Lettera a un amico. Andrà tutto bene.

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Caro amico,
dei numeri del coronavirus so poco. Per quel poco che so mi sembrano raccolti senza  criteri chiari e precisi, alla rinfusa. Più che altro mi sembrano utili per il demagogo di turno. Più che dati scientifici sembrano numeri che la politica strumentalizza per giustificare le proprie scelte, per non mettere in discussione il sistema etico economico esistente.
Il Principe di Salina nel Gattopardo diceva qualcosa di essenziale: Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima.

Milano. Foto Gianfranco Falcone 19 aprile 2020

Crediamo veramente che questo che sta accadendo sia l’inizio di una nuova rivoluzione umanistica?
Questa che stiamo vivendo non è altro che l’ennesima crisi dell’iperliberismo imperante, un iperliberismo che vive delle sue crisi fisiologiche. Per qualcuno diventeranno motivo di fallimento, per altri fonte di profitto. Pensa ai big data, alle case farmaceutiche..
Con questa crisi vecchie filiere produttive saranno sostituite da altre, ma ciò che non cambierà è ciò contro cui ci metteva in guardia Marcuse: L’uomo perde la sua vocazione più autentica nel momento in cui gli oggetti di consumo diventano oggetti della libido.
Nessuno ci costringe a questa scelta, ne siamo sedotti e diamo volontariamente, supinamente il nostro assenso, offrendo il collo al boia.

Viviamo tempi surreali, io sono a casa che combatto contro le mie perenni crisi respiratorie, sbranando briciole di vita mentre la gente muore in massa.
Non mi attendo nulla da questo Stato pasticcione, che non è in grado di creare un sistema di welfare credibile e che nei confronti della disabilità, come dice il senatore Luigi Manconi, mostra tutta la sua feroce inciviltà. Questo mi mette al riparo da vane attese. Ma d’altronde non mi aspetto nulla da chicchessia. Anche se sono grato per ciò che arriva, quando arriva, se arriva.
Rivendico il mio diritto a esercitare il pensiero nelle sue forme.

Roma, Stazione Terminii.
Foto Pasquale Esposito 11 aprile 2020

Sono stato a Roma fino a due giorni prima che dichiarassero il lockdown. L’11 marzo, ultimo giorno prima della chiusura della Lombardia, ho fatto un bellissimo safari fotografico. L’ho ripetuto il 19 aprile. Probabilmente lo ripeterò prima del 4 maggio, giorno di riapertura della città. Mi affascina Milano vuota e desolata.

Non ti dimenticare caro amico che io combatto ogni giorno per la sopravvivenza, coronavirus o non coronavirus. Non cammino, le mani sono degli uncini inservibili. Se mi sposti dalla scrivania vedi un corpo inutilizzabile. Quindi, in conclusione, che me ne fotte a me del coronavirus? Se anche il più piccolo gesto mi mette in sofferenza?
Aveva ragione José, dovrei fare di più l’handicappato, altrimenti la gente non se ne rende conto.

Caro amico,
il peggio arriverà dopo il 4. Intanto mi hanno tolto le puttane, i teatri e i cinema. Per me sarà ancora più dura. Non dimenticare che la vera disabilità è la povertà, e io non navigo nell’oro. La povertà ti impedisce di accedere ai beni di prima necessità, a un alloggio, a strumenti, alle cure essenziali per vivere una vita.
Andrà meglio.
Non credo a questa dolce favoletta della buonanotte.
Niente abbiamo imparato da Aushwitz, niente impareremo dal coronavirus. Rimarremo sempre miserabilmente, meravigliosamente umani, con Aushwitz, e la Cappella Sistina nel cuore. A farci sbilanciare da una parte o dall’altra è il caso? Il caos? Dio? Le scelte etiche?
Non lo so.
Ognuno farà la sua scelta.
Ognuno obbedirà ai suoi demoni, alle sue bandiere.
Ognuno fingerà di scegliere. Ma quella della scelta come ben sai è spesso un’illusione.

Gianfranco Falcone

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