L’adolescenza nell’epoca della fragilità adulta. L’analisi di Matteo Lancini

Matteo Lancini
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Il dialogo con la psicanalisi continua con Matteo Lancini. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano, insegna presso il Dipartimento di psicologia dell’Università degli studi di Milano-Bicocca e presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano.

Con lui più che su temi di meta psicologia, ci siamo focalizzati su un argomento che è proprio della sua teorizzazione e pratica: l’adolescenza. Sono partito dal suo ultimo libro L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti. La prima impressione che ho ricevuto è quella di un uomo, di un professionista, dalla battuta pronta e in continua accelerazione, a causa dei molteplici impegni e attività che lo vedono coinvolto.
Da questo incontro ho ricavato anche un’altra convinzione: quanto sia urgente confrontarsi con gli adolescenti. Tanto che sulla falsariga di un famoso film del 1998 Salvate il soldato Ryan mi verrebbe da esclamare “Salvate gli adolescenti”. O perlomeno “Lasciate che gli adolescenti si salvino dagli adulti”.

La prima domanda è la più impegnativa. Chi è Matteo Lancini?
È veramente la più impegnativa. Sono uno psicologo, psicoterapeuta, che non fa altro che lavorare.
Le piace?
Sì, molto. Mi piace molto lavorare. Poi penso in generale che uno nella vita ha degli iperinvestimenti, che di solito scientificamente vengono chiamati dipendenze. Chiunque le ha, nonostante si dica di no. Nella vita si muore, così ognuno satura la quotidianità con degli antidepressivi, a me sembra che quello lavorativo sia il migliore. Perché è un progetto culturale, è un progetto che senti tuo, che sviluppi, che ti consente di collaborare con altri e per di più non costa tanto come la droga.
È sicuramente più sano del Prozac.
Intanto guadagna anche qualcosa mentre con la droga di solito spendi.
A meno che non la si spacci.
Quello è un altro lavoro.

Oltre a essere uno psicologo e uno psicoterapeuta lei è anche presidente dell’Istituto Minotauro. Che cos’è l’Istituto Minotauro?
È un istituto fondato nel novembre del 1984 dallo psicoanalista Franco Fornari che voleva utilizzare la griglia di lettura psicoanalitica fuori dal setting tradizionale, cioè quello dello studio clinico, per leggere il funzionamento delle istituzioni dal punto di vista della sua teoria, che è la Teoria dei codici affettivi. Poi da lì, per una serie di motivi, un po’ casuali, un po’ ricercati, lo sviluppo dell’istituto è andato verso lo studio e la presa in carico dei ragazzi, in particolare degli adolescenti, dell’età evolutiva in senso più ampio. Diventando un grosso centro clinico e facendo tante attività di formazione, supervisione e ricerca che riguardano l’adolescenza.
Oggi il Minotauro è in continuità con la lezione di Franco Fornari, Gustavo Pietropolli Charmet, con l’analisi coinemica o ha cambiato direzione? Vuole spiegare al pubblico che cos’è l’analisi coinemica?
L’analisi coinemica, che poi è diventata anche analisi dei codici affettivi, è una modalità di guardare al funzionamento delle persone, con anche una visione dell’inconscio che è stata rivisitata da parte di Fornari rispetto alla tradizionale visione di Freud. Da allora l’analisi prima coinemica e poi la teoria dei codici affettivi ha avuto degli sviluppi. A nostro avviso è ancora attuale e guida le nostre attività. È chiaro che nel corso del tempo quel tipo di modello si è adattato anche un po’ a come è cambiato il mondo. Il lavoro di Fornari è sempre presente nella nostra mente, in chi l’ha conosciuto. Io ho iniziato a studiare all’università quando purtroppo Fornari era morto.
Uno dei dati significativi dello sviluppo del Minotauro è proprio questo. Fornari lo fonda l’11 novembre del 1984. Ma muore improvvisamente pochissimi mesi dopo, il 20 maggio dell’anno successivo. Viene subito nominato presidente Gustavo Pietropolli Charmet.
Quindi, il Minotauro ha avuto tutto uno sviluppo legato al ricordo e al nome dato da Fornari, che però non ha potuto svilupparlo direttamente come istituzione. L’idea è nata da Fornari ma poi il Minotauro si è mosso seguendo le direttive dei soci fondatori e del presidente Charmet. Ha avuto tutto uno sviluppo che a partire dalla teoria dei codici effettivi è andato un po’ di più verso la Teoria dei compiti evolutivi, interessandosi prevalentemente di adolescenza.
Devo dire che le teorie fornariane, soprattutto la visione dell’inconscio che tende a manifestarsi, un inconscio io dico salvifico, più che luogo del rimosso o luogo che spinge verso la coazione a ripetere, è una visione che trovo molto attuale. Almeno la vedo nei miei pazienti e nella mia pratica quotidiana. Quindi è una guida.
È ovvio che tutte le teorizzazioni vanno sempre immerse nell’epoca in cui ti muovi. La disciplina psicoanalitica nasce nella Vienna di fine Ottocento ed è chiaro che oggi la psicoanalisi è del tutto diversa rispetto a quella delle origini. Basti pensare a come è cambiata la centralità della sessualità. Oggi la sessualità è uno dei temi meno interessanti che esistano per i giovani. Non sono solo io a sostenerlo. A breve usciranno libri anche di importanti psicoanalisti i quali dicono in estrema sintesi che il Novecento è stato il secolo della sessualità al centro di tutto, il 2000 sarà il secolo della sparizione della sessualità. La Teoria dei codici affettivi deve tenere conto di tante trasformazioni.

