L’incanto si rinnova: Eddie Vedder riconquista Firenze

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Che il legame tra Eddie Vedder e l’Italia fosse speciale era cosa nota da tempo. Eppure, quando era stata annunciata la sua presenza al Firenze Rocks 2019, più di qualcuno aveva storto la bocca. Impossibile, pensavano in molti, ripetere la magia che aveva dominato la Visarno Arena appena due anni prima, quando il leader dei Pearl Jam, con solo la sua voce e la chitarra ad accompagnarlo, aveva regalato un concerto memorabile, il più grande tra i suoi live da solista. Perplessità destinate a dissolversi presto, non appena Eddie ha fatto il suo ingresso sul palco con un passo lento, la testa rivolta un po’ verso il basso: un’entrata in sordina, carica di umiltà, per quella una delle maggiori rockstar viventi.

Tenere oltre 30 mila persone incollate a guardarti è un mestiere per pochi. Senza le chitarre e i colpi di batteria che possono allungare le canzoni per farti riprendere fiato, o coprire eventuali cali di voce, ci vuole gran classe per sostenere quasi due ore di tiratissimo concerto. Addirittura poche per alcuni, abituati a un Eddie che, insieme ai Pearl Jam, tocca normalmente le tre ore piene – tra l’altro una rarità, oggi, pure tra i gruppi più grandi. Ma bisogna considerare che un festival in cui si esibiscono parecchi artisti in una giornata (ben sei, in questo caso) impone tempistiche più contratte.

Giocare sui numeri, comunque, significa perdersi nei dettagli. La verità è che il concerto è filato via in maniera sorprendente, persino per i più scettici. Pochi, per la verità, i momenti dedicati dal cantante al dialogo con il pubblico, di solito parte integrante dei suoi show. Anche in questo caso, probabilmente, hanno inciso i tempi a disposizione, ben più contingentati che in altri casi. Meglio, allora, rinunciare a qualche battuta in più per regalare un concerto intensissimo, capace di oscillare da momenti più intimisti ad altri carichi di euforia collettiva. La Visarno Arena così, nel corso della serata, ha più volte cambiato volto. In qualche caso, si è trasformata in una sorta di teatro a cielo aperto, un club ristretto a poco pubblico disposto ad ascoltare in religioso silenzio, come in occasione di “Just Breathe” e “Wildflowers”, dedicate rispettivamente al regista fiorentino Franco Zeffirelli, venuto a mancare proprio sabato, e al compianto Tom Petty, che Eddie ha omaggiato con parole commosse. In altri, l’Arena ha assunto le sembianze di uno stadio, con il pubblico scatenato sulle note di alcuni dei maggiori successi dei Pearl Jam ed altre gemme, come “Should I Stay oy Should I Go” dei Clash, proposta con l’ukulele elettrificato in una versione ricca di energia. Tanti altri i momenti memorabili, impossibile citarli tutti. “Black” suonata in acustico è struggente, così come le toccanti “Indifference” e “Immortality”, altre perle della lunga discografia dei Pearl Jam.

È visibilmente emozionato Eddie sul palco, nonostante quello sia il suo mondo da ormai praticamente trentanni. Persino nervoso, come confida al pubblico nell’introduzione di uno dei primi brani. E infatti non sempre scorre tutto perfettamente, come accade durante “Whislist”, uno dei pezzi maggiormente cantati, quando Eddie sbaglia le parole di una strofa, riprendendosi in corsa e ridendoci su. Imprecisioni che non scalfiscono la meraviglia di un concerto che, in ogni caso, resterà per molto tempo nei ricordi di molti. Anzi, semmai la rafforzano. Perché Eddie è uno di quegli artisti che non solo si apprezzano e si ascoltano, ma a cui si vuole bene, un amico con cui condividere persino un bicchiere di vino. Fantasia? Ma ché. Durante il concerto, in uno dei pochi momenti di pausa, stappa una bottiglia sul palco e la offre al pubblico tra le prime file, insieme ad alcuni bicchieri. Se ciò che trasmette quest’uomo non è dolcezza, genuinità e passione, allora non saprei proprio cosa sia.

Il concerto di Eddie Vedder sembra una vecchia rimpatriata tra amici, di quelle in cui, aiutati da qualche bicchiere in più, si finisce per imbracciare una chitarra e cantare tutti insieme, in una sorta di catarsi collettiva. Eddie sfoggia il meglio del repertorio per rendere unica pure questa serata. Cambia velocemente chitarre, passando dall’acustica all’ukulele, dall’elettrica al mandolino, alternando pezzi suoi, classici dei Pearl Jam e alcune cover. La sua voce, potente, profonda, con quel timbro riconoscibile tra migliaia, è ancora una volta indiscussa protagonista e, senza tutta la strumentazione tipica di un live coi Pearl Jam, si fa apprezzare ancora di più.
In alcuni brani, Eddie suona insieme a un quartetto d’archi, Red Limo String Quartet, che lo sta accompagnando in questo tour. Meravigliosa la versione solo orchestrale di “Alive”, altro storico brano dei Pearl Jam, che il pubblico intona a gran voce, nell’unico momento della serata in cui Eddie decide di tirare un attimo il fiato. Immancabili, infine, i duetti con Glen Hansard, cantautore irlandese vecchia scuola che ormai da anni fa da spalla fissa a Eddie. Le loro versioni di “Song of Good Hope” e “Society” fanno crollare quelli che, fino a quel momento, erano rimasti più restii a lasciarsi andare all’emozione.

Il concerto di Eddie arriva al termine della terza giornata del Firenze Rocks, durante la quale si sono esibiti altri cinque artisti, tra cui lo stesso Hansard, che ha sfoggiato una performance sontuosa, mostrando una voce potente e una straordinaria sensibilità artistica. Meritevoli di una menzione, infine, i “The Struts”, non così noti in Italia, eppure assolutamente travolgenti, veri mattatori del pomeriggio col loro rock graffiante e vigoroso che pare provenire dagli anni ’70-’80.

In ogni caso, tutti erano in attesa di Vedder, uno degli ultimi grandi artisti rimasti dell’era grunge, quel movimento che fece innamorare i giovani degli anni ’90. Dopo trent’anni, Eddie è ancora lo stesso. Stessa inconfondibile voce, stessa energia, ma soprattutto, stessa spontanea umanità, che lo porta a farsi amare e abbracciare emotivamente, ogni volta, da milioni di persone. “Rockin’ in the Free Wolrd”, cover di Neil Young, ha chiuso come al solito un altro live indimenticabile. Eddie si mette di spalle al pubblico. Vorrebbe che lo schermo che ha di fronte lo riprendesse insieme alla folla presente, come se volesse disporsi in mezzo ai presenti, in un simbolico abbraccio collettivo. Aspetta qualche secondo, la regia non lo supporta. Pazienza. L’abbraccio tra il pubblico ed Eddie c’era già stato, ed è durato 110 minuti. La magia, a Firenze, si è ripetuta un’altra notte.

Lorenzo Di Anselmo

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