Liliana Cavani: Francesco, la Chiesa, il cinema nelle sue riflessioni

Liliana Cavani
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Liliana Cavani è senza incertezze una grande regista del nostro tempo; documentarista fin dagli anni ’60 e poi autrice di molti importanti lungometraggi, è tra le poche donne italiane ad essere riuscita compiutamente a portare le proprie sensibilità e capacità nel mondo del cinema. Non ultima, una originale sensibilità umana e spirituale, passata per ben tre volte al vaglio del confronto con Francesco d’Assisi: dapprima nel 1966, con il film omonimo; poi con Mickey Rourke nei panni del santo, nel 1989; ed infine con l’ultima fatica televisiva del 2014, in quattro episodi.

Incontro Liliana Cavani a Todi, che certo non è come Assisi, dove tutto trabocca di memorie francescane. Eppure, è qui – dove pure il grande Jacopone ebbe i suoi natali – che Alberto Di Giglio, un generoso amico del cinema, sensibile alle sue implicazioni con la fede, ha riproposto in questi giorni di agosto una bella iniziativa, dal titolo Medicinema [1]: ovvero, il cinema come medicina dell’anima. Giunta alla sua terza edizione, questa rassegna offre all’apprezzamento del pubblico alcune opere ed autori che si sono confrontati con la macchina da presa e la dimensione religiosa: “Abbi fede”, dice il titolo della locandina, alludendo al film di Giorgio Pasotti.

Molte le immagini preziose del passato proposte agli spettatori: Ordet di Dreyer, Andrej Rublëv di Tarkovsky, Mission di Joffè. Ma il momento più pregiato di quest’anno è stato senz’altro l’incontro con Liliana Cavani e il suo Francesco (1989), proiettato sabato 13 agosto – alla presenza della regista – nel suggestivo spazio dei giardini tuderti.

All’indomani della proiezione, Liliana Cavani ha accettato volentieri di ritornare su alcuni temi a lei cari, tra passato e futuro.

Su Francesco d’Assisi, lei è ritornata per ben tre volte, in anni e stagioni così diverse della storia e niente affatto banali. Diceva Ignazio Silone di sé stesso che avrebbe amato passare la vita a scrivere e riscrivere sempre la stessa storia, nella speranza, se non altro, di finire col capirla e farla capire [2]. È stato un po’ così anche per lei?

Il mio primo film ha avuto, come noto, un percorso piuttosto obliquo. Avevo vinto un concorso alla RAI come documentarista, assieme – tra gli altri – all’indimenticabile Angelo Guglielmi, colui che sarà poi il vero protagonista del decollo della terza rete pubblica della televisione italiana. Sarebbe stato proprio Guglielmi a chiedermi di fare qualcosa su Francesco d’Assisi, un documentario in vista dell’approssimarsi della data della sua festa. Io mi schernii, dicendo che non mi interessava. Ma poi accadde l’imprevedibile: su una bancarella di libri usati a Roma, alla stazione Termini, tornando a casa a Carpi, trovai un libro che mi incuriosì: era stato scritto da uno storico medievista francese, in questa lingua, nel 1893, tale Paul Sabatier. Si intitolava Vie de saint François d’Assise (Vita di san Francesco d’Assisi); l’autore era un pastore calvinista, anche se raccontava la vita di un santo cattolico. Il libro, ovviamente, era stato messo all’indice. Lo comprai e lo lessi in treno. Fu per me una scoperta sensazionale. La mia era una famiglia più che laica, ma la vita di Francesco raccontata da Sabatier era modernissima, attuale, sconvolgente. Ne parlai con Guglielmi e anche lui lesse il libro, rimanendone egualmente affascinato. Francesco era stato sempre presentato fino ad allora (anche in bei film, come quello di Rossellini del 1950, Francesco giullare di Dio) come un ragazzo sperduto, senza muscoli, raccontato in una atmosfera molto fiabesca… Non c’erano però sufficienti risorse per girare un film e dovemmo ricorrere a una produzione sostenuta anche da fondi privati. Fu praticamente uno dei primi film della RAI. Superati più o meno i problemi di budget, dovetti affrontare la scelta dell’attore per interpretare il protagonista: Lue Castel era ancora sconosciuto, anche se aveva appena girato I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Il film non era ancora uscito, e Castel vi interpretava un personaggio che poteva mettere in cattiva luce il mio lavoro su Francesco; cosa che in seguito avverrà, portando persino ad una interrogazione parlamentare di alcuni del Movimento sociale sull’inconciliabilità che il santo patrono d’Italia fosse interpretato in quel modo e pure da un “ribelle”. Come se gli attori non fossero liberi di spaziare tra i personaggi che gli si propongono… Il film, nonostante questi mal di pancia, andò in onda con un successo importantissimo di pubblico: venti milioni di spettatori.