l'età tradita di Matteo LanciniLei queste cose le dice anche nel suo libro “L’età tradita”. In questo libro mi è sembrato di individuare alcuni concetti importanti che si rifanno alla lezione di Charmet:
– L’incapacità/impossibilità per l’adolescente di investire sul futuro
– L’importanza del gruppo dei pari
– L’assenza degli adulti. Penso al bel libro curato da Charmet L’adolescente nella società senza padri del 1990
In che modo lei nella sua teoria e nella sua pratica riattualizza questi concetti?
Io ovviamente ho avuto come riferimento nella strutturazione del mio lavoro, quando ho iniziato a lavorare con lui, proprio i lavori di Charmet. L’adolescente nella società senza padri è un libro che ho utilizzato a pieno. Diciamo che il lavoro che ha fatto Charmet sui compiti evolutivi guida l’intervento di psicopatologia e prospettiva evolutiva.
Recentemente ho curato un libro insieme a tre colleghi, che si intitola L’adolescente, psicoterapia e psicopatologia evolutiva, in cui riprendo i compiti evolutivi e cerco di collegarli anche ai cambiamenti sociali e culturali intervenuti. Ci sono tanti aspetti su cui si può ragionare, ma da quello che vediamo anche recentemente a seguito della pandemia, è che forse siamo chiamati a fare un passo ulteriore oltre la società del narcisismo, oltre i cambiamenti intervenuti nel mondo della famiglia di cui parla Charmet.

Oggi siamo in una società in cui la famiglia e la scuola devono tener conto sempre di più dell’influenza che hanno sui bambini piccoli, non solo sugli adolescenti, modelli pervasivi che provengono da internet, dalla pornografizzazione di tutto, dalla sottocultura massmediatica.
Io credo che la società massmediatica abbia ampliato ulteriormente, insieme a tanti altri fattori, una fragilità adulta sulla quale bisogna lavorare. Anche il tipo di sofferenza dei ragazzi penso che negli ultimi anni si sia in parte aggravata. Quindi dobbiamo studiarne la trasformazione. Sicuramente in tutti i lavori dei soci del Minotauro, quindi anche nei miei, i riferimenti a Charmet sono significativi.

