Letteratura americana e musica, ricerca e Università: dialogando con Marco Petrelli

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Un incontro fortunato. Nasce quando lessi su Alias, con molta attenzione e curiosità per la mia ignoranza, il saggio/recensione di Marco Petrelli su Kent Haruf ed in particolare del suo “ultimo frammento del mosaico, La strada di casa [in cui] descrive il ritorno alla contea di Holt, microcosmo umano lontanissimo dai ritmi frenetici delle città e del resto del paese a cui l’autore ha dedicato tutta la propria carriera”.

Marco Petrelli

Marco Petrelli è professore a contratto di letteratura anglo-americana nelle università di Bologna e Torino. Collabora alle pagine culturali de Il manifesto.
Quando ho letto dal suo profilo Twitter la stringata quanto anarchica descrizione (professor, punk bluesman, anti-fascist, buffoon) ho pensato che dovevo provare a confrontarmi con le sue idee e che sarebbe stato utile per la nostra voglia di muoverci su un campo largo, senza confini.
Cordiale, affabile e immediatamente disponibile abbiamo subito concordato il da farsi. L’ascolto del blue, il punk che, come meglio ci spiegherà, è parte della sua formazione, di un desiderio di “diventare musicista”, ma anche un approccio filosofico. E allora partiamo proprio da lì.

Cosa significa per lei blues e punk, intendo dire sia da un punto di vista della sua storia personale che della cultura americana?
Alessandro Portelli, eminente americanista italiano, ha affermato più volte che il suo avvicinamento alla cultura statunitense è sempre stato veicolato dalla musica. Prima venivano le canzoni, poi tutto il resto. Non posso dire che per me sia stato così. Ho sempre amato la musica, e ho iniziato a studiare musica da bambino, ma è stata la letteratura a farmi diventare un americanista. Durante l’adolescenza, insieme a un generico amore per la letteratura, coltivavo due passioni musicali che all’epoca mi apparivano quasi schizofreniche: il punk rock e il blues.
Mi avvicinai al blues perché ero attratto dai suoni spettrali e primordiali dei bluesmen degli anni ’20 e ’30. Era qualcosa di mai sentito prima.
L’amore per il punk invece nacque dal tipico desiderio di ribellione adolescenziale, esacerbato dal fatto di essere cresciuto in un paesino sperduto di un migliaio di anime. Non ricordo esattamente come venni in contatto con la cultura punk, ma iniziai come molti dalle cose più recenti e orecchiabili, fino ad arrivare alla versione a me più congeniale anche da un punto di vista politico, che è lo hardcore punk. Dico politico perché, più di altre incarnazioni, lo hardcore è espressione della filosofia DIY (Do it Yourself), dell’attivismo dalla base, e di un modo più conscio e impegnato di stare al mondo rispetto al nichilismo di un certo punk (quello del No Future, per intenderci) che non ho mai molto amato. La mia idea di punk, sia in musica che come filosofia esistenziale, è fluida e decisamente ampia —chiudersi all’interno di definizioni rigide non è punk. Sono sostanzialmente d’accordo con il Punk Manifesto di Greg Graffin, frontman dei Bad Religion, in cui si leggono affermazioni come “il punk è un processo d’interrogazione di dedizione alla comprensione che sfocia nel progresso personale e sociale”, e “punk è credere che questo mondo sia ciò che facciamo di esso, e che la verità derivi dalla nostra comprensione della realtà delle cose, e non dalla cieca aderenza a regole che descrivono come le cose dovrebbero essere”. Questo si riflette in una musica ruvida, diretta e priva di artifici; ed è qui, credo, che punk e blues dimostrano di essere più vicini di quel che si creda, fluendo l’uno nell’altro. Entrambi i generi sono espressioni spontanee, seminali, aggressive ma non sterilmente distruttive. Vengono dal di fuori, e danno voce a una comunità di individui che la società, in modi diversi, ostracizza. Si tratta di musica dagli ultimi per gli ultimi, e quindi intrinsecamente militante. O almeno, queste sono le mie idee in merito, e la mia comprensione di queste espressioni musicali e culturali e delle filosofie che veicolano ha fortemente ispirato il mio modo di vivere e di pensare. Infine, se anche non devo alla musica la scelta della mia carriera, nel caso del blues posso dire che è stato funzionale almeno nell’indirizzarmi verso l’ambito di specializzazione che ho scelto: il Sud statunitense. Credo che questa mia ossessione derivi anche dall’immaginario trasmessomi dai vecchi bluesman del Delta che ho ascoltato e amato per tanti anni. Il blues mi ha dato la sostanza, il punk l’attitudine.