Francesco di Liliana Cavani 1989Per certi versi, una certa originalità della scelta del protagonista si riproporrà nel 1989, con Mickey Rourke: un attore di Hollywood che avevo visto con ammirazione ne L’anno del dragone ma che aveva anche da poco recitato in 9 settimane e ½. Veniva dall’Actor Studio eppure praticava la boxe: ed io pensavo da tempo che il Francesco che andava in guerra contro Perugia non doveva poi essere un uomo così fragile, dovendo combattere… Sollevare queste spade enormi, indossare queste armature pesantissime. L’arma che hai in mano e l’arma del tuo corpo. La guerra, con le sue crudeltà, è un tema che mi ha sempre colpito, da quella – terribile – tra Perugia e Assisi a quella in Europa; stessa radice.
Anche questa volta il film ebbe un bel successo, seppure alla conferenza stampa di presentazione la discussione fu deviata tutta dalle polemiche innestate da un giornalista inglese sulle simpatie di Rourke per la causa irlandese, obliterando del tutto il mio ritratto di Francesco d’Assisi. Egli era però l’attore di cui mi piaceva poter disporre, come fu con Lou Castle: un uomo libero di testa, una intelligenza particolare, uno che ama gli altri.

E con il suo terzo lavoro, accanto e assieme a Francesco, domina Chiara.

Eh sì. Io vengo spesso in Umbria, da queste parti; e alla Porziuncola c’è una libreria dove ci sono tutte le pubblicazioni – in tutte le lingue – che riguardano la storia di Francesco. Da quando ho iniziato a lavorare su questo fronte, ho visto moltiplicarsi le scoperte e gli studi su Chiara, con tanti medievisti che hanno portato alla luce cose prima sconosciute. Penso che forse il mio lavoro abbia anche incoraggiato e spronato gli studiosi ad approfondire alcune tracce. Il terzo film che ho fatto l’ho impostato proprio pensando a lei. Neanche le clarisse – che pure ho incontrato e raccontato in un’altra occasione [3] – erano consapevoli di questa storia. Prendiamo il “privilegio” della povertà: nessuno lo crede importante, anzi tutti cercano i privilegi della ricchezza. E invece Chiara segue Francesco e non vuole che i conventi delle sue sorelle vivessero delle ricchezze prodotte dal lavoro dei contadini che lavoravano i terreni che le suore portavano in dote. Chiese il privilegio della povertà al papa e lo ricevette quindici giorni prima di morire, portandolo addosso come la cosa più importante. E le sue sorelle uscivano per lavorare e soccorrere i malati. Come una resistenza di partigiane di quel tempo. Alcune tra le clarisse di oggi non conoscevano neanche questa singolare storia. Perciò la mia terza narrazione di Francesco è raccontata così, con la voce di Chiara che condivide la sua esperienza. E mi cruccia che la televisione non lo proponga poi molto, perché mi pare contenga invece una importante lettura tanto della vita di Francesco che del genio delle donne che gli sono state compagne.

L’ultima sua fatica su Francesco è arrivata quando addirittura un papa aveva deciso di portare questo nome.

Questo terzo film è uscito dopo l’elezione di Bergoglio, ma la RAI l’aveva già in mano da due anni. Il nuovo papa si presentò alla piazza e disse: “Mi chiamerò Francesco”. E l’indomani mi chiamò l’addetta alle fiction per dirmi: “Lo sai Liliana, abbiamo deciso di trasmetterlo”. Così fu. E poi mi chiamarono – era dicembre del 2014 – per dirmi che avevamo “vinto” la serata, con più di cinque milioni di spettatori. Non so se – senza Bergoglio – questo mio lavoro sarebbe stato trasmesso o avrebbe avuto questo ascolto: ogni tanto ritorna sempre la lettura di un Francesco che parla al lupo e alle rondini, come fossimo ancora fermi al racconto di Giotto, il primo regista ante litteram della vita del santo, in un certo senso, anche se di un film muto e senza animazione. Mentre il mio interesse era fin dall’inizio di raccontare anche le folle di poveri che popolavano quel mondo, senza cibo né vesti, a cui Francesco si rivolgeva personalmente. Al nostro tempo, Giotto non basta più per raccontare Francesco.

Solo un anno fa lei ha speso il suo nome nell’iniziativa dell’associazione Esserequi – assieme, tra gli altri, a persone come Giuseppe De Rita e Andrea Riccardi – che con la pubblicazione dell’inchiesta dal titolo Il gregge smarrito [4] ha proposto una lettura acuta e per certi versi paradossale della realtà italiana e del suo rapporto con la chiesa.

A me sembra che – grazie a figure come Dossetti o La Pira – la chiesa abbia avuto un ruolo decisivo nell’orientare la sensibilità della società italiana. E oggi papa Bergoglio ha in qualche modo espresso un suo programma chiaro, fin dalla scelta del nome, scrivendolo poi chiaramente e diffusamente nelle sue encicliche.

