Letteratura di viaggio: quando gli scrittori scoprono popoli e culture

Diario dall'Afghanistan Ettore Mo
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Si può viaggiare per motivi differenti. Si può, allo stesso modo, raccontare in modo diverso ciò che si è visto, udito, appreso. Tutto dipende dal proprio punto di vista, dall’angolatura visiva e percettiva che si decide di adottare, dal modo, del tutto intimo e personale, con cui si registrano le impressioni sensoriali, i dialoghi intrapresi, le persone incontrate.  Il classico taccuino sempre a portata di mano, pronto a captare e annotare poi sulla carta ogni dettaglio interessante, è un’immagine fin troppo nota e utilizzata, ma che rende bene l’idea del viaggiatore curioso e ammaliato, di colui che visita luoghi e conosce persone con la smania di raccontarli agli altri, e forse ancor prima a se stesso. Il viaggio, del resto, più che un incontro con altri, è innanzitutto un incontro con se stessi, di cui non resta che descrivere scoperte e misfatti reconditi.
Non deve sorprendere, perciò, che la letteratura di viaggio, sia esso immaginario, fantastico o reale, sia da sempre uno dei generi più interessanti, in grado di offrire ogni volta nuovi spunti senza esaurire mai il suo contenuto.  Perché nei volti descritti, nei percorsi effettuati, nelle meraviglie osservate c’è sempre qualcosa di nuovo, misterioso e segreto, a cui occorre avvicinarsi con rispetto e gratitudine. Una parola, un viso umano, una bellezza naturale: ogni cosa è lì, nascosta tra le righe dei diari di viaggio. La grazia sta nel celarla tra le immagini più note, la sapienza sta nel coglierla.
Per tutti questi motivi, ogni scrittore che decida di condividere i suoi viaggi con i lettori che mostrino il suo stesso desiderio di esplorare, navigare e percorrere città, Paesi e continenti, presenta un approccio necessariamente dissimile rispetto a tutti gli altri. La scuola della letteratura di viaggio ha avuto, nel corso degli anni, importanti contributi da parte dei giornalisti, in un’epoca in cui il giornalismo si basava ancora sul “reportage sul campo” e non si praticava in ufficio, dietro a una scrivania. Viaggiare per professione, alla ricerca di notizie e curiosità, diventava così una continua scoperta personale, tra luoghi e individui sconosciuti.

Ettore Mo Sporche guerreL’articolo di cronaca si alternava, inevitabilmente, a riflessioni e suggestioni individuali, rese ancor più intense dalla descrizioni di episodi e aneddoti, dal tono più umano che giornalistico. E’ il caso, per esempio, di Ettore Mo, probabilmente uno degli ultimi veri inviati di guerra del giornalismo italiano, risalente a una stagione ormai remota, se non propriamente estinta. I suoi reportage – realizzati come inviato del Corriere della Sera – a metà tra cinismo e dolcezza, portano alla luce le storie apparentemente più inaccessibili, le più turbolente, le più vere, insomma. Attraversando in lungo e largo l’America Latina, il Medio e l’Estremo Oriente e anche l’Africa, Mo ha narrato storie di soprusi, violenze, abusi, sopraffazione, ma anche casi di rinascita, vittoria e insperata felicità. Non è un caso che il sottotitolo di uno dei suoi libri, “Lontani da qui”, reciti: storie di ordinario dolore dalla periferia del mondo.
ebano ryszard kapuscinskiIl suo, tuttavia, è uno sguardo più distaccato, sì coinvolto ma comunque meno passionale rispetto a quello che emerge, per esempio, nelle opere di Ryszard Kapuściński, altro maestro imprescindibile del giornalismo internazionale. Questo autore, infatti, pur non abbandonando un’impostazione critica e razionale, approda a un soggettivismo che evidenzia, inevitabilmente, il legame indissolubile che egli ha stabilito con la terra che più ha visitato, raccontato e amato: l’Africa. Quel continente immenso, pieno di ricchezze umane e naturali, con alle spalle una storia unica, drammatica eppure estremamente interessante, che ogni volta rivela una parte di sé finora tenuta all’oscuro. Proprio questo è il merito del giornalista polacco: quello di raccontare l’Africa più misteriosa, uno straordinario insieme di culture, etnie, religioni, villaggi e tribù che rendono unico questo continente. Lontano dai quartieri residenziali e diplomatici, Kapuściński parla con la gente comune, si affanna in mezzo al deserto, visita le zone più remote, prova sgomento in mezzo a tanta povertà, eppure ammira la grazia e la gentilezza di un popolo che non potrà mai dimenticare.
Pasolini L'odore dell'IndiaNonostante tutto, se il punto di vista di Kapuściński mantiene comunque un certo rigore giornalistico – non rinnegando divagazioni di natura storica e politica – non completamente disincantato è invece l’approccio di Pasolini nel suo libro “L’odore dell’India”, dove lo scrittore racconta il suo viaggio in terra asiatica avvenuto in compagnia di Moravia e della Morante nel 1961. Pasolini scopre, infatti, un luogo in un certo senso mitico, ancora primordiale e puro, lontano da quel conformismo che si andava formando in Italia e che il poeta non poteva fare a meno di criticare. L’India, così, diviene il luogo simbolo di un’umanità innocente, candida, ancorata a valori e ideali profondi e non corrotta dall’ipocrisia borghese tipica del mondo occidentale.
Tanti, insomma, sono gli autori italiani che hanno garantito un notevole contributo alla letteratura di viaggio. Fra gli altri, è impossibile non citare Tiziano Terzani, colui che è stato forse l’ultimo fondamentale esponente della grande generazione di intellettuali italiani figli del Novecento. Un personaggio unico, capace di restare sempre fedele a sé stesso e protagonista di racconti, viaggi e incontri che hanno lasciato un segno indelebile nella letteratura nazionale.
La lista degli scrittori che hanno scritto e pubblicato diari di viaggio degni di nota, ovviamente, non si esaurisce qui. E’ altrettanto vero, però, che è impossibile pretendere di poterli menzionare tutti: non ce ne vogliano, pertanto, i vari Paolo Rumiz, Sergio Ramazzotti, Walter Bonatti e altri, tutti autori (e viaggiatori) che, in un modo o nell’altro, hanno realizzato opere di indiscusso valore umano, prima ancora che letterario.
Al di là di ciò che ogni lettore può rintracciare e scoprire tra le parole, ogni viaggio è comunque innanzitutto un’esperienza personale, inaccessibile a chiunque non l’abbia vissuta in prima persona. Eppure, è proprio grazie a libri di questo tipo che ci è consentito viaggiare un po’ di più, muovendoci magari con la testa e non con i piedi, ma essendo comunque ogni volta altrove. E quando gli scrittori ci riportano le avventure vissute, le persone conosciute, i luoghi visitati, loro si emozionano scrivendo e ricordando, noi ci arricchiamo, invece, semplicemente leggendo, cercando tra quei luoghi e quegli uomini uno spazio che ci pare di riconoscere o un volto amico. Poiché viaggiare, in fondo, significa conservare, fare memoria e raccontare. E raccontare significa vivere, una volta in più.
Lorenzo DI Anselmo

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