Letteratura e rock, appunti dall’Italia

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Qualche giorno fa avevamo annotato il nome assegnato ad una sezione del Festival Le corde dell’anima che si svolgeva a Cremona. Il titolo? Cambio mestiere.

È riferito allo scambio di ruolitra scrittori e musicisti che si sono succeduti durante la manifestazione. Di recente, ma con un ode che viene da lontano, nel rock indipendente italiano abbiamo potuto seguire alcune strade che ci conducono direttamente nel mondo della scrittura. Non ci sono scambi di ruoli, ma artisti che portano con sé lirica, raccontano mondi letterari, disegnano storie. Sono un chiaro segnale dello stato di salute del rock nostrano che forse anticipa i tempi di un clima culturale diverso. Stiamo parlando di Il teatro degli orrori, Tre allegri ragazzi morti, Massimo volume e dei loro rispettivi leader Pierpaolo Capovilla, Davide Toffolo, Emidio Clementi.

A volte capita di fare il percorso contrario. E’ successo a me, navigatore trentennale nel mare magnum della musica rock, e non si può immaginare quanto ciò pesi sulla mia coscienza, di ignorare Il Teatro degli Orrori e di rimanere folgorato dalla personalità di Pierpaolo Capovilla, solo dopo aver visto lo splendido reading in due atti Eresia, trascinato dalla corrente potente di Majakowskji. E, una volta a casa, digitare su google “Capovilla” per scoprire che non si tratta di un attore che si era dato al rock, come  sembrava lampante dopo lo spettacolo, ma di un militante storico della scena underground italiana che riportava il poeta russo alla ribalta, sfruttando la credibilità conquistata a suon di musica.
Ora, nella storia del rock, gli intrecci fra sette note e letteratura risalgono alla notte dei tempi. E’ facile ricordare tutti quei gruppi degli anni settanta dai nomi altisonanti che titolavano dischi “la bibbia”, “la divina commedia”, “così parlò zarathustra”, ma erano pretesti per dare un tono aulico a una musica  giovane che cercava una propria identità nella modernità; oppure fare riferimento a “salti nel vuoto” da parte di poeti “maledetti” che solo  nell’urgenza del rock potevano trovare sbocco ai loro versi, Patty Smith e Jim Carroll in America, Michael Moorcok, John Cooper Clarke in Inghilterra…o addirittura “cantautori” che col tempo sono entrati nelle antologie letterarie e diventati dei classici visto lo spessore dei loro versi, Bob Dylan o Fabrizio De Andrè. Ma qui l’operazione è diversa. Un musicista, cantante di uno dei gruppi più influenti degli ultimi vent’anni in Italia (e lo dico sempre con il rimpianto di aver perso qualcosa), in tempi bui e sciatti come quelli che stiamo vivendo, riprende la forza eversiva del poeta russo e intraprende un cammino per spargere semi di rivoluzione in queste lande desolate e desertificate, come con Il Teatro degli Orrori ha dato una sferzata alla scena del rock italiano. Sarebbe potuto apparire presuntuoso e pretestuoso, ma la bravura e la forza di Capovilla, memore della lezione sulla vocalità di Carmelo Bene, rendono lo sforzo degno di nota e di applauso.
Accompagnato dalle luci crepuscolari e dai suoni ora obliqui ora stridenti di Giulio Ragno Favero alla chitarra, Kole Laca al piano e Richard Tiso al contrabbasso, Capovilla si destreggia tra l’invettiva urlata e il sussurro della poesia, in un vortice al cui centro è possibile percepire chiaramente l’adesione totale tra arte e vita, consapevole della portata eversiva della parola e della necessità di prendere posizione, tanto che al concerto conclusivo della campagna refendaria per i si a Piazza del Popolo a Roma il 10 giugno scorso, è stato il più duro e diretto, con un discorso di cuore e di pancia che ha saltato a pie’ pari ogni equilibrismo per raggiungere alla fine la nuda catartica verità.

I Tre Allegri Ragazzi Morti continuano  il viaggio intrapreso nel 2008 rappresentando la loro creatività al di fuori dell’ambito esclusivamente musicale, proponendo una performance live fatta di disegni di Toffolo realizzati dal vivo e proiettati su un grande schermo, con il contributo sonoro del resto della band. Un tributo sentito e quasi dovuto al grande intellettuale e poeta friulano d’adozione, non lontano dalla Pordenone dei Tre allegri.
Un amore per Pier Paolo Pasolini che si riconosce già dal 1994 quando l’intellettuale è uno dei personaggi in Hollywood come Roma. Un Pasolini artista precursore di tempi, protagonista di un genere, la graphic novel Pasolini appunto, che Toffolo anticipa nelle mode.
Un amore fatto di suggestioni sonore oniriche, psichedeliche, perfettamente armoniche alle pennellate, colorate o meno, intervallate dalla voce profetica del poeta: parole mai logore, zattere a cui si aggrappano i tre naufraghi per cullare il pubblico con il ritmico ondeggiare delle emozioni. Le animazioni promanano, con profonda espressività, da immagini di repertorio che con la loro colonna sonora lo accompagnano fin nell’attualità di un pensiero tra i più vivi della storia italiana. Esce con forza quel metodo critico nei confronti della realtà tipico del lavoro pasoliniano e di cui la nostra realtà ha sempre più bisogno.
Una bella alchimia di immagini, suoni e voci che fa vibrare in chiave contemporanea la poetica pasoliniana, forse il progetto più maturo del trio, un ponte ideale tra l’adolescenza spesso raccontata nella musica e la generazione degli attuali papà, di coloro insomma che hanno vissuto di Pasolini solo l’opera postuma.
Toffolo governa con maestria le relazioni tra espressioni artistiche diverse perché si porta dietro il coraggio di chi ha scelto una strada perigliosa perché, in Italia, la doppia cittadinanza artistica è vista con sospetto.
Il progetto è diventato recentemente un film documentario di 35 minuti con la regia di Pasqualino Suppa, disegni di Toffolo, animazioni di Michele Bernardi, un documento dove la band racconta sotto l’occhio discreto della telecamera le suggestioni e i pensieri del tour del 2008.

