Libia: una guerra contro il terrorismo o per le risorse acqua compresa?

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Una considerazione immediata e della quale tener conto nel leggere questo sia pur parziale resoconto è d’obbligo: la guerra civile infiammata dagli occidentali va avanti senza soluzione dal 2011. E le cose si sono ulteriormente complicate con l’espansione del terrorismo fondamentalista.

I bombardamenti Usa su Sirte – dove c’è il nucleo più forte dell’Isis in Libia – hanno iniziato ad essere quotidiani. Il presidente Barack Obama ha autorizzato per trenta giorni le attività militari. I bombardamenti sono cominciati dopo la richiesta d’intervento del governo di unità nazionale di Tripoli guidato da Fayez al Sarraj. Le forze speciali americane – ma anche britanniche e francesi e probabilmente italiane – sono già dispiegate in Libia dallo scorso dicembre per aiutare le forze che combattono lo Stato islamico e per addestrare le truppe libiche senza partecipare direttamente alle operazioni di guerra, almeno così sostiene il governo di Washington.
Quando il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, intervenendo in una trasmissione su Raiuno precisava che «la cosa che gli italiani devono sapere è che si tratta di interventi mirati contro le posizioni dello Stato islamico intorno a Sirte e che il governo libico, o meglio le forze che lo sostengono, ha raggiunto diversi obiettivi pagando anche un prezzo molto alto» non spiega che l’intervento significa di fatto anche prendere posizione a favore di una delle diverse forze in campo e non che non si lavora più per una soluzione comune per il governo dello Stato libico.
Il governo di Tobruk, l’altra importante istituzione politica in Libia, ha definito illegale l’operazione, a sostegno della propaganda interna e viola lo spazio aereo del paese. Mentre il Consiglio supremo delle Tribù e delle Città libiche ha definito «imperialista» l’intervento americano.

Chiara Cruciati parla delle cento Libie e delle tante troppe istituzioni, tribù e milizie che controllano a vario titolo e modalità il territorio. «Le milizie, islamiste e non, fedeli a se stesse o a poteri più radicati, dettano legge su ampie porzioni di paese facendosi braccio militare di forze politiche: Tobruk di capacità belliche ha dato dimostrazione ieri, reagendo all’attentato kamikaze (a Bengasi uccisi 23 soldati dell’esercito di Haftar) bombardando Derna, roccaforte della federazione qaedista Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi. L’autobomba guidata dall’islamista suicida è saltata in aria martedì sera in una zona residenziale della “capitale” della Cirenaica. L’attacco è stato rivendicato dal Consiglio della Shura, di cui fa parte Ansar al-Sharia, formazione qaedista contro la quale Haftar lanciò due anni fa la sua personale crociata anti-islamista, l’Operazione Dignità. E poi ci sono le tribù, in primis Warfallah (la più grande, un milione di persone da Bani Walid a Sirte), Tarhuna (concentrata a Tripoli) e Zuwaya (presente in Cirenaica, dove gode del controllo di giacimenti petroliferi)» [1].

La battaglia per il controllo di Sirte e dintorni è stata condotta dalle milizie di Misurata che sostengono il governo di Tripoli. Battaglie cruente che secondo quanto riporta The Guardian è costata alle milizie 300 morti e 1.300 feriti [2]. Non solo, quello che spesso dimenticano in molti che le sofferenze dei civili sono innumerevoli e con questi bombardamenti le cose peggioreranno inevitabilmente anche per le reazioni brutali degli uomini del terrore. Secondo la United Nations Support Mission in Libya (Unsmil) gli sfollati dalla città di Sirte ammonterebbero a oltre 90 mila di cui 35 mila sono fuggiti negli ultimi due mesi cioè da quando è iniziata l’offensiva militare per sfuggire anche alla violenza dello Stato islamico [3].

La tesi di Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano, della Libia e autore di molti saggi sulla figura di Gheddafi è che «l’intervento americano di per sé è molto importante data la situazione che si era venuta a creare in Libia, in secondo luogo il fatto che gli americani si siano decisi a intervenire è rilevante perché gli attacchi nella zona dove si sarebbero rifugiati mille appartenenti al sedicente stato islamico risolve una situazione che la Libia non poteva in alcun modo gestire da sola […]» [4].
Nella sua analisi Roberto Toscano, ex-diplomatico, esperto di relazioni internazionali e saggista, pone tante domande come la situazione in Libia merita. Se è chiaro che si tratta di interventi volti a stabilizzare la situazione ed impedire che diventi una base dell’espansione terroristica in occidente va detto anche che «un intervento con operazioni aeree incide, e in modo pesante, sull’ancora irrisolta contrapposizione tra forze che si contengono lo Stato libico». E poi i suoi interrogativi sulla durata effettiva, sull’eventualità dell’uso delle forze sul terreno e sulle contromosse dell’Is che tende in questi casi ad accrescere il livello di terrore. Per non parlare poi del fatto che se non c’è un accordo definitivo e condiviso a livello internazionale, Egitto, Francia, Russia e Cina sostengono il governo di Tobruk. A completare il quadro di questo necessario, secondo Toscano, supporto alle azioni americane per i nostri interessi, le sconvolgenti parole del generale Waldhauser che rispondendo alla domanda sulla strategia in Libia fatta del Presidente della Commissione Difesa del Senato per la conferma a responsabile dell’Africa Command delle Forze Armate: «a questo punto non mi risulta nessuna strategia globale» [5].
Forse la vera strategia globale è quella degli immensi interessi delle potenze rispetto alle risorse del paese. Vale la pena leggere quanto esplicitato nell’analisi del geografo, esperto di politica internazionale e saggista Manlio Dinucci. Siamo di fronte alla politica coloniale di sempre del divide et impera ben espresse dall’ex-capo dell’Eni e attuale vicepresidente della Banca Rothschild che vedrebbe con favore un governo in Tripolitania sostenuto da forze straniere e governi regionali in Cirenaica e Fezzan. «È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, […] Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. […]. Infine, con la missione di assistenza alla Libia, gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti» [6].
Pasquale Esposito
[1] Chiara Cruciati, “In Libia Tobruk e tribù sfidano gli Usa”, il manifesto, 4 agosto 2016, pag. 3
[2] Spencer Ackerman, Chris Stephen e Ewen MacAskill, “US launches airstrikes against Isis in Libya”, https://www.theguardian.com/world/2016/aug/01/us-airstrikes-against-isis-libya-pentagon, 1 agosto 2016
[3] Francesca Mannocchi, “Libia: «Noi, sfollati da Sirte per sfuggire a frustate e torture dei miliziani dell’Isis»”, http://espresso.repubblica.it/internazionale/2016/08/02/news/libia-noi-sfollati-da-sirte-per-sfuggire-a-frustate-e-torture-dei-miliziani-dell-isis-1.279334?ref=HEF_RULLO, 2 agosto 2016
[4] Simone Pieranni, “Del Boca: «Intervento americano importante per il futuro della Libia»”, http://ilmanifesto.info/del-boca-intervento-americano-importante-per-il-futuro-della-libia/, 2 agosto 2016
[5] Roberto Toscano, “Il dilemma mediterraneo”, la Repubblica, 4 agosto 2016, pag. 33
[6] Manlio Dinucci, “La grande spartizione del dopo-Gheddafi”, http://ilmanifesto.info/la-grande-spartizione-del-dopo-gheddafi/, 3 agosto 2016

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