Letter to You, Bruce Springsteen, 2020. Bruce omaggia i morti e torna a casa.

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Non so voi, ma dopo 30 anni di militanza springsteeniana, io sono ancora stordito per Ghosts. Che quest’uomo di 71 anni mi tirasse fuori un sermone rock di questo impatto, che rimarrà certamente nel gotha dei suoi brani per sempre, non dico non me lo aspettassi, ma cominciavo a pensare che non fosse più nelle sue corde. Non succedeva almeno da Born in the Usa. Se a questo elettroshock aggiungiamo tre ballate epiche, verbose, stradaiole e romantiche degli anni ‘70, una preghiera, Thousand Guitars, che sembra la fine della storia di Thunder Road, altre sette canzoni sorrette da un classico E Street Sound che, prese una per una, potrebbero essere tutte un singolo efficace, e poi un suono finalmente pulito e senza fronzoli, abbiamo detto tutto di Letter to You.
Non occorrerebbe andare oltre, perché il resto sono parole a vanvera. Tutto quello che volevamo stavolta ce lo ha spedito per lettera, scritta con inchiostro e sangue; ci sono dentro dedica, appuntamento e sconfinato affetto.

Letter to you copertinaÈ un disco sui morti, Letter to You, su come sopravvivere senza di loro, e su come sopravvivono dentro di noi, nei nostri ricordi e nel nostro modo di vivere quotidiano. Chi li ha avuti, lo sente. Ed è un disco rock, totalmente anacronistico per questi tempi. Però è uscito nel momento perfetto per accompagnare in un periodo duro, per esaltare la forza del ritrovarsi poi a celebrare in branco.

A parte i tre brani del Bruce ventenne, il disco si basa su nove canzoni nuove di una rockstar settantenne arrivata ovunque sognasse di arrivare, con i relativi prezzi da pagare. Alla fine della recensione di Western Stars, dato che si sapeva che Bruce stava per tornare in studio con la E Street Band, mi domandavo che cosa avrebbe potuto aggiungere alla sua monumentale discografia rock a questa età. Beh, la risposta è qui. Tutti insieme, hanno fatto quello che sanno fare meglio. Il loro marchio di fabbrica, su vicende mature, spesso anche malinconiche, per dirci che, seppelliti i cadaveri, noi siamo ancora vivi (il tema c’era già in We Are Alive). Così facendo Bruce lancia un salvagente a tutti coloro che lo seguono da sempre: non è finita, possiamo farlo ancora. Semplicemente quello che tutti volevano sentirsi dire, adesso, da lui.

Insomma, Bruce non inventa nulla di nuovo, ma con un disco ruggente, letteralmente puntellato sul piano di Roy Bittan, retto da una voce ruvida e reso roccioso da tre chitarre tornate a graffiare, regala qualcosa che tiene il confronto con tutti i suoi album indimenticabili. Charlie Giordano fa il Danny Federici alla perfezione e l’organo è protagonista assoluto. I giri di basso di quel fenomeno che è Garry Tallent sono lì da ascoltare, mentre della potenza soverchiante di Max Weinberg non c’è ormai più niente da dire. Ciao ciao ad orchestre ed archi, qui si torna a far venire giù bar, teatri, palazzetti e stadi, anche se l’artrite avanza e le corse in macchina sono state sostituite dalla consolazione del ritorno a casa.

Per parlare delle tematiche, Bruce è diventato un vecchio signore del rock, con lo studio di registrazione in casa fra le stalle dei cavalli e il garage, dove ospita tutti, registra un disco in cinque giorni e brinda al prossimo tour, senza porsi limiti temporali. Nei suoi album attuali non può più esserci spazio per il sogno e la fuga, è giusto ci siano la rabbia e il disincanto. Prevale la nostalgia, la voglia di sopravvivere al tempo che è passato portandosi via affetti, compagni, giovinezza. Gli ultimi anni, con la biografia, lo spettacolo teatrale e Western Stars, sono stati una fedele rappresentazione di tutto questo. Ma Letter to You, pur portandosi appresso quegli stessi concetti, quella stessa depressione, è meno disperato del predecessore, e torna a dare anche qualche scampolo di luce.
Musicalmente rimanda a tante cose del passato, e una canzone che ho avuto dall’inizio nella testa è None But The Brave. Nel complesso è un disco che ti prende per il bavero della giacca, ti fa scorrere tutta la vita davanti e ti obbliga a farci i conti. Dopo l’ascolto, resti steso, tramortito.

