L’invasione turca della Siria e il terrorismo dello Stato Islamico

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Non servirà a molto ma Finlandia, Francia, Germania, Norvegia e Paesi Bassi hanno sospeso la vendita di armi alla Turchia; l’Italia che nel 2018 ha venduto armi per centinaia di milioni è per ora alle chiacchiere. Non servirà a molto perché l’Europa incapace di affrontare crisi internazionali e drammi come quello delle migrazioni ha affidato a Erdoğan la gestione dei profughi e ora il sultano può permettersi di ricattarla.

Occorrerebbe l’insieme di azioni dei cittadini europei (le prime manifestazioni pro-curde ci sono state in diverse città europee) contro merci e servizi turchi e delle vere sanzioni come si è fatto per la Russia o per l’Iran (in quest’ultimo caso pure a torto). Urge la necessità di proteggere le popolazioni della Siria del Nord che non sono solo curde e che vivono in una comunità politica che ha fatto dell’uguaglianza e della democrazia la base della sua esistenza.
Ma la storia recente ci dice altro, infatti l’esercito di Ankara ha già invaso il territorio siriano, nel 2016 con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” e nel 2018 con “Ramoscello d’Ulivo” sempre con il pretesto della sicurezza nazionale.
Ora l’invasione l’hanno chiamata “Sorgente di pace” e ha già provocato la fuga di oltre 100.000 e sono oltre un centinaio i morti; Amnesty International e Human Rights Watch nei loro rispettivi rapporti denunciano soprusi e i crimini commessi dai miliziani jihadisti armati e supportati dall’esercito turco. I terroristi islamici detenuti nel Rojava stanno fuggendo e questo è un’altra delle conseguenze di questa sporca guerra nata dal tradimento degli USA di Trump che ora fa finta di fare la voce grossa con il sultano e degli Europei. La Turchia anche in passato è stata più volte incolpata di sostenere, coprire i terroristi jihadisti presenti nell’opposizione siriana. Se dovessero catturarne una parte o prelevarli dalle prigioni li userebbero come stanno facendo con i profughi?
Questa invasione ha un altro obbiettivo quello di trasferire un milione di profughi nell’area spostandoli, non sappiamo come, dai campi in Turchia ma una parte dei quali sono parte della società.

La leadership europea non ha fatto altro che pensare alle proprie immediate necessità e si è sbarazzarsi dei profughi, invece di sbarazzarsi delle guerre e della povertà, mentre già da tempo la politica di Erdoğan che intendeva islamizzare il suo paese era chiara e si rivolgeva all’esterno e per cui in Siria «nel giro di pochi mesi, il governo turco abbandonò Assad, in precedenza un partner intimo, e iniziò ad armare gli insorti islamisti che combattevano contro Damasco. La Turchia divenne presto un centro per l’opposizione in esilio della Siria e un canale per il flusso costante di combattenti jihadisti stranieri che si facevano strada in Siria. Alla fine, Ankara ha chiuso gli occhi anche ai membri dello Stato Islamico (o ISIS), che sono entrati e usciti dal paese e a volte hanno cercato cure mediche lì» [1].

Nel frattempo gli americani hanno annunciato il ritiro dei mille soldati da tutta l’area e le forze curde hanno trovato un accordo con Bashar al Assad, con l’evidente assenso della Russia di Putin, le cui truppe dovrebbero sostenere, secondo quanto sostenuto dalle agenzie, la difesa delle città di Kobane e Manbi sotto attacco turco.
Pasquale Esposito

Gonul Tol, ”Turkey’s Endgame in Syria. What Erdogan Wants”,
https://www.foreignaffairs.com/articles/turkey/2019-10-09/turkeys-endgame-syria, 9 ottobre 2019

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