Nel suo libro “L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti” lei parla di un adolescente del passato contestatario, diverso da quello attuale che richiede un riconoscimento narcisistico.
Sostengo, e il sottotitolo prova a sottolinearlo, che ci siano state nel corso degli anni una serie di trasformazioni nel modo di educare, crescere, di immergere in miti affettivi nuovi i bambini, tra cui la precocizzazione e l’adultizzazione dell’infanzia, a cui poi non siamo stati in grado di adattare la visione dell’adolescenza. Da questo punto di vista penso che il tema sia quello di cercare di comprendere chi sono gli adolescenti che crescono dentro questi modelli d’infanzia nuovi. La scuola e spesso la famiglia, ma anche i servizi hanno riadattato in base al funzionamento della pedagogia, della psicanalisi, della psicologia, il modo di guardare ai bambini. Si fa però un po’ più di fatica con l’arrivo dell’adolescenza. Quindi prevalgono stereotipi e luoghi comuni, e anche interventi educativi che rischiano poi di infantilizzare l’adolescente dopo averlo adultizzato. Io penso da anni che questa sia l’emergenza educativa in Italia.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che gli adolescenti abbiano sofferto molto durante il lockdown. Perché questa sofferenza?
Si collega alla domanda che faceva prima. Non essendo oppositivi, non essendo trasgressivi, non essendo cresciuti in una società sessuofobica, la chiusura di spazi di socializzazione, di gioco, la narrazione di alcuni mass media che addirittura attribuiva loro il voler uccidere i nonni andando a bersi l’aperitivo, hanno in realtà dimostrato quello che lei diceva prima. Cioè che in realtà queste sono generazioni che si prendono carico delle fragilità adulte, al punto di non chiedere a volte neanche aiuto, al punto di responsabilizzarsi durante la pandemia e anche durante la fine di una pandemia, come dicono tutti i dati di ricerca, e contestare sempre meno di quanto uno si aspetterebbe essendo cresciuto come me negli anni Settanta. Sono adolescenti che hanno un funzionamento meno trasgressivo, meno oppositivo, e che hanno un grosso problema più legato agli ideali elevati di successo e di popolarità che la società di oggi crea ogni giorno, e li crea attraverso modelli culturali, anche televisivi, straordinariamente potenti. Quindi che cosa succede?
Che abbiamo degli adulti talmente fragili che prima della pandemia dicevano che il malessere dei ragazzi dipendeva da internet, cosa che a mio avviso era una semplificazione brutale. Visto che la società risente di internet, dell’uso sconsiderato che ne fanno gli adulti, che ogni giorno governano la scuola e gli allenamenti delle squadre di calcio con i gruppi di WhatsApp. Adesso si dice che è colpa della pandemia. Non rendendosi conto che noi costruiamo la società ogni giorno, con proposte di programmi televisivi che hanno oltre il 50% di share, con modelli di identificazione che proponiamo ogni giorno a scuola, con i comportamenti di ogni momento, che sono straordinariamente a favore dell’idea che “Conta oggi aver successo non conta avere le regole. Conta la popolarità, conta l’audience, contano i like, contano i follower”. Gli adolescenti sono educati sin da piccoli a questa società che dovrebbe essere la loro, e che invece è degli adulti. Quando arrivano all’adolescenza e dicono “Adesso datemi una mano perché mi avete detto che è così che funziona”, noi li guardiamo e diciamo loro “Ti vedo esagerato. Sei tutto sbagliato. Devi stare nelle regole. Studia che vai a scuola e stai nelle regole, che è quello che conta”. Allora ogni giorno vedono che quella che gli raccontano i papà e le mamme è una barzelletta. Ormai siamo in difficoltà anche noi psicologi a fare interventi in classe dove si parla di rispetto all’altro, di episodi di bullismo, di cyberbullismo. Mentre tutti i giorni in televisione, nel fare di ogni genitore, a scuola, vengono portati avanti dagli stessi insegnanti comportamenti discutibili. Gli stessi che dicono che è colpa di internet e poi decretano il successo di trasmissioni televisive che andrebbero chiuse per legge, perché non rispettano le regole.