 

La musica dei Massimo Volume, prima ancora che creare atmosfere, evocare emozioni, stimolare suggestioni, costruisce gli spazi all’interno dei quali si muovono le parole di Emidio Clementi. Spesso si dice che quelle dei Massimo Volume sono non-canzoni, ed invece si tratta proprio di canzoni, sia in senso musicale che lirico. Canzoni che danno vita ad un doppio piano di percezione. Il primo, quello sensoriale, si dà all’udito attraverso parole e musica, il secondo,  stimolato dal primo, è un piano interiore, traducibile in immagini, in cui ci sono personaggi accompagnati dalle loro storie. Le canzoni dei Massimo Volume non si lasciano quindi percepire come dei testi-narrazione che si collocano su uno sfondo musicale che amplifica le emozioni sollecitate dal testo. Musica e parole hanno lo stesso obiettivo, quello di dar vita al piano interiore – immaginifico. Le emozioni sono trasmesse attraverso lo specchiarsi vicendevole dei due piani. Cattive abitudini è l’album con cui i Massimo Volume sono tornati a registrare in studio dopo la “reunion” del 2008. Un album che riprende il discorso testuale e musicale lasciato negli anni 90 con capolavori come Lungo i bordi. Non è un caso, ipotizziamo, che in questo lavoro si raccontino storie di personaggi che tornano, restano, vanno via, personaggi alla ricerca di un punto di riferimento, di una stabilità che allo stesso tempo rifiutano. Ma nel loro andare e tornare, l’unico luogo che sembrano riuscire ad abitare è quello disegnato dai loro stessi percorsi, dalle tracce che lasciano, dai desideri non formulabili. E così in Robert Lowell (dedicata al poeta americano del secolo scorso), dove le parole cercano di rompere in modo declamatorio il muro sonoro innalzato sin da subito dal riff di chitarra e dalle successive distorsioni,  ci si guarda indietro per procedere in avanti alla ricerca della propria identità con il dubbio però, anzi con “l’illusione che ciò che siamo riusciti a dire/ fosse ciò che avevamo da dire”. Nella rarefatta Coney Island si esprime la convinzione di dover andare avanti per raggiungere la vita che “è solo ad una fermata da qui”. “E così veniamo avanti” è il verso di apertura di Le nostre ore contate, una suite che procede per accumulazioni e improvvise aperture, in cui il protagonista (c’è dell’autobiografico) passa da “un camerino affollato”, al palcoscenico (la “scena”), a “un treno che parte”. Nell’adrenalinica Litio, in cui ritroviamo (anche se non citato esplicitamente) l’amico Leo di Fuoco fatuo, ci si muove tra lo spazio della memoria e quello fisico, entrambi consumati dal tempo, ma ancora una volta alla base c’è l’idea di un ritorno: “torno sempre a te/in questi giorni inquieti/ torno sempre a te”. Il protagonista della delicata Tra la sabbia dell’oceano forse immagina di evadere dalla clinica per vagabondare su una spiaggia dove raccoglie “conchiglie lampeggianti/ credendo ogni volta/ di avere trovato la più bella”. La complicità con cui si muovono parole e musica non riesce a trattenere la donna di Avevi fretta di andartene. I personaggi e gli spazi della straniante e vivace  La bellezza violata, animata da un veloce giro di chitarra, e di In un mondo dopo il mondo sono come frammenti strappati ad un film; gli scenari sono luoghi che trasmettono sensazioni di solitudine, di attesa, luoghi da raggiungere e da cui ripartire. I suoni aspri di Invito al massacro incastonano un testo in cui la componente autobiografica ci riporta al tema del ritorno, questa volta sulla scena musicale: “si diceva fossi stanco della scena/ si diceva avessi ingaggiato una lotta privata contro la tua vanità/ si diceva che intorno a te avessi scavato un solco profondo come l’abisso”. Anche l’uomo al quale si rivolge la donna di Mi piacerebbe ogni tanto averti qui è andato via, forse è morto: “te ne sei andato docile/ tra le mie braccia/ nella tua arida notte/ che un giorno sarà la mia”. A Fausto, in cui le chitarre elettriche e la voce esprimono con aggressività il desiderio catartico di fuggire “consapevoli che il peso del mondo è un peso d’amore”, segue  la più riflessiva, onirica ma allo stesso tempo martellante Via Vasco de Gama dove l’attesa è attesa “di ciò che sarà/ e non è stato, di ciò che sarà/ e non è ancora stato”.
Quelli delineati in questo album sono personaggi che cercano un interlocutore al quale raccontarsi o un luogo dove approdare o da cui allontanarsi, ma soprattutto sono personaggi che sembrano cercare qualcuno che parli di loro, come se queste canzoni accendessero la luce su mondi già pre-esistenti, come se i Massimo Volume prestassero la loro voce, fatta di musica e parole, a storie e personaggi le cui solitudini non potrebbero altrimenti che esprimersi con il silenzio.

Mario Barriccella, Massimiliano Scanavini, Rocco Silano

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