Lei è un ricercatore e conosce bene lo stato della ricerca quando non dimenticata del tutto, picconata in tutti i suoi cardini. Quale azione concreta andrebbe messa in atto per ridare centralità alla ricerca che, personalmente, considero un bene comune?
Mi fa una domanda complessa e semplice allo stesso tempo. Più fondi, sicuramente. Non si è mai fatto abbastanza per la ricerca, e da molti anni a questa parte si è intervenuti solo per tagliare senza pietà i già tendenzialmente miseri finanziamenti destinati alle università. Ma un’operazione del genere è immaginabile solo da parte di una politica conscia del valore della ricerca e del sapere in generale, il che non mi pare il caso italiano purtroppo. La ricerca nel nostro paese è strutturalmente impoverita dalla cronica mancanza di fondi, e, ultimamente, patisce anche l’anti-intellettualismo che i movimenti populisti hanno imposto all’opinione pubblica. Dopo aver trasformato le accademie in aziende, si è tagliato per soddisfare le richieste del mercato; si è tagliato perché il pubblico (e quindi anche le università pubbliche) è stato (ed è ancora, direi) sotto attacco incrociato da parte della destra ultraliberista che ha governato per decenni. Adesso si fatica a riportare i problemi dell’università al centro del dibattito non solo per l’impoverimento generale del paese proprio a seguito di quelle politiche scellerate, ma anche per via della diffidenza nei confronti del sapere, un prodotto cosciente della retorica populista per cui i professionisti di ogni settore diventano una casta da abbattere. È forte l’idea aberrante secondo la quale chi sa più di noi è un nemico, che l’ignoranza sia tutto sommato un valore. Tutto questo deve sparire. Tornare a valorizzare il sapere a ogni livello è una priorità etica oltre che politica, perché l’Italia sconta anni di abbrutimento volontariamente inflitto al popolo con lo scopo di trasformarlo in una massa di consumatori da poter indirizzare alla bisogna. Un popolo educato (e non parlo solo di titoli di studio) è un popolo capace di difendersi creandosi delle idee più stabili che vanno al di là del contingente, e quindi di combattere per ciò che è importante a prescindere dalle particolari dinamiche politiche del momento. La creazione e la salvaguardia del sapere sono fondamentale per il benessere e il progresso di qualsiasi società. Ma è un processo complesso, lungo e pieno di ostacoli. Non sono affatto ottimista sul futuro del nostro paese, a essere onesto.

La prof Valeria Pinto in “Valutare e punire” mette nero su bianco una critica profonda alla cultura della valutazione fin nei suoi presupposti ideologici. Mi perdoni la citazione, ma rispondendo ad una domanda alla nostra rivista spiegava che “Un’agenzia governativa – l’Anvur – interviene mettendo a sistema presunti criteri di scientificità delle pubblicazioni, modalità, forme, tempi e valore delle stesse. Irrompe nelle redazioni delle riviste poliziescamente, intimando di mostrare le schede del “peer review” se non si vuole essere declassati, insomma non ti fa visita buttando all’aria scaffali e scartoffie, o chiudendo redazioni con modi da sbirri, ma con gentilezza (con “spinta gentile”) semplicemente ti chiede di mostrare la tua completa conformità”. Qual è la sua opinione a proposito delle modalità con cui è governata la ricerca? Ha la stessa sensazione di esser gentilmente spinto alla conformità?
I criteri che regolano la qualità della ricerca sono spesso farseschi. Tanto per cominciare, non assicurano nessuna reale qualità. Si spingono i ricercatori a produrre continuamente, con un predominio della quantità che non può non avere un impatto sul valore di ciò che si produce. La spinta al conformismo di cui parla, e che chiunque lavori nella ricerca avverte in qualche modo, suppongo, è funzionale alla burocratizzazione del sapere: una cosa omogenea è più facile da controllare e valutare. Come succede di frequente, a fronte di un problema che meritava sicuramente attenzione, ovvero il modo di assicurare la qualità della ricerca, si è risposto in maniera ampiamente inadeguata e tendenzialmente sproporzionata. È assurdo pensare di poter gestire la ricerca come una catena produttiva, e gli effetti di questa irreggimentazione sono già evidenti. Queste dinamiche vanno a ricreare gli stessi monopoli che volevano combattere, e in più tendono ad appiattire il sapere in una rassicurante mediocrità generale che però assicura la sopravvivenza dello studioso sul mercato. Ovviamente parlo esclusivamente per il mio campo, ma le cose non sono così diverse altrove.

