Il lento declino del Libano

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Nel mondo arabo circola questa storiella. Dio, quando creò il Libano, decise di dotarlo di bellissime montagne, di spiagge meravigliose, di fresche sorgenti di acqua, di terreni fertili, di abitanti operosi, intelligenti, creativi, attraenti.
In concreto il Creatore voleva fare del ‘Paese dei cedri’ una specie di Eden.
Poi, riflettendo, concluse che il Paradiso non poteva esistere in terra. E allora…diede al Libano i popoli confinanti.

Uscendo dalla metafora, il Libano in passato, tra gli anni ’50 e ’60 – era un’isola felice: era al centro di importanti interessi finanziari e geopolitici, che prosperavano anche grazie ad un contesto multiculturale e multietnico di provata tolleranza.
Poi è iniziato il coinvolgimento della realtà libanese nelle tensioni mediorientali alimentate dai Paesi vicini.
Il Libano è diventato teatro di scontri, di violenze, di avventure belliche, che hanno determinato una grave instabilità politica correlata ad una fragilità strutturale.
In particolare, a seguito di crescenti tensioni, nel 1975 scoppiò una grave guerra civile che durò fino al 1990, e si concluse con la vigenza delle poco precedenti intese di Taif (22 ottobre 1989).
Il conflitto fu caratterizzato da numerosi contendenti e da alleanze molto fluide e variabili; fu alimentato anche da fattori esterni, ossia dall’intervento indiretto di altri Stati con propri specifici interessi (in particolare della Siria e di Israele), e precipitò il Paese in una drammatica crisi economica tuttora in atto.

Nel contesto arabo il Libano è un Paese atipico.
Ripercorrendo la sua storia dal mandato francese ad oggi, appare evidente come le sue vicende, sia quelle interne che quelle internazionali, siano strettamente correlate al suo composito impianto confessionale.
Il Libano è governato da una ‘democrazia confessionale’, ovvero il suo assetto istituzionale risente dell’attitudine delle comunità religiose ad avere una definita e stabile rappresentatività a livello politico – istituzionale.
Raggiunta l’indipendenza nel 1943, uno dei principali problemi fu infatti quello di rispettare un’equa ripartizione di poteri fra le principali comunità.
Venne raggiunta un’intesa mai formalizzata fra cristiani-maroniti e islamici-sunniti: la comunità cristiana accettava la definizione del Libano come ‘Stato arabo’ (il Libano fa parte della Lega araba), mentre l’attribuzione di poteri politici fra le comunità sarebbe avvenuta tenendo conto degli esiti del censimento del 1932 svolto durante il mandato francese (e che contò solo i cittadini libanesi residenti in Libano, escludendo i libanesi emigrati e i residenti non libanesi).
La predetta intesa, rivista e modificata nel 1989 dai già menzionati Accordi di Taif (che hanno anche istituito la parità parlamentare tra cristiani e musulmani), prevedeva che il Presidente della Repubblica sarebbe stato un maronita, il Primo Ministro un sunnita, il Presidente dell’Assemblea Nazionale uno sciita, il vice Presidente del Parlamento un greco ortodosso.
Pressioni panarabe ostacolarono il rispetto di questo assetto: il Libano si colloca in un contesto, quello mediorientale, a forte prevalenza arabo-musulmana.
Successivamente al 1932 non sono stati eseguiti altri censimenti ufficiali.
Probabilmente da allora sono cambiati i rapporti numerici e quindi ‘di forza’ fra le varie confessioni religiose.
In proposito un elemento destabilizzante è stato il considerevole afflusso di profughi palestinesi.
Questa presenza ha determinato un aumento della consistenza della comunità musulmana, che pertanto cominciò a sentirsi ‘di fatto’ sottorappresentata; in maniera simmetricamente opposta la componente cristiano-maronita temeva di perdere l’ufficialità della sua prevalenza demografica.
Nel 1992 si svolsero libere elezioni che ebbero come esito una forte affermazione degli Hezbollah, e quindi della fazione musulmana-sciita (questo esito fu confermato anche da successivi appuntamenti elettorali).
Questa situazione politica creò i presupposti per forti tensioni e scontri, anche con il vicino Israele, che nel 2006 presero la forma di un vero e proprio conflitto (dal 12 luglio al 4 agosto 2006).