Bisognerebbe aiutare i ragazzi a utilizzare internet. Mentre io sarei per vietare internet dai trent’anni in su. Penso che ci sia una fragilità degli adulti, i quali ogni giorno creano con i loro comportamenti una società nella quale mangiano in maniera abbondante alla tavola di internet e dei social, e poi fanno politiche un po’ ipocrite per dire che invece il mondo è tutt’altra cosa. Purtroppo abbiamo ragazzi che davanti alla fragilità di questi adulti che cosa fanno? Cercano il successo, la popolarità a tutti i costi. E se cercano la popolarità la scuola dice che sono dipendenti da internet, la famiglia si preoccupa, e così gli adolescenti piuttosto che arrabbiarsi, come purtroppo succede ed è per questo che un po’ mi accaloro, invece di arrabbiarsi, attaccare, contestare, attaccano se stessi.
Quindi, al di là di tutte le parole che si possono dire, i dati certi sono che gli adolescenti dell’ultimi anni attaccano se stessi e il proprio corpo, con disturbi alimentari, ritiro sociale e scolastico che aumenterà a dismisura dopo la pandemia, visto le scellerate decisioni degli adulti, non a causa della pandemia. Aumenteranno i gesti autolesivi e i tentativi di suicidio che è la seconda causa di morte giovanile in Italia come dice l’ONU. Non lo dicono gli psicologi per fare allarmismi.
Davanti a tutto questo gli adulti se ne fregano.
Quindi è ancora valida l’espressione “L’adolescente nella società senza padri” che poi ha dato il titolo al libro curato da Charmet? Adulti sembra che non ne esistano molti. Tant’è che la prima reazione che c’è stata quando gli adolescenti sono scesi in piazza a protestare sono state le manganellate dei poliziotti.
Su questo non ero presente. Ma pensando all’attualità dell’adolescenza se dovessi cambiare titolo userei “L’adolescente nell’epoca della fragilità adulta”. Non è più un problema di padri. Qui è un problema di insegnanti. Qui è un problema di modelli, di psicologi e psicoterapeuti, che se una bambina si impicca non scrivono che si è impiccata e si è suicidata, ma scrivono che è colpa di una challenge e voleva vivere. Così ai funerali invece di stare zitti lanciamo palloncini e applaudiamo l’uscita del feretro. Qui c’è un problema dell’essere adolescenti in una società con adulti fragili. Non si trova un adulto capace di identificarsi con le ragioni di figli e studenti con grandi difficoltà. Magari fosse solo un problema di padri.
Rispetto alle difficoltà e alle sofferenze degli adolescenti durante la pandemia esistono dei dati, degli studi quantitativi, o siamo a livello di percezione?
Io faccio parte del comitato scientifico di una ricerca che hanno voluto l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’Istituto superiore di sanità, che proverà a cercare di raccogliere dati scientifici nei prossimi tre anni sulle ricadute in termini di salute mentale sui bambini e gli adolescenti della nostra nazione. Però è indubbio che il nostro centro e tutti i servizi pubblici dove sono entrato, hanno visto un aumento delle richieste. Ma sa, l’aumento delle richieste non necessariamente ci dice che i ragazzi di oggi stanno male mentre prima stavano bene.
La pandemia ha solo esacerbato le situazioni. Anzi, per alcuni ragazzi è stato possibile dire che stavano male perché c’era una pandemia e così riuscivano a liberarsi dell’angoscia e delle difficoltà del dover chiedere aiuto, cosa intollerabile per i loro insegnanti e i loro genitori. Però sicuramente i dati ci dicono che c’è stato un aumento delle richieste.
