Sul costruire: lettera a un amico

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“Il comportamento dei miei simili, in queste settimane, assomiglia all’ordinario comportamento che ho io ormai da molti anni”.

Mi ha divertito leggere questa frase nella tua lunga lettera. Qualcosa di simile la penso anche io per me. Finalmente posso non sentirmi più in colpa per il mio modo ritirato di vivere, per il mio dedicarmi alla lettura e alla scrittura. Comunque a giochi che richiedono molto tempo e molta solitudine. Finalmente posso permettermi il lusso di non cercare più di assomigliare il mondo. Visto che oggi il mondo tenta in qualche misura di assomigliare a me. Il mondo in qualche misura è stato costretto a questo cambiamento di rotta. Quando racconto che non ho problemi a scrivere, leggere, concentrarmi risponde stupefatto.
Una mia indole solitaria, che mi sono spesso rimproverato e che ho cercato in molti modi di contrastare, unita ai lunghi anni di ospedalizzazione, mi hanno portato ad avere una sofisticata dimestichezza con la solitudine, con il condurre una vita ritirata in casa in pochi o molti metri quadrati che siano.

Ho finito la tesi.
L’argomento della tesi era la morte, la morte tra limite e risorsa.
Sembrava un tema talmente marginale, di poco interesse, irrilevante, strano.
Spesso i paradossi della vita ribaltano i significati le cose. Oggi il tema della morte, della nostra fragilità è tornato in modo dirompente a farla da protagonista.
Aver finito la tesi è la conclusione di un lungo percorso, che non ha sicuramente la forma di una linea retta, ma di un arabesco. Con molte svolte, ritorni, ripensamenti, soste e slanci, è durato quarant’anni
La laurea in psicologia mi consentirà di fare il tirocinio, l’esame di stato, e quindi poter decidere senza che nessuno me lo vieti di esercitare. Se sarà questa la direzione che vorrò prendere, caro amico, io non lo so. Quello che so è che non voglio considerarmi un pensionato, né alla fine di un percorso umano e professionale. Il bello viene adesso. E bada, potrei anche morire domani e comunque il bello verrebbe adesso.

Non so in che direzione voglio andare e che direzione prenderà il mio scrivere. Sicuramente una certezza c’è: lo scrivere rimarrà una delle mie priorità. Non perché sia frutto di una scelta. Scrivere per me è una necessità, come mangiare, come respirare. Anche pensare una necessità, ed è qualcosa che sviluppo insieme alla scrittura, alla lettura. In questa fase, in questi giorni che stiamo vivendo, che sono sicuramente giorni particolari, non mi sono ancora sentito di assumere toni apocalittici e da fustigatore. Da una parte perché non è nelle mie corde. Dall’altra perché non ne avverto la necessità. Preferisco descrivere ciò che accade, anche perché credo che attraverso la descrizione degli accadimenti, emerga in modo più netto e chiaro chi fa cosa e chi dice cosa. Le cose, se descritte, si stagliano meglio sullo sfondo e assumono da sole i loro significati senza che debba sovrapporre ad esse la mia voce.
È vero quello che dici. Siamo guidati da uomini mediocri. Ma la politica, a parte alcune splendide eccezioni, è un mondo fatto da mediocri. Questo lo sapevo già prima di ammalarmi. Ne ho avuto la precisa certezza nei giorni del mio lungo e impegnativo recupero dalla Guillen Barré. In quei giorni ho capito che al di là dei proclami per le persone disabili, per le persone fragili in generale, lo Stato, non è in grado di costruire reali politiche per promuovere progetti di autonomia. È solo capace di creare poveri centri di reclusione, veri e propri cimiteri degli elefanti.
Ma come tu mi hai spesso ricordato, i politici che ci governano non sono altro che lo specchio delle nostre miserie, dei nostri limiti. Questo accade non soltanto in Italia, lo vediamo anche nel Regno Unito con Boris Johnson. Lo vediamo negli Stati Uniti con Trump. Lo vediamo nelle scelte impaurite della Svezia, della Norvegia, che di fronte la pandemia si rifiutano di prendere provvedimenti che possono in qualche modo aiutare la popolazione. Quali non lo so con precisione. So che però alcune cose potrebbero essere fatte e adesso si sta iniziando a farle. A volte sono le cose più semplici che aiutano. Ad esempio si possono istituire delle fasce orarie protette per gli anziani e per le persone, in modo che possano fare la spesa rischiando di meno

Non credo che impareremo molto da questa pandemia. Se non abbiamo imparato nulla da Auschwitz, dubito che da questi giorni apprenderemo una migliore lezione.