L’inglese per la sua storia di lingua dominante e, forse per la sua semplicità di base, è diffusissima. L’inglese/americano è parlato e scritto dalle molte comunità linguistiche all’interno degli USA e in molte parti del mondo e finisce con l’essere oggetto di commistioni, infiltrazioni, e non parlo dei prestiti linguistici a cui ogni lingua deve una parte del suo sviluppo, prima ancora di venire accettati ufficialmente. Quanto questo ibridarsi è presente o non lo è nella lingua inglese della letteratura americana contemporanea? C’è qualche autore che può esserne un alfiere e come?
Tutte le lingue sono delle entità vive, e come tali si evolvono, si adattano, mutano o muoiono. Appartengono più a chi le parla che ai grammatici, che ne registrano l’evoluzione senza poterla arginare più di tanto (entro certi limiti, ovviamente). È proprio la diffusione dell’Inglese che ne favorisce la fluidità: tante voci, tante culture, tante storie diverse da raccontare. Ovviamente l’inglese americano è addentro a questo processo come tutte le altre varietà di inglese. Anzi, lo è dall’inizio della sua storia, perché la necessità degli europei di nominare cose mai viste prima e l’incontro delle varie lingue che si parlavano sul continente nordamericano durante la colonizzazione hanno imposto le ibridazioni e le infiltrazioni di cui parla. La letteratura, specie quella più attenta all’oralità, allo slang e al gergo di particolari gruppi etnici o sociali, registra certamente questa continua trasformazione. Non sarei in grado di fare un solo nome, o di indicare un autore più rappresentativo degli altri. Chiunque scriva di situazioni ibride e liminali con un certo orecchio alla realtà può essere un buon esempio. Penso alle comunità afroamericane, latinx e alle minoranze etniche in generale; ma anche ai gerghi giovanili e di strada, la cui inventività è vivacissima, la rapidità con la quale si evolvono incredibile. Anche internet è un ambiente in cui la lingua subisce ibridazioni e mutazioni continue, un vero romanzo della rete registrerebbe sicuramente l’avanguardia del linguaggio. Mark Doten si è mosso in questa direzione in Trump Sky Alpha con risultati molto interessanti.

Nella recensione dell’ultimo lavoro di Kent Haruf, La strada di casa, apparsa su Alias, oltre a parlarci con profondità del romanzo e della cifra stilistica di Haruf accenna anche alla “dimensione regionalistica” e ai suoi “tormentati rapporti” con una parte della letteratura americana contemporanea. Di cosa si tratta? E oltre ad Haruf con i suoi romanzi ambientati nella immaginaria cittadina di Holt chi meglio esprime questa dimensione?
Il discorso sul regionalismo statunitense è ambiguo perché, se da un lato la letteratura americana delle origini combatteva contro le accuse di provincialismo e aspirava al riconoscimento che tradizioni letterarie più attestate avevano già ottenuto, dall’altro il modo più immediato che aveva per distinguersi dalle altre letterature di lingua inglese era marcare i propri elementi autoctoni. Gli Stati Uniti sono un paese sconfinato, è inevitabile che molta della letteratura che producono sia connotata in senso regionalistico. Forse è solo un’impressione, ma mi sembra che in tempi più o meno recenti si sia prodotto un gran numero di opere volontariamente e fortemente localizzate sulla mappa. Haruf è un ottimo esempio, ma risultati anche migliori sono stati ottenuti da Chris Offutt con Nelle terre di nessuno, da Daniel Woodrell, Jesmyn Ward, da Tiffany Quay Tyson con The Past is Never (ancora inedito da noi), e, tra gli autori contemporanei ormai canonici, da Cormac McCarthy con i suoi romanzi degli Appalachi. Tra i classici, basta il nome di William Faulkner, che in un certo senso è il maestro di tutti gli altri.