In tempo di epidemia e lockdown abbiamo visto ancora una volta entrare in conflitto le due anime della scuola italiana. Da una parte un modello Tayloristico che chiede un prodotto, quindi voti e verifiche. Dall’altra una scuola che privilegia l’intelligenza emotiva. Una mia giovane nipote di recente ha avuto fino a quattro verifiche al giorno in classe. Sembra che la classe insegnante abbia capito ben poco del disagio giovanile. È così? Guardi, se c’è un argomento che in Italia non si può toccare è la scuola. A parte che parlare di scuola è come parlare di famiglia. Perché ci sono 43.000 edifici e posso dirle, avendo incontrato più di mille gruppi classe nella mia vita, che in questi edifici ci sono gruppi classe che a volte sono differentissimi a seconda del Consiglio di classe che il governa, nonostante siano all’interno della stessa scuola, divisi solo da un muro di cartongesso. Quindi è un tema sul quale anche nel libro provo a scrivere, ma è l’ultima volta, non so neanche se scriverne ancora. Qui non è un problema di che cosa si scontra nella scuola. Perché questa è la sua visione, la mia è un’altra. Tutti i politici che ho incontrato dicono che nessuno ha mai toccato la scuola facendo una riforma seria della scuola secondaria di secondo grado. Perché i governi, i politici, sanno che se tocchi la scuola che è intoccabile da questo punto di vista, perdi le elezioni e vai a casa. Eppure c’è chi scrive libri dicendo che il problema è stato delle tante riforme che hanno attraversato la scuola. La scuola italiana è ancora organizzata con il liceo classico che sarebbe di quelli che governano, lo scientifico che sarebbe degli scienziati, i professionali che sarebbe di quelli che dovrebbero lavorare. Si figuri che nel frattempo i lavori esecutivi che in Italia erano del 90% sono diventati in larga parte lavori di improvvisazione, di movimento, dove bisogna saper usare internet. Ci muoviamo dentro un sistema che ha un’ultima grande occasione: una pandemia, che ha fatto scoprire che si possono fare delle lezioni a distanza meravigliose come sta avvenendo oggi a scuola, e delle lezioni in presenza che fanno schifo. Bisognerebbe riaprire la scuola, essere tutti in presenza ma connessi a Internet. Non posso immaginare le pressioni sul ministro Bianchi leggendo che cosa scrivono tutti della scuola. Ma quand’è che finalmente i ragazzi potranno andare in scuole connesse ad alta velocità ventiquattro ore al giorno, visto che la povertà educativa è in primis povertà digitale, come dicono tutte le ricerche da anni? Accedere a Internet sarebbe un diritto secondo l’ONU e l’Autorità garante dell’infanzia e dell’adolescenza.
Perché tutte le prove e le prove di valutazione, almeno dal primo anno della scuola secondaria di secondo grado e forse anche negli ultimi anni delle scuole secondarie di primo grado, non vengono fatte open internet visto che servono ad ampliare le conoscenze? Perché gli adulti devono tenere in vita il proprio sistema dicendo che lo fanno per il bene dei propri bambini?
Ma non lo fanno per cattiveria e i ragazzi lo sanno. Sono talmente fragili che si ancorano alle loro ideologie e ai loro modelli educativi, e fanno quell’operazione terribile che oggi è il vero problema Non vedi l’altro. Purtroppo questo individualismo ha mangiato la nostra vita. E anche noi, papà, mamme, insegnanti, non vediamo il nostro interlocutore. Siamo talmente presi dal dover gestire le nostre angosce di ruolo che dell’altro non ce ne frega niente. Facciamo finta. Perché se lo vedessi l’altro, lo guarderesti, l’ascolteresti. Potresti parlare ai ragazzi di quello che serve, del suicidio, della morte, delle ricadute della pandemia, di come si immaginano il futuro, di come mai stanno male, o stanno bene. Invece il nostro problema è tornare alla normalità di prima. Quando sento questa parola mi viene una pelle d’oca alta trenta centimetri.

