L’intelligenza emotiva per un’altra alternanza scuola lavoro

scuola istruzione
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Io voglio, io pretendo l’alternanza scuola lavoro.
Voglio che gli studenti possano andare nelle carceri a parlare con i detenuti e le detenute. Perché nel loro momento lavorativo indaghino e capiscano che cos’è la libertà e la privazione.
Io pretendo l’alternanza scuola lavoro affinché gli studenti possano entrare nelle corsie degli ospedali, tenere le mani ai malati, capire che cosa è la morte e il dolore. Perché possano comprendere che cosa è la gioia dei vecchi quando non sono più soli, quando gli sorridi dalle sponde di un letto.

Io pretendo che ci sia alternanza scuola lavoro perché gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado nei loro momenti di alternanza possano dipingere e scolpire, addentrarsi nei meandri dell’arte, dialogare con i filosofi e indagare su cosa sono il dolore, la gioia, la morte e l’amore.

Io pretendo e promuovo l’alternanza scuola lavoro perché gli studenti possano imparare tutto ciò che c’è di inutile nel mondo, come i madrigali, la poesia trobadorica, lo sghignazzo, il sorriso del teatro e dell’arte.

Io reclamo e imporrei l’alternanza scuola lavoro, perché gli studenti possano imparare da tutto ciò che c’è di inutile nella vita, e da questo inutile bagaglio possano far germogliare altrettanta inutile poesia che possa salvarci dagli algoritmi, nuove divinità dell’oggi.

Io non chiedo. Io pretendo l’alternanza scuola lavoro perché i giovani possano guardare negli occhi i malati nei reparti psichiatrici degli ospedali, perché capiscano che legare è un crimine, e che la follia non è un’anomalia ma è cifra dell’umano sentire.

Io pretendo questo in nome del padre e del figlio affinché il figlio non mi giudichi di averlo punito per la sua giovinezza.
Io pretendo non chiedo. Pretendo perché i figli sviluppino la loro intelligenza emotiva, riempiano di senso le cose e il vivere. Lo pretendo perché la scienza, l’arte, la vita non sono frutto dei numeri ma di una visione senza la quale, mancando la quale, si possono costruire solo piccole cose.

Io pretendo questo perché la scuola possa avere ancora un significato e gli adulti smettano di avere paura di confrontarsi con i giovani su ciò che di essenziale c’è nella vita. Lo pretendo perché i giovani sono di gran lunga migliori di come li raccontiamo e renderli piccoli attraverso le nostre parole è solo il frutto malato della nostra pochezza.

Io pretendo. Pretendo tutto questo affinché gli adulti possano tornare ad essere tali, smettendo solo affermarlo senza alcuna aderenza alla realtà.
Io pretendo questa alternanza perché gli adulti nel loro delirio di onnipotenza, con la loro paura della morte, smettano di invidiare l’unico sangue che dona vita, quello delle donne, inventandone una lugubre imitazione chiamato guerra che porta morte e distruzione.

Io pretendo perché a dichiarare le guerre non sono i giovani.
Io pretendo.

Gianfranco Falcone

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