Libano. Ancora nessuna soluzione per la stabilità del paese

Libano bandiera
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Il Libano continua a trovarsi sull’orlo del precipizio e quel precipizio si chiama guerra civile. Per la stabilità e la coesistenza pacifica tra le comunità non ci sono ancora soluzioni condivise né tra i gruppi dirigenti e di potere all’interno né tra quel coacervo di interessi esterni che si affrontano nel Paese.
Per dare un’idea del clima che si vive e senza risalire troppo indietro nel tempo, dall’inizio del 2008 diversi episodi hanno insanguinato il paese [1] fino all’attentato del 12 febbraio scorso quando, nel centro di Damasco, è stato assassinato Imad Moughniyah comandante di Hezbollah [2] e due giorni dopo si è svolta l’ennesima prova di forza a Beirut tra maggioranza e opposizione. Terreno di confronto sono state le manifestazioni una per commemorare l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri e l’altra per i funerali di Moughniyah durante i quali il leader degli Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, dopo aver accusato gli israeliani dell’attentato, ha minacciato una “guerra aperta” [3].
Quando si parla di instabilità il tema dal quale partono in genere i commentatori è l’elezione del Presidente della Repubblica. Infatti per la quattordicesima volta dalla fine del novembre 2007 l’elezione, con voto parlamentare, è stata rimandata. La maggioranza, con a capo il leader sunnita del partito Movimento per il futuro Saad Hariri, è sostenuta principalmente dal leader druso Walid Joumblatt, da Samir Geagea di Forze libanesi e da Amin Gemayel del Partito delle Falangi. Tutti hanno come principale collante l’affrancamento da ogni legame con la Siria e da un appoggio degli USA, della UE – con la Francia in prima linea – e dai paesi arabi moderati.
L’opposizione è rappresentata fondamentalmente dal movimento sciita Hezbollah e dal leader cristiano Michel Aoun del Movimento patriottico libero che, da un punto di vista internazionale, sono sostenuti dall’Iran e dalla Siria.
I cristiani sono quindi sia all’opposizione sia nella maggioranza e nonostante la fede in comune si contrastano in maniera così forte che, alla fine di ottobre 2007, il tentativo di far convergere i leader maroniti sull’indicazione di un unico candidato alla presidenza è stato espletato dal Patriarca Butros Sfeir che li ha convocati in giorni diversi [4].

Tutte le istituzioni sono ancorate a principi confessionali, un sistema ereditato dall’organizzazione data dalla Francia dopo la prima guerra mondiale. I seggi parlamentari sono divisi tra musulmani e cristiani, mentre le cariche istituzionali come presidenza della Repubblica, primo ministro, presidenza del parlamento sono attribuite rispettivamente a rappresentanti della comunità maronita, sunnita e sciita [5].

Sono in tanti ad aver provato ad ottenere dei risultati concreti in Libano a partire dal Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice la quale sostenendo le ragioni della maggioranza deve evitare in Medio Oriente un vittoria siro-iraniana, al presidente francese Sarkozy, fino alla Lega Araba. E considerando tutti i potenti in campo sembra che senza una pacificazione anche parziale dell’area mediorientale, a cominciare da una soluzione equa per uno stato palestinese per finire alla guerra irachena, i libanesi non vedranno presto la stabilizzazione e la rinascita del loro paese [6].
Il punto più vicino per un accordo è stato raggiunto con la mediazione della Lega Araba presieduta dal Amr Moussa Moussa sulla base di tre punti sostanziali. Innanzitutto il nuovo presidente sarebbe stato il comandante dell’esercito libanese Michel Suleiman; in secondo luogo la creazione di un governo di unità nazionale composto da tredici ministeri alla maggioranza, dodici all’opposizione e sette nominati dallo stesso Suleiman e, per finire, nuova legge elettorale.
E che i paesi arabi vogliano trovare una soluzione a loro consona è dimostrato anche dal fatto che l’Arabia Saudita ha annunciato di voler depositare un miliardo di dollari nella Banca centrale del Libano per aumentare le riserve in valuta pregiata e sostenere il cambio e le riforme economiche, anche se qualche economista interpreta questa azione come un puro sostegno alla maggioranza di governo [7].
Resta il fatto che da una parte l’opposizione non si sente garantita dalla proposte perché, sulle decisioni più importanti, non le verrebbe data una rappresentanza tale da poter opporre un veto.
E sicuramente non aiuta la delicata posizione in cui si è venuto a trovare l’esercito che dovrebbe vedere nominato alla presidenza il suo comandante. A dicembre colui che sembrava il sostituto di Suleiman è stato fatto saltare in aria con trentacinque chili di tritolo provocando reazioni e accuse da entrambi i fronti[8], a gennaio l’esercito ha sparato sulla folla sciita uccidendo nove militanti hezbollah esuccesivamente ha dovuto accettare l’arresto di militare per l’inchiesta scaturita [9].
Non va dimenticata Al Qaeda che ha accresciuto significativamente la sua presenza dal 2003 approfittando della guerra in Iraq, con la guerra tra Israele e Hezbollah e gli scontri con centinaia di morti Nahar al Bared tra Fatah al Islam [10].

