Libia: tra negoziati e interventi armati anti-terrorismo

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La Libia come nazione non esiste più da quattro anni e cioè da quando la dittatura di Gheddafi è stata rovesciata. Era l’ottobre del 2011 quando il leader libico veniva ucciso. Non mi stancherò mai di ripeterlo: dopo la svolta interventista della Francia e della Gran Bretagna che probabilmente volevano sostituire l’Italia in quell’area, la svolta a favore dei ribelli avvenne grazie alla Nato, che con i suoi raid aerei evitò la débâcle di gruppi combattenti divisi, disorganizzati e male armati destinati ad una sconfitta e alla repressione del dittatore.
 Da allora, di fatto, il paese è stato abbandonato ad un disfacimento umano, politico ed economico dove la guerra e la morte sono le uniche certezze.
Adesso rimettere insieme il tutto è estremamente difficile e occorreranno tempi lunghi. Basti solo pensare al problema della quantità di armi, anche pesanti, e di milizie che le detengono.

La Libia ha due Parlamenti e due Governi, uno a Tobruk (l’unica realtà riconosciuta internazionalmente) e l’altro a Tripoli sostenuto dalla coalizione delle milizie di Fajr Libia in massima parte islamiste. Queste realtà istituzionali non sono compatte nemmeno al loro interno dove i diversi gruppi e tribù che li compongono spingono su posizioni diverse. Poi troviamo  l’Isis che controlla Sirte. E poi tutto il Sud del Paese oramai terra di nessuno, e poi bande di tribù “gheddafiane” che agiscono anche nell’area dove stavano passando i tecnici italiani rapiti, e poi …il caos.

Da Gennaio di quest’anno sotto l’egida delle Nazioni Unite sono iniziati dei negoziati con l’obbiettivo di riunire gli attori e mettere fine agli scontri tra le fazioni. L’Algeria, paese la cui stabilità è minacciata dal caos libico, e il Marocco hanno accolto sul proprio territorio i negoziatori. Solo a Giugno scorso, proprio in Marocco i rappresentanti dei parlamenti rivali si sono trovati per la prima volta faccia a faccia. I rappresentanti delle parti sono tanti ed è difficile fare passi in avanti. Anche tra i soli due Governi tanto che il 2 Luglio, nonostante i tentativi di Bernardino Léon, l’inviato speciale del segretario generale dell’ONU per la Libia, i negoziatori di Tripoli si sono ritirati contestando la formazione di un governo di unità nazionale.
Le ultime istanze per un accordo restano al formazione di un governo di unità nazionale di durata di un anno e l’organizzazione di elezioni. 
I rappresentanti del Congresso generale nazionale di Tripoli sono appena ritornati a sedersi al tavolo negoziale. Ma questo è l’effetto di quanto è accaduto a Sirte con lo Stato islamico che continua ad avanzare perché continuano a non accettare i preliminari dell’accordo già firmati dal Parlamento di Tobruk che contestualmente continua a chiedere che l’ONU tolga l’embargo sulle armi per poter combattere il terrorismo e alla Lega Araba di intervenire militarmente anche con raid aerei.
 I jihadisti hanno represso nel sangue una rivolta verificatasi a Sirte, nel nord della Libia. L’insurrezione sembrerebbe cominciata dopo l’assassinio da parte dei jihadisti dell’imam Khaled al Ferjani, critico nei confronti dei jihadisti. Secondo le maggiori agenzie internazionali ci sono state decapitazioni, crocifissioni, impiccagioni  ed altre atrocità anche nei confronti dei civili.

Il risveglio dell’Isis ha fatto rialzare le voci contro il terrorismo in Occidente. I governi di Italia, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti in un comunicato comune si sono rivolti alle fazioni in guerra per arrivare alla pacificazione e poi hanno condannano decisamente “gli atti barbarici che terroristi affiliati all’Is stanno perpetrando nella città libica di Sirte … Facciamo appello a tutte le fazioni libiche che desiderano un Paese unificato e in pace affinché unifichino le proprie forze per combattere la minaccia posta da forze terroristiche…”.  Lo stesso gruppo di paesi è pronto a partecipare ad una forza militare sotto l’egida dell’ONU, e gli USA hanno dato l’assenso per il comando italiano, per la stabilizzazione del paese. 
È stato precisato che l’unica soluzione possibile è quella negoziale, ma quando il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni, in un’intervista alla Stampa, dichiara che “in Libia o si chiude in poche settimane o ci troveremo con un’altra Somalia a due passi dalla costa. E dovremo reagire in un modo diverso, ponendo nell’agenda della coalizione internazionale anti-Daesh il tema Libia, sapendo che non si tratterebbe più di stabilizzare il paese ma di contenere il terrorismo”, il pensiero corre a nuovi interventi armati, questa volta umanitari per difendere e difendersi dalle nefandezze dell’Isis che come in altri casi potranno portare solo devastazione e morte.

Pasquale Esposito

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