È quella normalità che ha prodotto lo scempio che stiamo vivendo oggi.
Ci mancherebbe che avessimo sofferto di una pandemia per tornare al mondo di prima. Purtroppo però invece di migliorare mi sembra che sia aumentato l’individualismo e il modo in cui gli adulti purtroppo pensano a se stessi. Quando uno è troppo fragile, troppo preso dalle proprie incertezze, fragilità, proietta sull’altro le proprie fragilità, non lo vede, non può svolgere una funzione di aiuto. Quindi, non puoi chiedere aiuto a mamme papà se ti amplificheranno il problema. Non puoi pensare di chiedere aiuto agli insegnanti. Puoi semmai protestare perché ti riaprono la scuola come hanno fatto, per poi andarci e farsi bocciare. Perché in alcuni casi gli insegnanti hanno pensato bene di dare venti interrogazioni in una settimana e compiti in classe, e bocciarli. Perché così impareranno.
Quando la narrazione negli adulti è governata dall’impossibilità di vedere l’altro, ma dal dover gestire la propria organizzazione e se stessi, è chiaro che abbiamo un piccolo problema. Perché abbiamo adolescenti che non contestano e che si rivolgono sempre di più ad altre agenzie che non hanno mandato educativo
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È vero che i giovani non protestano. Ma è anche vero che nel momento in cui lo fanno vengono censurati o picchiati, o date disposizioni per cui vengono sospesi. Quindi, non è che l’adulto ci faccia una gran bella figura. Non protestano, ma quando protestano vengono penalizzati parecchio.
Cosa le devo dire? All’inizio quando la scuola era chiusa sia gli insegnanti che i genitori dicevano riapriamola, riapriamola. Ora che l’hanno riaperta e i ragazzi dicono “Ma al di là di riaprirla che cosa facciamo?”. Gli dicono “Stai zitto a noi interessava che tu protestassi per riaprirla. Perché io devo andare a lavorare e anche io come insegnante devo tornare a scuola”.
Parliamo un po’ di internet. Non pensa che piuttosto che parlare di abuso, di pervasività, per gli adolescenti si possa parlare di una terza categoria, la capacità di essere on life? Quindi la capacità di creare sinergie tra la vita analogica e la vita digitale, cosa che gli adulti non sanno fare?
Penso che la definizione on life che dobbiamo a Luciano Floridi è perfetta. Non è una terza dimensione. È l’unica dimensione della vita odierna. Abbiamo costruito un sistema dove la politica si muove e governa prima attraverso i social e internet. Il festival di Sanremo parla di Fanta Sanremo. Tutti si muovono in questo modo. È assurdo che ci sia gente che fa il mio mestiere e che dai propri profili social lanci appelli perché i genitori non facciano usare ai ragazzi i social. Penso che internet sia un ambiente che ha modificato completamente la nostra esistenza. Penso che agli adolescenti converrà saperlo utilizzare se no non lavorano. Penso che in Italia dai vent’anni in su se non usi internet sei spacciato in ogni settore, personale, affettivo, relazionale, professionale, familiare. Però esiste una narrazione che racconta che se lo usi dai vent’anni in giù sei dipendente. Internet è la vita. Bisogna integrarlo, è finita così. Io non so come mai è finita così. Però, secondo tutte le ricerche del mondo, e allora avrebbero ragione anche gli editori con cui lavoro, io perderei tempo nel parlare con lei del mio libro. Perché se questo tempo l’avessi dedicato ad aprirmi un profilo di Tik Tok e a mettere un post in cui ballavo a petto nudo insultando due, tre colleghi, e due o tre persone che dicono cose banalissime, comprese quelle che scrivono libri sul fatto che il problema è la riforma scolastica, domani il mio libro sarebbe il primo in classifica. Invece il suo articolo aiuterà a vendere solo tre o quattro copie.
Mi sembra che il gioco sia sempre lo stesso, le vecchie generazioni penalizzano e criticano i giovani e gli adolescenti. Ci troviamo forse di fronte all’invidia degli adulti che intuiscono che la propria vita si avvia verso la fine, invidia nei confronti di adolescenti che hanno tutta la vita davanti? Quindi il problema è il confronto con l’idea della morte?
Certo. Purtroppo invecchiare bene è difficile. Infatti sono già preoccupato. Ho già detto a molta gente di sopprimermi prima se invecchio come ho già visto invecchiare attorno a me. È difficile lasciare l’eredità. È difficile assumersene le responsabilità, soprattutto se magari sei stato in vita qualcuno di importante. È un problema che certamente c’è. Solo che c’è una differenza. In alcune epoche se ai ragazzi veniva negato il futuro loro si arrabbiavano. Magari anche con comportamenti distruttivi, non per forza costruttivi. Oggi il problema che abbiamo è che questi attaccano continuamente se stessi. Cercano il successo, è come se avessero una voce che dice “Meglio morto e popolare che una vita incolore”. Attaccano il corpo. Quindi, questo dovrebbe un po’ preoccupare tutti i genitori e gli insegnanti, a meno che l’idea non sia un’altra.
