L’hombre vertical, Gigi Riva

Gigi Riva Campionato Serie A 1969-70

Non spetterebbe a me ricordare Gigi Riva, ho atteso invano un qualche cenno da un caro amico tifoso del , ovviamente in virtù dell'impresa della stagione 1969-1970 della squadra sarda, perciò provo a cimentarmi.

Non c'è appassionato di calcio ma direi anche che non c'è italiano che non abbia apprezzato ed ammirato Gigi Riva. C'è una frase trita e ritrita che viene utilizzata nel mondo del calcio quando manca un campione noto ed affermato “ricordiamo il campione ma soprattutto l'uomo” che stavolta è davvero azzeccata. Come facciamo a non ricordare l'hombre vertical Giggirriva e a non averne apprezzato le scelte. Mi ricorda molto la perorazione sul baseball in Fields of dream nella quale lo scrittore sessantottino William Patrick Kinsella ricorda che lo sport interpretato in quel modo e risalente a cinquant'anni prima, rimanda a quando ci sentivamo tutti più buoni. Il calcio rappresentato da quest'uomo era esattamente così.

La sua storia, infatti, è davvero unica. Infanzia difficile e sfortunata, perde il padre da ragazzino, finisce in collegio e a sedici anni perde anche l'adorata madre; la famiglia è della provincia di Varese. Coltiva la passione per il calcio, passione quasi viscerale; questa strada lo porta rapidamente a divenire calciatore ma non tutti capiscono ed apprezzano immediatamente le sue enormi qualità tecniche e fisiche. Il presidente del Cagliari le comprende e lo acquista, lui ha solo 17 anni quando mette piede nell'isola che mai più lascerà, per il resto della sua vita. Alla fine, sarà vissuto per 62 anni in e suo figlio è inequivocabilmente un sardo, basta sentirlo parlare per qualche secondo. Eppure, quando mette piede sull'isola, pensa di essere arrivato in una specie di colonia penale, un punto di passaggio verso mete più ambite.

Il compimento di questo miracolo calcistico ed umano, uno di quelli che ci affascina per tutta la vita, è composto di tanti elementi: certamente il carattere schivo e taciturno del ragazzo ne sono un elemento fondante, si sposa davvero perfettamente con l'indole degli isolani che tanto gli somigliano. A mano a mano, questo popolo si innamora perdutamente di questo ragazzo, lo fa a modo suo, senza troppe chiacchiere; i pescatori lo invitano a pranzo, le persone comuni lo idolatrano senza disturbarlo. Scopre anche che l'entroterra, che gli faceva tanta paura prima di mettere piede sull'isola, è bellissimo, incontaminato, silenzioso anche un po' disperato: quante somiglianze!!

Ma sarebbe andata così se non fosse arrivato ad allenare il Cagliari Manlio Scopigno? Anche questo è un personaggio davvero unico nella storia del calcio italiano e forse mondiale. Il soprannome è l'allenatore filosofo, tanto per capirci. Un uomo rispettato anche perché rispetta profondamente gli altri ed esprime una saggezza nel guidare un gruppo composto di veri campioni anche molto vivaci nel loro modo di vivere una gioventù da prima pagina. Alla sera Gigi fatica a dormire in ritiro, gioca carte e fuma moltissimo; una sera Scopigno arriva in camera di Riva, dove è radunata l'intera squadra in una intensa nuvola di fumo, bussa alla porta. In tanti fuggono, Riva resta lì e Scopigno entra e semplicemente gli chiede da accendere.

Sarebbe andata così se nel Cagliari non fossero arrivati a giocare altri grandissimi campioni che trovano in Gigi un riferimento, un condottiero, la punta di diamante di una squadra di campioni, finalmente vincenti? Boninsegna, Cera, Nenè, Gori, Niccolai ed altri ancora che seguono le orme del leggiunese per rendere unica e memorabile quella squadra. Boninsegna resterà per sempre uno dei suoi più grandi amici, insieme a Tomasini, altro sardo proveniente dal Nord Italia, come Gigi.

È stata forse la più bella favola del calcio italiano. Giova ricordare che all'arrivo di Riva il Cagliari era semplicemente una buona squadra di Serie B. Con lui in campo, dapprima la squadra sarda sale in Serie A, successivamente inizia a scalare posizioni in classifica, infine vince un campionato di serie A. Nel 1970 la Lazio ed il Napoli non avevano ancora mai vinto un campionato della massima divisione, la Roma solo uno ma per volere del regime fascista che doveva sacralizzare il ruolo di capitale della Città eterna. È davvero un'impresa clamorosa, anche per quei tempi. A questo punto scatta la seconda parte della favola: Gigi Riva è reclamato dal denaro delle grandi squadre del Nord Italia, Inter e Juventus in particolare, ci provano con grande forza; ad un certo punto sembra quasi fatta la cessione del campione sardo verso il triangolo industriale. Ma alla fine Gigi Riva decide di rimanere per sempre al Cagliari. Questa scelta, ai miei occhi, lo rende, oltre tanti altri episodi narrati in questi giorni dalle persone che lo hanno direttamente conosciuto, un uomo davvero unico, uno dei pochi che non si fanno affascinare dal potere, dai soldi facili e dalle vittorie facilitate dalla potenza economica e dalla capacità di seduzione sistemica di questi club. Lui va per la sua strada, porta avanti l'amore per una terra, per un popolo, per una squadra che nel corso della storia diverranno un emblema. Una terra che peraltro non è la sua di origine (questo potrebbe portarci in discorsi molto diversi e farci comprendere tante circa l'appartenenza a qualcosa degli esseri umani).

La terza parte della favola riguarda la Nazionale italiana. Ancora oggi, Luigi Riva è il più grande bomber della storia azzurra con 35 reti all'attivo. Eppure, il suo rapporto con la maglia azzurra non è stato facilissimo: alla prima partita in nazionale subisce un gravissimo infortunio che lo tiene per lungo lontano dai campi di gioco. Dobbiamo sottolineare che non è assolutamente il primo, neanche tra gli attaccanti stessi, come numero di presenze con la maglia azzurra e che ha giocato in un'epoca nella quale si marcava strettamente ad uomo, con il libero staccato dietro, eppure ha segnato più gol con la nazionale di chiunque altro. La sua memoria è legata indissolubilmente alla vittoria nel Campionato europeo del 1968, la prima della nazionale italiana nonché primo successo dopo il 1938, alla semifinale del Campionato del mondo di Mexico 1970, considerata la partita più bella della storia. All'esterno dell'Azteca ci sono due targhe: la prima commemora quella partita, definendola la più bella della storia dei mondiali, la seconda ricorda il gol di Maradona contro l'Inghilterra, considerato il gol più bello della storia del calcio.

È stato emozionante rivedere le immagini di Riva, il gol di Vicenza, quello dell'Azteca e tantissimi altri, riascoltare la storia della partita di Torino contro la Juventus, nell'anno dello scudetto cagliaritano. È stato commovente sentire gli aneddoti di tantissimi, anche di chi l'ha incontrato per pochissimi minuti, dai quali emergeva la bellezza di questo uomo vero come c'erano una volta. Ho rivisto la storia che Buffa, in due puntate, ha dedicato a Riva: era bellissimo in quelle foto da Dio greco con la musica di Gino Paoli a fare da sottofondo.
Mi ha ricordato di quando eravamo più buoni ed il calcio era più autentico.

Vittorio Fresa

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