L’umanità procede in cicli perfetti, anche nell’ignominia e nella negazione. Un giorno ti dissi che io adoro l’umanità ma detesto la gente. I miei sentimenti non sono cambiati. Credo che la gente sia cieca, sorda, impaurita, miserabile. Ma spesso dimentichiamo che quando si dice gente anche noi apparteniamo ad essa, quindi portiamo cucita addosso la nostra cecità, la nostra miseria.
Non so dove porterò la mia scrittura. Sento comunque l’esigenza di abbandonare per un po’ l’intervista ai politici li trovo noiosi. Sempre pronti a dichiarare quanto di buono hanno fatto, quanto sia buono il mondo in cui ci fanno vivere. In quel mondo non sento voci di verità. Voci che invece trovo quando mi confronto con gli artisti del nostro tempo. Ultimamente ho avuto questa fortuna. Ho avuto la fortuna di intervistare, come del resto sai, Moni Ovadia, Malosti, Sarti, Celestini, Maddalena Crippa, Arianna Scommegna, Petra Magoni, e molti altri ancora.
Ognuno di loro mi ha portato la sua parte di verità, e di questo sono loro grato.
Non riesco ad essere altrettanto grato ai politici, tranne rare eccezioni. Nei dialoghi con loro avverto sempre l’attenzione che prestano ai possibili voti che potrebbero guadagnare nel dialogo con te, dicendo la cosa giusta, alle persone giuste, nel momento giusto.
Giusto e sbagliato. Sia io che te non abbiamo mai cercato, mai trovato il momento giusto. Abbiamo sempre cercato e scelto il momento sbagliato, con pertinacia, perseveranza, ostinazione. Quasi che il momento sbagliato fosse l’unica possibilità di verità che eravamo disponibili a incontrare.
Non impareremo nulla di nuovo da questi tempi. Forse il giardino dei giusti si arricchirà di qualche presenza in più. Perché accanto alla miseria, l’umanità è sempre stata in grado di produrre degli illuminati come Mandela, Gandhi.

Veniamo a uno dei punti che hai toccato nella tua lettera, la libertà. Questa è la chimera che entrambi abbiamo coltivato, che ho coltivato nei lunghi anni di ospedale, quando il futuro mi sembrava oscuro, imperscrutabile, perché il corpo non rispondeva. L’unica parte del corpo che riuscivo a muovere era l’indice della mano destra.
In quei giorni la mia grande paura non era, quella di rimanere disabile, ma di dover rinunciare alla mia libertà. Allora pensavo a libertà molto semplici, quale la libertà di avere un corpo che rispondesse alle mie necessità. Finalmente quel corpo l’ho riguadagnato. Non perché abbia ripreso a camminare o perché le mie mani rispondano alle mie intenzioni. Ma semplicemente perché riesco a raggiungere la tazza del cesso, a lavarmi, a grattarmi il buco del culo.

Se penso alla parola libertà penso anche che sia questa la cosa più importante a cui possiamo aspirare. Non è la felicità il punto d’arrivo. Molti uomini hanno rinunciato alla felicità perché hanno posto al di sopra di essi stessi, della loro possibile conservazione altri valori. In questi valori hanno creduto grandi uomini e piccoli uomini. È solo un mito culturale che il massimo bene debba essere necessariamente la felicità. È un mito che non condivido. Ma questa mancanza di condivisione non deriva da una scelta meramente intellettuale. La mia scelta e ben più profonda. È una scelta effettuata quasi d’istinto, attraverso tutte quelle azioni che nel corso degli anni, mi hanno portato a dire no alle soluzioni facili e confortanti. Preferendo a queste, il perseguimento di una capacità critica, di uno sguardo il più possibile lucido e alieno dagli stereotipi. Ci ho provato. Non so quante volte sono uscito realmente ad allontanarmi da risposte di comodo. Anche perché è difficile, e lo sto scoprendo sempre di più negli ultimi anni, elaborare un pensiero personale. Che lo vogliamo o no, siamo sempre prigionieri della civiltà, della cultura di appartenenza. E se questo non bastasse siamo prigionieri dei nostri sensi, che se anche trovano prolungamento nei sofisticati strumenti che abbiamo oggi a disposizione, non riescono comunque a modificare quello che è il passaggio successivo della riflessione e dell’analisi dei dati a cui perveniamo. Questa fase di analisi e riflessione rimane inevitabilmente e inesorabilmente vincolata dalle nostre caratteristiche umane.

Non so dove mi porterà la scrittura so che la conclusione della tesi non è soltanto la conclusione di un percorso universitario. È la conclusione o perlomeno il punto di arrivo di un percorso iniziato quarant’anni fa. Adesso molto tempo si apre davanti a me. Ho la fortuna di poter assolvere in qualche modo ai bisogni primari con la piccola pensione che ho. Quindi starà a me decidere in che direzione andare senza eccessivi affanni per il quotidiano.

Ho una piccola certezza. Non credo che cercherò di rimpinzarmi del sapere degli altri, anche se ritengo necessario continuare il confronto con i grandi maestri della nostra civiltà, presente e passata. Non credo che mi rimpinzerò del sapere degli altri e contemporaneamente so, e lo so perché già il meccanismo si è già avviato, che cercherò di ascoltarmi più nel profondo, per poter essere io a produrre i miei saperi, la mia visione delle cose.
Con immenso affetto,
tuo Gianfranco

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