E’ vero che tutto il quadro medio-orientale è drammaticamente complicato (il conflitto israelo-palestinese, il ruolo della Siria, il nucleare iraniano, la guerra in Iraq, le mire egemoniche dei paesi arabi moderati, la politica USA diretta ad esportare democrazia con la forza, la nuova e a tratti colonialista politica estera francese…) ma è anche vero che nessuna delle prospettive indicate si concentra sugli interessi e le speranze del popolo libanese. Compresa la politica dell’Unione europea che, come in altre occasioni, non riesce ad assumere posizioni autonome da quelle statunitensi e quindi ad offrire soluzioni eque per le parti in contrasto.
In chiusura va sottolineatto che l’informazione, compresa questa sintesi, sul quadro libanese non affronta quasi mai tematiche sociali ed economiche per spiegare forze e movimenti in campo e soprattutto le relazioni, i conflitti e gli interessi delle élites, dei ceti medi, popolari e della massa di emarginati. E questo non facilita nemmeno la ricerca delle soluzioni.
Pasquale Esposito

[1]Lorenzo Trombetta, “Libano: quando è guerra, è guerra“, limes.espresso.repubblica.it 31 Gennaio 2008.<<27 gennaio: scontri a Beirut (Mar Mikha’il – Shiyah – Ayn Rummane) tra sostenitori dell’opposizione ed esercito (9 morti, tutti sciiti dell’opposizione); 8 gennaio: attentato contro una vettura dell’Unifil a Rmeile (20 km a sud di Beirut, feriti due caschi blu irlandesi); 15 gennaio: autobomba a Beirut est (Karantina) contro una vettura dell’ambasciata Usa (3 morti, 26 feriti); 25 gennaio: assassinio del capitano della Polizia Wissam Eid (ucciso anche un suo collega e altri 4 civili, 20 feriti)>>. L’articolo contiene la cronistoria di tutti gli attentati e la lista delle vittime tra le fila dei politici, dei militari, dei giornalisti e di altre categorie il tutto a sostegni della tesi che di guerra si tratta.
A completare il quadro agli inizi di gennaio due razzi sparati dal sud del Libano verso il nord di Israele senza danni o feriti e qualche giorno fa l’assassinio di un libanese da parte di soldati israeliani nel sud del Libano.
[2] Imad Moughniyah è considerato un eroe della resistenza contro gli israeliani durante la loro offensiva nel sud del Libano nel 2006, ma per Israele e Stati Uniti si tratta di uno dei più feroci terroristi e lo ritengono coinvolto e/o responsabile nell’attentato all’ambasciata Usa a Beirut del 1982, nell’attentato alle caserme americana e francese del 1983, del dirottamento del volo Twa Atene-Roma, l’attentato all’ambasciata e al centro Argentina-Israele di Buenos Aires nel 1994. Oltre che un capo militare un esponente di primo piano del movimento sciita tanto da far pensare ad un suo contatto diretto con la guida suprema iraniana lìayatollah Khamenei, Alberto Stabile, Colpo nel cuore di Damasco ucciso un capo degli Hezbollah, La Repubblica 14 febbraio 2008, pagg. 16-17
[3] “Hezbollah pronti a guerra aperta contro Israele”, it.reuters.com 14 febbraio 2008
[4]
Lorenzo Trombetta, “La lezione di Naqura”, peacereporter.net 22 ottobre 2007, anche qui la conclusione sembra è quella che le soluzioni possono venire solo da altri scacchieri.
[5] Sembra questa la conclusione in Kima Ghattas, “Constitutional impasse in Lebanon”, bbc.co.uk 10 novembre 2007
[6]
Alain Gresh, “Un sistema confessionale instabile”, Le Monde Diplomatique nella traduzione de il Manifesto, febbraio 2008, pag. 9
[7] Osama Habib, “Saudi Arabia ‘plans $1 billion deposit’ at Banque du Liban”, dailystar.com.lb 9 febbraio 2008
[8] Erminia Calabrese, “La diplomazia del tritolo”, peacereporter.net 12 dicembre 2007;<<Il presunto colpevole sarà ancora una volta la Siria, per la maggioranza al governo, il nemico Israele invece, che si alterna con gli Stati Uniti, per l’opposizione capeggiata da Hezbollah. Sembra questo l’unico argomento su cui il blocco 14 e 8 Marzo mantengono ancora una posizione ferma e decisa. I volti dei politici di maggioranza e di opposizione sfilano sugli schermi televisivi, mescolandosi alla rabbia e alla disperazione della gente che mostra l’altra faccia del Libano, quella che più volte è ignorata dai media, quella cioè di un paese che non ne può più, né dei suoi politici né delle ingerenze esterne.>>
[9] Christian Elia, “Libano, il quadro si complica“, peacereporter.net 5 febbraio 2008
[10] Fidaa Itani, “Inchiesta sulla presenza di al Qaeda in Libano“, Le Monde Diplomatique nella traduzione de il Manifesto, febbraio 2008, pagg. 8-9. Si tratta di un’esauriente ricostruzione del percorso che ha visto Al Qaeda posizionarsi nel Paese anche se l’autore conclude che <<il principale interesse di al Qaeda – anche se non necessariamente di tutti i gruppi che vi si richiamano – sia quello di poter usare il suo territorio come base d’appoggio, campo d’addestramento e di formazione e luogo di transito sicuro per i suoi combattenti diretti in Iraq, e dall’Iraq verso l’Europa>>

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