L’immenso IO e la Magistratura a vita

giustizia statua davanti alla Corte di Cassazione
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Magistratura a vita? Ci arriviamo al caso di questi giorni, ma farei una premessa. Se cercate la definizione della parola: immenso, il significato che si manifesterà è il seguente: sconfinato, smisurato, enorme.
Etimologicamente questo aggettivo viene indicato come voce dotta dal latino immensus. Se ne deriva, più propriamente, un qualcosa che non può essere misurato e che quindi, la qualità che descrive suscita lo stupore di ciò che non può essere dominato immediatamente con la ragione non potendo averne misura. Ne deriva che essendo così riferito a una grandezza spaziale può facilmente trovare ragione nella quantità e nel tempo. Già, quantità e tempo che trovano testimonianza, tra gli altri: dall’immensità delle ricchezze, dalla bontà, dalla vastità di una piazza o dall’amore infinito che si prova.

Aggiungo, perché necessario al ragionamento: l’immensità del tempo e quindi, lo sforzo dell’uomo di piegare ai suoi interessi, appunto, il tempo attraverso il suo immenso. Piegarlo, molto spesso, a proprio incenso fino a proclamarsi convintamente: Immenso…IO!

Mi riferisco, perché di ciò mi interessa parlare, a quelle forme di supponenza che nei secoli si sono incarnate in uomini che per capacità di comando, direzione, combattimento, destrezza o più semplicemente arricchimento e prepotenza si sono convinti di essere assolutamente indispensabili nel tempo presente e futuro, per le loro famiglie, comunità e purtroppo popoli.

Questa schiera, difficilmente quantificabile nella consistenza numerica, ha spaziato tra le confessioni religiose, nella politica, nell’economia, nell’istruzione, nella salute e in quant’altro possa contenersi nella vita pubblica e privata degli uomini.

Nel caso del patriarcale capofamiglia, hanno rallentato e non poco la crescita culturale, economica e sociale del proprio nucleo di parentela e fra questo, più precisamente, la parte femminile; altre volte, come nel caso di amministratori che hanno diretto enti, territoriali e non, per lunghissimi periodi, hanno fatto danni più o meno lievi operando scelte desuete e/o non più consone ai tempi che si vivevano; tal altre, come nel caso di monarchie o governanti, hanno procurato danni incalcolabili imponendo una presenza ormai non più rispondente ai mutati bisogni di intere comunità o vastità di popoli spesso attraverso conflitti devastanti e regimi terrificanti.

In genere, in una età più o meno giovane iniziano a dare il loro contributo, più o meno valido, alla comunità cui appartengono e quindi, da sempre convinti che il loro posto, le loro funzioni, ogni loro sapere, credere, teorizzare, sia la “Bibbia” oltre la quale nulla esiste più, pretendono che loro e di loro tutto rimanga uguale per un tempo immenso e perciò, aggiungo, fino a ciò di cui si sono o fanno finta di essersi dimenticati e cioè: l’umana dipartita o giù di lì.
Di nomi conosciuti tra i vivi o tra i trapassati ne potrei, ne potremmo, fare a decine mentre di anonimi a centinaia si potrebbero contare.
Al nocciolo del ragionamento però, questo non serve.
Non i nomi e nemmeno i numeri sono in discussione e quindi non occorre una carta d’identità o un pallottoliere; occorre, questo sì, la consapevolezza di quanto sia dirompente, aggiungerei pericoloso, farsi sottomettere dalle pretese di questi “Immenso …..IO”.

Confesso che personalmente, intendendo per non sottomissione l’adesione a sole iniziative di tranquilla e buona educazione, il massimo che mi sono sempre proposto di fare a fronte di simili personaggi o, si dovessero offendere, personalità è questo: in politica opto per non accordare la mia scelta; in economia mi propongo di non acquistare dalle loro aziende; nella informazione di non leggere i loro giornali o seguire le loro TV, nel gossip di precipitarmi a spengere il televisore, negli annunci di credere all’esatto contrario.
L’unica deroga che a riguardo, per la prima volta mi sono concesso è chiedere ospitalità a queste righe.
Ospitalità utile a una iniziativa tranquilla e di buona educazione ma necessaria in quanto, a mio modo di vedere unica possibile.
Vi chiederete a cosa mi riferisco.

In queste ultime settimane la vita giudiziaria e di converso politica del nostro Paese è stata movimentata da una polemica contrapposizione che a preso forza dal collocamento a riposo, per raggiunti limiti di età, di uno tra i più noti e aggiungerei qualificati giuristi in forza nei ruoli del nostro sistema giudiziario. Un magistrato in campo presso la Suprema Corte di Cassazione, ma da qualche tempo eletto nel plenum dell’organo di controllo della magistratura e cioè il Consiglio Superiore della Magistratura.
Fin qui nulla di strano.
Aggiungo, senza entrare nel merito delle ragioni esposte dalle parti peraltro dubbioso di averne le capacità, che tutto sembra esser nato dalla ferrea determinazione di questo giudice circa la possibilità di rimanere a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura, seppur ormai fuori dai ruoli della Magistratura per raggiunti limiti di età e conseguente pensionamento.
Orbene, di fronte a opinioni “sparate” dall’informazione, opinionisti dell’una o dell’altra sponda, titoli cubici di testate giornalistiche a favore e contro, ricorsi presentati e non accolti, presenze televisive dell’interessato, ho cercato di formarmi l’opinione più equilibrata possibile.
Il tempo che ho impiegato è stato breve perché, come si dice, “tutte le strade hanno portato a Roma” e quindi a me è parso che la determinazione di questo Magistrato abbia sole e robuste fondamenta nella convinzione che nessuno dopo di lui può essere come lui. Nessuno cioè può, dopo di lui, garantire il livello di certezze giuridiche che lui stesso ha garantito per anni alla giustizia italiana e di converso al popolo italiano.
Convinzione che, si badi bene, può essere lecita per la sua persona che tanto ha dato alla nostra giustizia, ma che appare poco o per nulla convincente prima che fuori da ogni utile ragione (mancanza di prove) o giusta e doverosa logica di ricambio generazionale. Logica che, se invalida, ci vedrebbe fermi a Graziano, monaco comaldolese (sec XII) e poco oltre il Decretum Gratiani.
È per questo poco, che poco non è, che ho pensato di fare questa sottolineatura, tranquilla e di buona educazione, ma rossa e non blu.
Guido Peparaio

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