Alcune prospettive aperte da papa Francesco incontrano però resistenze diffuse nella stessa chiesa, financo tra alcuni cardinali…

Mah, io personalmente sono amica di quello di Bologna, Matteo Zuppi. Una persona straordinaria. L’ho svegliato una notte di qualche mese fa, chiedendogli di dire al papa di andare in Russia per provare a fermare la guerra; sperando ovviamente che qualcuno, laggiù, lo voglia accogliere…

Il suo “esordio” è stato nella veste di documentarista, con quella produzione memorabile che fu – per la RAI degli anni ‘60 – la Storia del Terzo Reich.

Quando fui assunta in RAI, con un concorso assai selettivo, che venne dopo quello nel quale vennero assunti tra gli altri Umberto Eco o lo stesso Angelo Guglielmi, la TV pubblica aveva deciso di reclutare persone dotate di sensibilità e capacità e non solo allineate con le antenne della politica. È così che nacquero molti importanti lavori che contribuirono alla formazione della coscienza civile del nostro paese, tra i quali la mia Storia del Terzo Reich. C’era una gran quantità di materiali più o meno inediti. La Seconda guerra mondiale è stata filmatissima; tutti avevano una Arriflex e giravano convinti di documentare qualcosa di definitivo, magari la vittoria finale.

Jonas Mekas – alfiere del cinema underground americano del dopoguerra – avrebbe poi teorizzato che le telecamere che filmano la vita avrebbero mostrato al mondo la realtà e sarebbero state come il motore di una rivoluzione popolare…

Difficile se però se non c’è nessuno che fa passare le immagini da qualche parte e le racconta… Sa, per me quella fu un’esperienza indimenticabile, con questi filmati per le mani e il dovere di raccontare questo vero e proprio punto di svolta nella storia mondiale, la barbarie nazista. Ho visto – credo tra i primi – e poi ho mostrato per la prima volta in TV questi materiali che documentavano la violenza più indescrivibile. Ho visto l’apertura dei lager, e con il montatore che mi accompagnava nella visione – con il quale trangugiavamo grandi quantità di caffè per sostenerci – non eravamo quasi più capaci di scambiarci neppure una parola. Annichiliti. Abbiamo potuto utilizzare solo una piccolissima parte di quelle riprese, che la RAI di allora non avrebbe assolutamente accettato di far vedere integralmente al suo pubblico. Anche i tedeschi, tramite la loro ambasciata a Roma, fecero pressioni per impedire che il programma “salisse” di audience passando alla prima rete. Forse questo materiale andrebbe proiettato di nuovo, nelle università, nelle facoltà di storia…

E a questo proposito, vorrei dire una mia preoccupazione: nei lager c’erano tante guardie ucraine. Ho l’impressione che ci sia stata una perdita di memoria. Andiamo a rivedere la nostra storia europea: abbiamo conosciuto l’antisemitismo dei polacchi e degli ucraini… Mi colpiscono queste macchie nel passato dell’Ucraina, questa magagna forse più grande di tante nefandezze del fascismo. Sono cose alle quali oggi pensano in pochi, convinti di doversi in qualche modo solo immolare per un paese aggredito. Gli americani che stanno là, probabilmente, non sanno niente di questa storia, o forse sono troppo abituati a fare disastri in giro per il mondo. Eppure, mi sembra quasi che la Seconda guerra mondiale sia stata dimenticata proprio nei suoi aspetti più orribili e paradossalmente “necessari”: quelli che ci avevano mostrato – ponendoci davanti agli occhi l’orrore di cui l’umanità è stata capace – come non avremmo più dovuto fare nessuna guerra.

E qual è la sua preoccupazione per il tempo presente?

In molte analisi superficiali si propone sempre questo agone generico tra sinistra e destra, anche se io non lo leggerei più così. A me sembra che si proponga piuttosto una sfida tra quanti amano la vita e quelli che magari inconsciamente non amano neanche la propria, figuriamoci quella degli altri. Il principio sano ci arriva dalle madri: dovrebbero essere loro a decidere la politica, loro che sono per la vita. Siccome invece sono gli uomini – spesso ometti – che decidono, lì si può andare a ruota libera. Come quando visionavo i documenti sulla storia del nazismo e mi ponevo la domanda: ma nessuno sapeva niente? Nessuno si domandava cosa fosse il fumo che usciva dai crematori?

A me sembra che gli artisti come lei siano un po’ una sorta di sismografo, in grado di percepire qualcosa che sta avvenendo sotto la superficie del loro tempo…

Direi che dovremmo concentrarci sui temi fondamentali, come la fratellanza, la fraternitas. È una cosa tremendamente seria!

Paolo Sassi

[1] https://www.facebook.com/medicinematodi.
[2] I. Silone, L’avventura di un povero cristiano, Mondadori, 1968.
[3] Clarisse, 2012, 21’; cfr. https://www.filmitalia.org/it/film/68123.
[4] Il gregge smarrito. Chiesa e società nell’anno della pandemia, Rubbettino, 2021; https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/il-gregge-smarrito.

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