L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie L'ibisco viola
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Ci son storie che bisognerebbe far raccontare solo ai bambini. No, non sono le favole. Sonno le storie della loro vita.
Si mettono al mondo figli e si pensa che questa sia cosa buona e giusta, ma bisognerebbe ascoltare la voce dei bambini che non scelgono di essere figli.
Chimamanda Ngozi Adichie in “L’ibisco Viola” regala il dono del racconto agli occhi innocenti di due fratelli. Un libro immenso, commovente, uno schiaffo sonoro al nostro dormire sonni tranquilli, al nostro perbenismo, alla nostra presunzione di attribuire doti da brava persona a chiunque allunghi qualche soldo ai poveri fermando il nostro sguardo alle apparenze.

Una scrittura oserei dire trasparente, che racconta senza filtri e interpretazioni emozioni, paure e gioie ritrovate. La storia commovente di due ragazzini che crescono in una famiglia agiata, con un padre benefattore, alla continua ricerca della verità, che elargisce beneficenza per tutti e al suo cospetto tutti si prostrano. In un luogo povero come la Nigeria nascere in un ambiente familiare così benestante è da considerarsi una fortuna. Sei da tutti guardato come quello a cui non manca niente, eppure, nessuno sa cosa celano le spesse pareti della tua casa. Ci limitiamo sempre a immaginare che gli altri abbiano tutto quello che desiderano e forse anche di più, ma non sappiamo guardare dal buco della serratura che svela sempre verità nascoste. Eppure, Kambili e Jaja, questi i nomi della bambina e di suo fratello, raccontano tutto il sommerso che celano agli occhi degli altri.
Chimamanda Ngozi Adichie L'ibisco viTra le mura domestiche la violenza dilaga con un padre padrone che detta regole rigide, scandisce anche il tempo dei pensieri di tutti i componenti della famiglia. Osservante cattolico integralista, impone la sua volontà con punizioni esemplari, violente, giustificando ogni suo abuso come perpetrato a beneficio dei figli e e della moglie. Un credo ottuso, bigotto, miope che è il solo frutto di una incapacità di saper essere obiettivo. La religione quale scudo per imporre regole che non hanno ragione di esistere e che spesso, proprio per la loro rigidità, sono facilmente e quasi inesorabilmente facili da trasgredire. Una vita di paure, di terrore, alla continua ricerca del compiacimento del volere del padre unico vero carnefice che diventa comunque l’essere perfetto inarrivabile e a cui tristemente rivolgi la necessità di essere visto. Ed ecco il continuo ricercare il suo sguardo di approvazione, la necessita di trovare le parole giuste per compiacerlo, la voglia immensa di non deluderlo. Kambili guarda tutto, sente tutto, e cerca di essere sempre la migliore. Uno scambio di sguardi con il fratello è la costante linea di intesa che tesse il dialogo tra loro due. I loro sguardi sono dialoghi, una intesa che salda un forte legame e che pone Jaja nelle condizioni di essere il fratello che protegge, ma ben poco può rispetto a quel padre violento. Sai di non potere niente, hai il ruolo di figlio e sei piccolo per decidere del tuo futuro e proprio quando pensi che tutto debba continuare così come sta andando, arriva qualcuno che nella sua semplicità ti salva. Non ci salviamo mai da soli e non ci salviamo se non siamo in grado di guardare e capire le differenze. Attraverso la vita povera e stentata della zia e dei suoi tre figli, Kambili e Jaja scoprono cosa è la partecipazione famigliare, cosa significhi essere visti, ascoltati, la possibilità di poter esprimere il proprio pensiero e la libertà di poterne avere uno. Pagine che raccontano l’amore, le relazioni umane, ma anche il silenzio e la muta accettazione. Un cammino di crescita che è la trasformazione che impone di dare una svolta, di smetterla di accettare senza volontà un sistema che non mi riconosce e che non mi rende uomo.

Non discuto l’importanza della religione, le rispetto tutte e dico che tutte hanno il loro valore che se serve a rendere migliore l’essere umano allora ben vengano, ma l’integralismo è un’altra storia. È incomunicabilità, cieca osservanza di regole che nella maggior parte dei casi nemmeno si capiscono, è negare l’altro nel suo essere persona, è violenza, abuso e sopraffazione.
Pagine silenziose che raccontano, pagine piene di sguardi che descrivono, pagine piene di paure che svegliano le nostre, pagine piene di libertà trovata che segnano la speranza. È la voce innocente che alza il velo dell’inenarrabile e ci investe lasciandoci impietriti nel nostro perbenismo.
Ogni volta che sentirò qualcuno dire ai propri figli “lo faccio per il tuo bene” penserò al silenzio della bambina e del bambino che sono nelle pagine di questo libro e a quanto il loro bene non sia mai stato il fine ultimo. Penserò che più che al suo bene bisognerebbe aspirare alla sua felicità, alla sua spensieratezza al suo essere creatura venuta al mondo per un atto di puro piacere egoistico dei genitori.
L’orco che è in noi è sempre in agguato: sconfiggiamolo.
Nicla Pirro

Chimamanda Ngozi Adichie
L’ibisco viola
Traduttore: Maria Giuseppina Cavallo
Einaudi, 2016
284 pagine

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