Libano: nuovo premier ma soliti affari

beirut
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Il gruppo parlamentare di Hezbollah ha fatto appello alle forze politiche affinché si agevoli la formazione del governo di Mustapha Adib, accogliendo anche l’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron.
Ma le questioni politiche in Libano non sono affatto semplice per come sono strutturate le istituzioni, per gli interessi interni e internazionali, forse irrimediabilmente intrecciati.

Nel frattempo lo Stato è assente dai primi tentativi di ricostruzione e aiuto nelle aree devastate, ci provano le ONG ma la situazione è molto caotica e disperante [1]. Una devastazione al quale si aggiunge lo sciacallaggio economico che va sotto il nome di gentrificazione come racconta Pasquale Porciello:«a pochi giorni dall’esplosione, eccoli girare per le macerie di Gemmayze, Mar Mikhail, Geitawe, quartieri a carattere storico di Beirut, i «benefattori» che, contanti in mano – ovviamente meno del valore reale – non vedono l’ora di “aiutare” chi ha perso tutto. Appaiono allora sulle rovine striscioni con la scritta «Beirut non è in vendita», ma poi più che il dolore può il digiuno e chissà per quanto ancora il popolo libanese potrà resistere» [2]

Il Primo ministro Hassan B. Diab si era dimesso dopo la devastante esplosione a Beirut causata da più di 2700 tonnellate di nitrato d’ammonio presenti nei magazzini del porto e che ha ucciso quasi 200 persone ferendone oltre 6.000 e lasciando senza casa alcune centinaia di migliaia di persone. Nel suo discorso aveva ammesso di non poter riformare lo stato a causa della corruzione. Male noto a tutti ma che non si riesce a debellare proprio perché è nei gangli vitali del sistema. E le innumerevoli manifestazioni iniziate lo scorso e verificatesi anche durante la pandemia che non risparmia il nemmeno Libano, non hanno sortito effetto se non quello di turbare le élite del paese. Un turbamento che ha prodotto quello che in molti ritengono un cambio di facciata e cioè la nomina, qualche giorno fa, di Mustafa Adib  a primo ministro con l’incarico di formare il nuovo governo.
Sono stati 90 su 120 i parlamentari che si sono espressi favorevolmente, in pratica sono stati favorevoli tutti i principali partiti da Courant de l’Avenir, guidato dall’ex primo ministro Saad Hariri, agli sciiti di Hezbollah, a Amal e a Courant Patriotique Libre agli stessi Hezbollah. All’opposizione c’è la destra cristiana di Forze libanesi.

Dopo l’incontro con il colloquio con il presidente della Repubblica, Michel Aoun il premier incaricato ha chiesto la collaborazione di tutti se si vuole che il Libano «possa riprendersi e perché la gente riacquisti fiducia nel futuro».
Mustafa Adib, 48 anni sunnita sposato con una francese e con cinque figli, è professore universitario, non un politico di primo piano ma è stato consigliere per il primo ministro Najib Mikati e ambasciatore in Germania dal 2013.

Oltre a provare a risollevare le sorti del Libano, sprofondato da tempo in una crisi sociale ed economica (più del 55% dei libanesi sono poveri e la disoccupazione è al 35%, inflazione al 400%), con una dichiarazione di fallimento che ha portato al mancato pagamento di una rata del debito e alla negoziazione con il Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe riformare le istituzioni, come richiesto dallo stesso Presidente della Repubblica, affinché diventi uno Stato laico, superando i meccanismi elettivi delle cariche pubbliche sulla base delle confessioni religiose presenti nel paese. Questa sorta di manuale Cencelli istituzionalizzato ha contribuito sì alla pace dopo il 1989, ma per molti è il sinonimo di immobilismo, clientelismo e corruzione che tiene in scacco lo sviluppo, in ogni direzione, del Paese dei Cedri.

Anthony Samrani scrive che molte delle responsabilità vengono addebitate a Hezbollah, inclusa l’esplosione – sia pur in via indiretta controllando il porto – del 4 agosto scorso. Le opposizioni di fatto gli contestano i rapporti con l’Iran che, a causa delle sanzioni americane e di altre parti del mondo, ha impedito l’arrivo degli investimenti, ma «Hezbollah non è direttamente responsabile del debito che ha messo in ginocchio il Libano né del sistema che ha permesso di finanziare lo stato e arricchire le banche. Potendo contare sui propri circuiti finanziari, per anni è rimasto ai margini del sistema clientelare e del sistema bancario. L’economia libanese, strutturalmente disfunzionale, è sopravvissuta grazie ai soldi provenienti dal Golfo. Possiamo dire che Hezbollah ha contribuito questo sì a interrompere il flusso di fondi attaccando le monarchie petrolifere e intervenendo in diverse aree della regione» [3]. Resta il fatto che difficilmente si potrà pensare di riformare lo Stato da una parte senza coinvolgere a pieno Hezbollah e dall’altra senza che quest’ultimo per da potere e milizie.