Anche le vicende della Siria hanno causato pericolose ripercussioni interne.
Un motivo di elevata instabilità del Libano è il peso istituzionale di Hezbollah, il movimento fondamentalista islamico di fede sciita, alleato dell’Iran e nemico giurato di Israele.
Gli Hezbollah, pur strutturati come un partito politico, sono dotati di un’ala militare molto attiva, che ha spinto alcuni Stati occidentali e organizzazioni internazionali a considerare ‘terroristica’ la loro matrice.
Hezbollah si costituì nel 1982 con il dichiarato obiettivo strategico di contrastare con ogni mezzo l’ingerenza israeliana; mediante solidi mezzi finanziari e valendosi di una collaudata base politica e militare, nei momenti di particolare difficoltà del Paese hanno avuto una brillante capacità di dare massima visibilità alla loro vocazione assistenzialistica, riuscendo così ad accreditarsi come unico concreto punto di riferimento per il popolo libanese nei momenti di crisi, continuando nello stesso tempo tuttavia ad essere la punta avanzata degli interessi dell’Iran in questa regione.

Com’è noto il 4 agosto dello scorso anno Beirut è stata dilaniata da violentissime esplosioni, la cui micidiale onda d’urto ha distrutto il porto e buona parte della città.
Nell’immediatezza del fatto è sembrato evidente che l’evento fosse imputabile a negligenze e incuria nella gestione di un deposito nel quale era stoccato materiale ad alto rischio (in particolare una quantità ingente di nitrato di ammonio, sostanza utilizzata prevalentemente per produrre fertilizzanti).
Nello stesso tempo, nell’ipotesi di concause dolose, sono apparse subito improbabili rivendicazioni attendibili, considerata la indiscriminata gravità dell’atto.
Qualora fosse stato un attentato, infatti, non ci si attendeva che qualcuno avesse il coraggio di rivendicarne la paternità.
In termini simmetricamente opposti la realtà dell’attentato sarebbe stata difficilmente ammissibile da chi lo avesse subito: sarebbe stato un grave riconoscimento di vulnerabilità.
La detonazione ha avuto una forza pari a un ventesimo di quella della bomba di Hiroshima, causando un terremoto di magnitudo superiore a 3.
I morti furono più di duecento, mentre settemila furono i feriti.

Dopo un anno non c’è ancora chiarezza; il procedere delle indagini è fortemente ostacolato.
L’esplosione e gli episodi di malgoverno e malagiustizia che impediscono di individuare e punire i responsabili, sono una metafora della condizione confusa, di crisi economica e politica, ed in balìa degli eventi, in cui versa il Libano.
La crisi socio-economica si declina in specifiche gravi emergenze – come l’attuale carenza di carburante che minaccia la fornitura di servizi sanitari e idrici essenziali – che espongono la popolazione al rischio di inaccettabili catastrofi umanitarie.
Negli ultimi due anni il costo degli alimenti è aumentato del 700%, mentre gli stipendi sono bloccati ai valori di prima della crisi.
Il sistema di condivisione pluralista dei poteri si è degradato, ed è ormai inesorabilmente controllato da signori della guerra, autocrati e militari.
Un numero crescente di libanesi deve affrontare povertà, standard di vita sempre più bassi, una limitazione dei diritti personali.
La partecipazione alla vita politica è solo virtuale, mentre chi ha poteri di governo consolida la sua posizione con metodi dispotici, rifiutando riforme e condannando il Paese ad un lento declino.
Il 60% dei libanesi vive in condizioni di povertà (il Paese si avvicina così al 70% che è la media dei cittadini del mondo arabo che sono poveri o esposti alla povertà secondo i dati delle Nazioni Unite).
Chi ha disponibilità economica e/o possiede un passaporto straniero (sono una esigua minoranza) abbandona il Paese.
La situazione del Libano è grave anche sotto un altro punto di vista: è definitivamente archiviata la convinzione-illusione che il Libano, grazie al suo carattere multiculturale e multietnico, stesse individuando con successo una via araba alla democrazia mediante la costituzione di una ‘società del vivere insieme’, come felicemente definiva questa prospettiva l’intellettuale arabo Samir Frangieh.
Roberto Rapaccini

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