Io l’ho anche sentita, ho sentito dire in ambito di lavoro, a livello istituzionale “Non è che tutti gli adolescenti debbano superare le difficoltà della vita. Quindi, se si boccia e si suicidano non è che puoi smettere di bocciare. Gli fa bene”.
Meno male che ci sono insegnanti che rimpiangono quegli studenti che se li bocciavi non è che si suicidavano, ma tiravano fuori un cacciavite e ti bucavano le quattro gomme della macchina e la macchina. Nessuno avrebbe mai immaginato di rimpiangerli. Questi insegnanti, bravi, diligenti, molto bravi, li rimpiangiamo. Mentre per altri va bene così. “Hai preso quattro e ti suicidi? Ma chi se ne frega”. Sa è diverso se dai quattro a uno e ti vuole spaccare la faccia o si ammazza.
Non esce un bel ritratto degli adulti.
Esce un ritratto di adulti buoni ma fragili. Dovrebbero smetterla di dire che sono adulti. Dovrebbero fare gli adulti e svolgere una funzione di sostegno alle nuove generazioni.
La psicoanalisi può aiutare a confrontarsi con l’idea della morte resa più reale dalla pandemia?
Il grande rimosso della pandemia è la morte. La morte è messa su grandi immagini, grandi slogan. Ma non è stata utilizzata, non se ne è parlato. Non fa certo audience. Fa audience dare i numeri. Ma non ha visto trasmissioni televisive che parlavano del significato della vita.
Si è parlato della pornografia della morte, della pornografizzazione della morte.
La pornografizzazione è su tutto, quindi anche su quello. Si spettacolarizza tutto, dai funerali al cibo, anche il sesso. Qualsiasi cosa è pornografizzata nella società mass mediatica di oggi.
La morte è parte costituente della vita. Senza la morte non ci sarebbe la vita, i processi creativi, la progettualità, gli iper investimenti, i discorsi che facciamo noi. Questa sarebbe una straordinaria occasione perché la scuola, la famiglia, la Tv, parlassero della morte, che senso ha vivere. Invece in una società che ha già rimosso prima della pandemia, il dolore, i fallimenti, la morte risulta un tema ostracizzato. È come se si dicesse “Adesso bisogna tornare a vivere, basta con questa morte, non esagerate”. Ma come esagerate? Non ne ha parlato nessuno. Hanno parlato dei numeri non della morte.
Alcune domande di tipo tecnico. Cos’è la stanza dell’analisi per l’adolescente?
È uno stato dove sempre più spesso non ci sono lettini. È uno spazio dove si prova a mettere in parola stati d’animo affettivi, confusioni, che se trovano un senso e una parola sono forse più nitidi, e possono portarti a compiere azioni un po’ più a favore di te stesso.
Lei come tutela il segreto dall’invadenza dei genitori?
I ragazzi con i quali costruiamo un rapporto di alleanza fortissimo sanno benissimo che quello che viene detto qua non è detto ai genitori se non con il loro accordo. Ma al contrario di quello che si pensa i ragazzi mi danno autorizzazione di dire ai genitori tutto quello che mi dicono. Vengono qua per questo. Come ho scritto anche alla fine del mio libro gli adolescenti vogliono essere amati dai loro genitori, al limite dagli insegnanti, mica da me. Sono qui per mediare con questi adulti.
Quindi devo dire che il problema che ho ancora una volta è la fragilità degli adulti. Quando io dico delle cose ai ragazzi, che i ragazzi vanno dire ai genitori, sono i genitori a non essere pronti a sentire che si è parlato della verità delle cose. Per i ragazzi di oggi non c’è nessun problema a dire quello che dicono ai genitori.
In adolescenza il transfert si esplica come nell’età adulta?
Il transfert come i maestri ci hanno insegnato non è la tecnica elettiva del lavoro con l’adolescente nello studio psicoanalitico. Ci sono movimenti, se li vogliamo chiamare transferali e controtransferali. Lei ha citato Charmet. In Italia ci sono stati grandi maestri come Senise, Novelletto, ognuno ha portato un contributo.
Senise diceva appunto che se c’è il transfert non va bene per il lavoro con gli adolescenti. Con l’adolescente si lavora per identificazione e contro identificazione, con processi di rispecchiamento. Non è che rivivi nella relazione con il terapeuta la tua relazione di infanzia. Quello è il transfert utilizzato secondo certi modelli e ormai non sempre nelle pratiche con gli adulti. Sono altre le tecniche.