Se dovesse intervistare un narratore americano chi sceglierebbe e perché?
Toni Morrison, senza dubbio. Per la forza incredibile che metteva in ogni parola e nel suo modo di essere al mondo. Ci sono un gran numero di autori che sarei curioso di intervistare e con i quali scambierei volentieri qualche parola, ma Morrison aveva un’energia sovrannaturale. Non ho mai potuto assistere a un suo reading o a una conferenza, ma ricordo che solo guardando le registrazioni di alcuni suoi interventi per la prima volta anni fa rimasi a bocca aperta: aveva una presenza ieratica, una solennità che nascondeva la rabbia maestosa e a stento repressa di chi per tutta la vita si è dovuta difendere da un sistema come quello statunitense, fatto di razzismo quotidiano. È stato lo stesso con i suoi libri, lessi Beloved abbastanza tardi (mea culpa), quando ero già adulto e i miei studi avviati, e fu una rivelazione. Il modo che aveva di portare avanti grande letteratura e impegno civile e politico resteranno per sempre come un raro, eccezionale esempio di artista e intellettuale a tutto tondo. Pochi altri scrittori mi hanno lasciato un’impressione tale. Visto che però Morrison purtroppo è tra i più, forse opterei per la già citata Jesmyn Ward, che tra i nuovi autori statunitensi mi sembra quella che più di tutti ne ha raccolto l’eredità. Ha davanti un futuro radioso, ci scommetto.

Un’ultima domanda: lei è redattore e asse portante della rivista Menelique Mag. Mi ha spiegato che si posiziona con un linea editoriale più radicale di Jacobin Italia. Cos’è la radicalità per lei e come la esprime Menelique?
Mi permetta di correggerla: non sono affatto un asse portante di Menelique. Sono stato coinvolto nel magazine fin dalle fasi iniziali, ma il lavoro vero è stato fatto da altri. Il mio ruolo si limita allo scrivere piccoli pezzi di critica culturale (dedicati soprattutto alla letteratura), seguendo il taglio politico e militante della rivista, e sono molto felice di rimanere nel collettivo come una voce tra le altre. Insieme alle altre, direi. Per quel che riguarda la radicalità, la percepisco come un dovere esistenziale. Il capitalismo e le sue strutture ci schiacciano in ogni modo possibile, soffocando anche i nostri sentimenti, i desideri e le aspirazioni, oltre ad avere evidenti effetti catastrofici sulle condizioni materiali delle nostre esistenze sempre più precarie, alienate, deteriorate sul piano sociale e psicologico. Riconosciuta la nostra condizione di oppressi, è necessario fare tutto il possibile per vivere pienamente: mettere in discussione il sistema e l’autorità, ribellarsi ai falsi assoluti che ci vengono imposti con la scusa della ragionevolezza, del realismo, del decoro e via dicendo. Si tratta, ancora una volta, di capire che questo mondo è ciò che facciamo di esso, con l’obiettivo di costruire una società migliore per tutti. Prendendo in prestito le parole di Angela Davis, non basta essere “non”, bisogna essere “anti”. Questo credo sia il senso ultimo dell’essere radicale. L’affermazione secondo cui Menelique sarebbe più radicale di Jacobin (mi riferivo più alla testata originale, per quello nostrano la situazione è un po’ diversa) è una semplificazione abbastanza rozza con la quale volevo sottolineare come le radici politiche del nostro magazine siano meno rigidamente legate al socialismo democratico che ispira i fondatori di Jacobin, e più vicine a pensiero ispirato alla critical theory, al postcolonialismo e all’intersezionalità, e quindi tendenzialmente più ampio e inclusivo rispetto a una visione marxista tradizionale. Ampliare l’approccio critico vuol dire riconoscere meglio e denunciare con più forza ingiustizie e oppressioni (e quindi, essere necessariamente più radicali). Con questo non voglio squalificare Jacobin USA, che credo abbia fatto e stia facendo un lavoro fondamentale nel sensibilizzare e radicalizzare molti statunitensi, un popolo storicamente sordo (e anzi, apertamente ostile) a istanze socialiste, o semplicemente di giustizia sociale. C’è anche da dire che, grazie alla polarizzazione imposta dalla retorica di Trump e dal disastro totale della sua presidenza, la rivista (e, con mia grande sorpresa, parte della stampa USA) ha spesso abbracciato posizioni tendenzialmente più radicali di recente, quindi forse dovrei semplicemente ritrattare la mia affermazione.

Pasquale Esposito

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