Dicevamo all’inizio degli interessi internazionali che si intrecciano. Il più attivo è stato Macron che per ben due volte dal giorno dell’esplosione si è recato in Libano. Il Presidente francese ha portato in dote 253 milioni di euro di aiuti umanitari la cui disponibilità è condizionata alle riforme, ad «un nuovo Patto politico, terminologia che richiama il Patto nazionale, 1943, data dell’indipendenza dalla Francia, con cui si stabiliva la natura confessionale del parlamento libanese e la ratio di 6:5 cristiani-musulmani, modificata nel 1989 con gli accordi di Taif (5:5), che privilegia gli interessi dei cristiani maroniti, e quindi della Francia a cui sono strettamente legati, sul resto delle comunità libanesi Macron, a capo della commissione che ha accordato 253 milioni di euro di aiuti umanitari a condizione di riformare il paese, ha recentemente proposto un nuovo Patto politico, terminologia che richiama il Patto nazionale, 1943, data dell’indipendenza dalla Francia, con cui si stabiliva la natura confessionale del parlamento libanese e la ratio di 6:5 cristiani-musulmani, modificata nel 1989 con gli accordi di Taif (5:5), che privilegia gli interessi dei cristiani maroniti, e quindi della Francia a cui sono strettamente legati, sul resto delle comunità libanesi» [4].
Annalisa Perteghella precisa che «il gesto di Macon è stato interpretato come l’ennesimo tentativo di neocolonialismo dei francesi, che cento anni fa crearono l’attuale sistema con questo patto sociale così polarizzante. Da questo punto di vista, i francesi sono visti come parte del problema e questo è molto rischioso, perché qualsiasi soluzione patrocinata da Macron, per quanto possa essere positiva, rischia di essere percepita come l’ennesima intromissione dall’esterno dell’ex potenza coloniale. La soluzione chiaramente deve essere trovata in Libano, ma se un patrocinio ci deve essere sarebbe importante che fosse europeo» [5].

È Joseph Daher ha darci ulteriori approfondimenti sugli interessi interni e internazionali che hanno distrutto e continuano a distruggere le vite dei libanesi. Secondo l’autore «i principali partiti libanesi e le diverse frazioni della borghesia hanno sfruttato gli schemi di privatizzazione da un lato e il loro potere sui ministeri dall’altro per rafforzare le reti di mecenatismo, nepotismo e corruzione, mentre la maggior parte della popolazione libanese, sia straniera che autoctona, ha sofferto la povertà e l’indignazione. Sebbene le parti siano tutte d’accordo sulle misure della conferenza di Fmi e Cedre di cui si è parlato sopra [la Conférence économique pour le développement, par les réformes et avec les entreprises dell’aprile 2018, ndr], c’è una controversia tra loro derivante dalla crisi economica dell’ottobre 2019», su come devono essere ripartite le perdite per avviare la ristrutturazione del debito. Il tutto è collegato al sistema finanziario libanese dove le banche dagli anni Novanta offrivano alti tassi di interesse per chi depositava in dollari e usava quel denaro per prestarlo allo Stato e ora però «le banche e la Banca Centrale del Libano ora non vogliono assumersi alcuna responsabilità per le perdite […] La posizione è sostenuta da partiti come il Movimento il futuro di Saad Hariri (che è anche proprietario di una banca) e il partito Amal di Nabih Berri. Secondo il piano del governo, il capitale del settore bancario libanese verrebbe cancellato, con il salvataggio completo degli azionisti e la ricapitalizzazione delle banche. In questo quadro, le istituzioni che non sono in grado di raccogliere nuovo capitale potrebbero essere costrette a cessare l’attività» [6].
E nel frattempo il bel mondo si è arricchito e, nonostante i divieti, ha trasferito molti suoi averi all’estero.
Pasquale Esposito

[1] Zenia Antonios, “Un mois après le cataclysme, le chaos règne au niveau de la gestion des aides», https://www.lorientlejour.com/article/1231432/un-mois-apres-le-cataclysme-le-chaos-regne-au-niveau-de-la-gestion-des-aides.html, 4 settembre 2020
[2] Pasquale Porciello, “Avvoltoi su Beirut: i ricchi comprano le case distrutte dei poveri”, https://ilmanifesto.it/avvoltoi-su-beirut-i-ricchi-comprano-le-case-distrutte-dei-poveri/, 4 settembre 2020
[3] Anthony Samrani, “Hezbollah è un ostacolo alla rivoluzione libanese”, https://www.internazionale.it/opinione/anthony-samrani/2020/09/05/hezbollah-rivoluzione-libanese, 5 settembre 2020, traduzione di Andrea Sparacino
[4] Pasquale Porciello, “Con Macron alla porta, in Libano premier nuovo e potere vecchio”, https://ilmanifesto.it/con-macron-alla-porta-in-libano-premier-nuovo-e-potere-vecchio/, 1 settembre 2020
[5] Giulia Belardelli, “Il Libano riparte da un’operazione di “cosmesi” politica”, https://www.huffingtonpost.it/entry/il-libano-riparte-da-unoperazione-di-cosmesi-politica_it_5f4d3434c5b697186e398b44, 31 agosto 2020
[6] Joseph Daher, “Il capitalismo dei disastri alla conquista del Libano”, https://jacobinitalia.it/il-capitalismo-dei-disastri-alla-conquista-del-libano/, 27 agosto 2020

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