L’iniziale, semiacustica e sussurrata One Minute You’re Here è l’anello di congiunzione fra Western Stars e Letter to You, ma dopo, la musica cambia. Con quattro colpi di batteria Letter to You mette subito il treno sul binario della ritrovata E Street Band, finalmente con grandi chitarre in evidenza, e dei punti in cui l’assenza di Clarence suona come una presenza palpabile.
Su Burnin’ Train il vecchio muro del suono chitarristico torna in auge, richiamando le Candy’s Room tanto rimpiante, la voce di Bruce è un ringhio di disperazione. Janey Needs a Shooter è uno dei tre brani del passato e lo si percepisce chiaramente nell’attacco con l’hammond nell’aria, nel fiume in piena dei versi, nell’utilizzo dell’armonica, nella melodia del classico suo rock anni ‘70. Mette i brividi dall’inizio alla fine. Ma la cosa meravigliosa è che la successiva Last Man Standing non sfigura per niente al cospetto della precedente. Ha un’andatura struggente e un sax equilibrato, con cui il nipote Jake sembra non voler strafare per rispetto dello zio Clarence.
The Power of Prayer riporta alle classiche ballatone springsteeniane. Le venature pop in stile Kingdom of Days fanno capolino all’orizzonte, ma pianoforte e sassofono le spazzano via portandola più verso The River che dalle parti del tanto vituperato Working on a Dream (che poi è il suo unico disco minore, insieme alla raccolta di scarti High Hopes, degli anni recenti).
Con House of a Thousand Guitars giungiamo dalle parti della magia. Il piano di Roy è strutturale in un brano dolente e allo stesso tempo speranzoso, una Thunder Road scritta da un uomo anziano, che quella strada ormai l’ha percorsa tutta e invece di fuggire, è arrivato. Rainmaker è potente, forse l’unica canzone politica dell’album, molto vicina a Into the Fire, la sola che ricorda il rock di Bruce post 2000, sotto l’esageratamente pomposa produzione O’Brian. Pare rispuntare anche qualche arco, non accreditato. Ma è rabbiosa.
Inutile commentare If I Was the Priest, si torna ai saluti da Asbury Park ma con la E Street di oggi. Celeberrima. Ghosts, per me, è una bomba. Punto. Piano e chitarre per un rock che torna dalle parti di Badlands e si candida ad aprire i concerti come mai accaduto con un pezzo nuovo negli ultimi 30 anni. Elargisce forza a profusione, affronta il trapasso ricordando chi è andato dall’altra parte.
Song for Orphans è la terza perla antica; si sente, come nelle altre due, l’influenza di Bob Dylan, e c’è tutto il suo modo di raccontare una grande storia di quegli anni d’oro. La finale I’ll See You In My Dreams è messa lì giusto per darti l’ultimo uppercut. Così, se c’erano dubbi, è certo che non ti rialzi più. Se Western Stars calava il sipario in silenzio con la disperazione di Moonlight Motel, questo album si chiude con la speranza di un’ultima grande cavalcata rock. Perché la morte non è la fine.

Stavolta terminerei con un gioco, che può divertire in questo periodo di forzata reclusione e assenza di concerti. Ed è la prima cosa che ho avuto in mente dall’uscita di quella Ghosts dalla quale ancora non mi sono ripreso. Che Bruce e la E Street Band non possano andare in tour subito, con un disco così, è un crimine contro l’umanità del rock, anche considerata l’anagrafe che non aiuta. Ma, se Dio vuole, il tour prima o poi arriverà. Date le premesse, sarà un tour da stadio, anche se io preferisco i palazzetti, e sarà un tour molto rock, anche se da tempo si accarezzava l’idea di live più improntati verso il country delle Seeger Sessions (che prima o poi dovranno tornare). Allora ho pensato che solo con le canzoni dei due ultimi lavori (che come temi sembrano parte di un unico grande album), Bruce potrebbe costruire uno spettacolo totalmente nuovo, inedito, maturo. Lo dico perché mi sono trovato spesso a criticare le scalette troppo “greatest hits” dei tour più recenti, diciamo dalla seconda tranche del Wrecking Ball Tour in poi. Intendiamoci, si è sempre trattato di concerti meravigliosi, ma forse sarebbe ora di fare qualche importante variazione sul tema. E questi due dischi gliene danno l’opportunità. Quello che io immagino sarebbe uno show solido, forse meno giocoso, ma che valorizza la produzione attuale senza tralasciare i classici, diventando così il concerto più diverso e fresco messo in scena con la band almeno dal 2012. Uno show anche più aderente all’età media del gruppo, e emblematico di questo tempo.
Pensate e “ascoltate” questa scaletta soprattutto per la proposizione delle canzoni nuove in un modo organico, in un compendio dei due dischi recenti – Western Stars, purtroppo, non ha avuto uno sfogo live – e non contemplando l’ipotetico Tracks 2, la cui uscita potrebbe guastare le cose. Mi pare una sequenza che può soddisfare i palati fini e nel medesimo tempo i neofiti che vogliono divertirsi. Poi, ovviamente, sulle cose vecchie, tutto è intercambiabile. Ho lasciato uno spazio di respiro sotto ogni mini set, e sono rimasto sotto le 30 canzoni, per scaramanzia.

1. Ghosts
2. Letter to You
3. Badlands
4. Janey Needs a Shooter
5. Burnin’ Train

6. One Minute You’re Here
7. Western Stars
8. Sleepy Joe’s Cafè
9. Tucson Train
10. Moonlight Motel

11. Cadillac Ranch
12. Backstreets
13. The Promise
14. Darkness on the Edge of Town

15. Last Man Standing
16. The Power of Prayer
17. If I Was the Priest

18. The Promised Land
19. No Surrender
20. Thunder Road
21. House of a Thousand Guitars
22. Song for Orphans

Bis

23. Nebraska
24. Rainmaker

25. Gotta Get That Feeling
26. American Land
27. Quarter to Three
28. Born to Run
29. I’ll See You In My Dreams

Non so voi, ma io sono già lì. E se per leggere il gobbo durante l’infinita Songs for Orphans dovrà inforcare gli occhiali da vista, chissenefrega.

Marco Quaroni Pinchetti

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