Libano: ore buie con l’incubo della guerra civile

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Domenica Tripoli si è svegliata come dopo la quiete dopo la tempesta, senza però che nubi cariche di tempesta siano state diradate. Questo scrive su L’Orient-Le Jour facendo seguito alla descrizione degli scontri della sera prima tra manifestanti e militari che hanno causato 89 ferimenti, scontri «iniziati quando l’esercito ha cercato di impedire a un gruppo di manifestanti di sequestrare camion carichi di cibo destinato alla Siria. La spedizione è stata sospettata dai manifestanti di essere collegata alle operazioni di contrabbando. Diverse istituzioni pubbliche e private sono state incendiate, tra cui una filiale locale della Banca del Libano e dell’oltremare (BLOM). In serata, il Programma Alimentare delle Nazioni Unite ha confermato che i camion si recano in Siria per fornire assistenza ai più poveri, nell’ambito di un’iniziativa internazionale» [1].

Tripoli, Saida, Tiro, Baalbak, Jiyyeh, Nabatieh e diverse altre città del Libano si erano incendiate di rivolte lo scorso giovedì. È dall’ottobre scorso che sono iniziate le manifestazioni generalizzate, a varie ondate, senza divisioni confessionali, di età o di genere per una situazione sull’orlo della devastazione a causa di una crisi finanziaria, economica e sociale e di una diffusa corruzione non più sopportabile.

Nel Paese dei cedri più del 40% della popolazione è prossima a trovarsi al di sotto della soglia di povertà, mentre il debito pubblico ha superato i 90 miliardi di dollari e cioè il 170% del PIL nazionale. La moneta libanese ha perso il 70% del suo valore da ottobre e la sua discesa si è fermata venerdì con la decisione della Banca centrale di iniettare dollari sul mercato e dopo che i manifestanti avevano preso di mira il Governatore e l’istituzione stessa.

La pandemia da Covid-19 aggrava ulteriormente il tutto. L’imposizione del lockdown ha significato anche la chiusura dell’aeroporto «che dovrebbe riaprire il primo luglio -, unico ponte con l’estero, provocando l’ennesima battuta d’arresto dell’economia. Il Libano importa la maggior parte dei beni di consumo e delle materie prime. All’aumento del dollaro è conseguita l’impennata dei prezzi di ogni tipo di bene, dall’elettricità al pane, e una fortissima svalutazione di fatto della lira» [2].

Il governo – entrato in carica a Gennaio guidato da Hassan Diab e che ha sostituito quello di Saad Hariri finito sotto l’onda delle proteste – ha iniziato un dialogo con il Fondo Monetario Internazionale chiedendo un prestito per circa 10 miliardi di dollari. Sarà molto complicato che l’FMI apra i suoi forzieri senza fondamentali rassicurazioni sugli interventi che devono sanare le finanze pubbliche. Il 7 marzo 2020, il Libano ha sospeso i pagamenti sul debito estero, di fatto dichiarando il fallimento non potendo onorare la scadenza 1,2 miliardi di dollari di Eurobond.

Ma il 6 giugno scorso è accaduto che la protesta ha segnato una spaccatura che, in un paese che si basa su accordi tra le molte confessioni religiose, può essere esplosiva e incontrollabile. In un editoriale su quotidiano libanese L’Orient Le-Jour, Joseph Maila si chiede: «il 6 giugno 2020 sarà come quei giorni bui che segnano con una pietra nera la lenta discesa nell’inferno del Libano plurale e tollerante?» [3].
Di fatto riaffiorano le mai sepolte contrapposizioni della lunga e drammatica guerra civile tra il 1975 e il 1990. Infatti una manifestazione che sembrava come le altre sabato sei giugno ha rimesso in luce vecchi contrasti anche di tipo religioso tra cristiani e musulmani sciiti e tra musulmani sunniti e sciiti che sono passati alle vie di fatto con decine di feriti (tra musulmani e esercito) e, non c’è stata una vera tragedia solo perché sono arrivati i blindati dell’esercito. Appello alla calma è giunto dal capo dello Stato anche per chiedere la fine degli «attacchi contro i “simboli religiosi” [che] hanno esacerbato le passioni della folla. In effetti sui social network hanno avuto ampio risalto una serie di slogan ingiuriosi lanciati da manifestanti sciiti contro Aisha, la sposa del profeta dell’Islam, considerata la “madre dei credenti” e riverita dalla comunità sunnita. Inoltre, va qui segnalata la comparsa di un nuovo slogan lanciato da alcuni attivisti: quello dell’applicazione della risoluzione 1559 delle Nazioni Unite del 2004, che reclama lo scioglimento di tutte le milizie libanesi, e che ha contribuito ad esacerbare il clima politico e servito da detonatore delle violenze. Reclamare l’applicazione della risoluzione 1559, in effetti, vuol dire reclamare lo smantellamento del braccio armato di Hezbollah, la cui potenza militare e l’autonomia decisionale ha dato vita a uno Stato nello Stato. La sua presenza, e la sua azione multiforme, ha finito per indebolire nel tempo il governo centrale sul piano politico, economico e diplomatico. […] “Abbiamo sfiorato la catastrofe” assicura Massoud Achkar, uno dei “saggi che hanno vissuto gli avvenimenti degli anni 1975-76” indicati dal presidente della Repubblica» [4].
Speriamo di non dover registrare altre tragedie in un già martoriato Medio Oriente.

Pasquale Esposito

[1] “Après des affrontements ayant fait près de 90 blessés, Tripoli se réveille dans le calme”, https://www.lorientlejour.com/article/1221857/apres-des-affrontements-ayant-fait-pres-de-90-blesses-tripoli-se-reveille-dans-le-calme.html, 14 giugno 2020
[2] Pasquale Porciello, “Libano molotov sulla Banca Centrale”, https://ilmanifesto.it/la-lira-e-carta-straccia-in-libano-molotov-sulla-banca-centrale/, 13 giugno 2020
[3] Joseph Maila, “La révolution et le piège de la sédition“, https://www.lorientlejour.com/article/1221735/la-revolution-et-le-piege-de-la-sedition.html, 14 giugno 2020
[4] Fady Noun, “Crisi economica, Covid-19 e divisioni confessionali minacciano l’unità libanese”, http://www.asianews.it/notizie-it/Crisi-economica,-Covid-19-e-divisioni-confessionali-minacciano-lunit%C3%A0-libanese–50296.html, 9 giugno 2020

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