, Belgio, Francia – Produzione: Paolo Benzi FABER FILM, Alessandro Comodin e Marie Géhin LES FILMS NUS, Réjane Michel e Valérianne Boué LES FILMS D’ICI – Co-produttori: Centre de l’Audiovisuel à Bruxelles, Wallpaper Production, Tucker Film – Genere: docu-fiction – Durata: 78’– Regia: Alessandro Comodin – Sceneggiatura: Alessandro Comodin – Fotografia: Tristan Bordmann, Alessandro Comodin – Montaggio: Joao Nicolau, Alessandro Comodin  –  Suono: Julien Courroye – Attori Principali: Giacomo Zulian, Stefania Comodin, Barbara Colombo.

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