L’adolescente viene qua per essere sostenuto da me, non per diventare dipendente da me invece che da suo padre e da sua madre.
Io mi auguro che l’adolescente si dimentichi di me. L’adolescente deve venire da me, avere un rapporto che gli è utile in quel momento, realizzare i compiti evolutivi dell’adolescenza e poi andarsene a farsi la sua vita. Non ricordarsi per sempre che io l’ho salvato e dipendere da me. Quindi venire in una sorta di riverenza a portarmi lo spumante e il panettone a Natale. Se a cinquant’anni uno che è stato da te a sedici anni si ricorda ancora di te e vuole venire ancora da te non so se vada benissimo.
Se avessi un figlio in difficoltà come potrei scegliere tra diversi centri? Come scegliere uno piuttosto che l’altro?
L’importante è che si scelga un centro dove più persone ragionano. Molto spesso invece c’è la ricerca da parte dei genitori dello psicoterapeuta giusto. Comunque fa una domanda difficilissima a me che rispondo così a chiunque mi chiami quando mi chiedono un numero di telefono di un collega fidato. “Io mi fido a malapena di me stesso e di quelli con cui lavoro tutti i giorni”. Tant’è che mi faccio controllare su quello che faccio. Si figuri se posso dare indicazioni. Bisogna sempre avere in mente che è molto importante che ci sia una mente collettiva nella presa in carico dell’adolescente più che dello specialista individuale.
Quello di cui abbiamo parlato è valido sia per l’adolescente del Liceo classico Beccaria che per quello dell’Istituto penale Beccaria?
Quello di cui ho parlato è valido per tutti gli adolescenti. Quello di cui ho parlato allo stesso tempo non vale per nessuno perché ogni soggetto è unico. E il mio compito è raggiungere l’adolescente là dove è. Non solo, ma per due che vivono nello stesso istituto, al liceo classico, con banchi uno di fianco all’altro, valgono due cose diverse.
È chiaro che queste sono interviste ed è come quando si scrivono i libri, si prova a tracciare un profilo che in linea di massima serve a riflettere. E questo secondo me vale per tutti gli adolescenti di quest’epoca. Detto questo ogni adolescente non è una categoria, è una persona con una traiettoria unica.
I figli sono diversi anche all’interno di una stessa famiglia. Se ce ne sono due o più di due, hanno bisogno di regole diverse. Si figuri se possono essere uguali per uno che nasce a Scampia a Napoli e per uno che vive, non so neanche dove, con quattordici case distribuite tra la Liguria e la Valle d’Aosta. Dipende. Però come sa si suicidano anche quelli che hanno quattordici ville. Quindi quanto abbiamo detto vale in generale. Ma tenga conto che ogni soggetto è unico e che merita adulti che lo guardino e lo raggiungano là dove è di là di ogni stereotipo.

Gianfranco Falcone

 

 

 

 

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