L’Iran dopo l’accordo sul nucleare. Intervista a Simone Zoppellaro

Iran bandiera
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A qualche mese di distanza dall’accordo sul nucleare abbiamo aperto una finestra sulla situazione interna ed internazionale in Iran e per farlo abbiamo intervistato Simone Zoppellaro, corrispondente dall’Armenia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso dall’aprile 2014 ed esperto di geopolitica del Caucaso e del Medio Oriente di cui scrive su diverse testate.

Il Consiglio dei guardiani della Costituzione ha dato il via libera alla legge che consentirà al governo di applicare l’accordo sul nucleare siglato tra Teheran e il gruppo 5+1. È già cambiato qualcosa nella vita di tutti i giorni degli iraniani? La crescita economica è ferma, l’inflazione è alta e la precarizzazione di vasti settori della popolazione è un problema.
L’elezione di Rouhani, prima, e poi l’accordo sul nucleare hanno prodotto grandi aspettative nella società iraniana, soprattutto per quanto riguarda la classe media, che negli ultimi anni ha pagato in maniera considerevole le sanzioni, l’inflazione e la svalutazione della moneta locale, il rial. Il rilancio economico, tuttavia, come lei ricordava, non è ancora avvenuto, e questo alla lunga – in mancanza di risultati tangibili – potrebbe giocare a sfavore di Rouhani e dei riformisti, anche in vista delle elezioni parlamentari del 2016 e di quelle presidenziali del 2017. Una cosa è certa: si tratterà di un processo lento. Le sanzioni saranno rimosse gradualmente, e gli effetti non saranno immediati.
Un’altra cosa da tenere presente è che non è affatto detto che una apertura ai mercati europei e americani corrisponda automaticamente a una ridefinizione in senso egualitario della società. La classe media soffre un po’ ovunque oggi, anche in occidente. L’Iran dello scià era una società segnata da forti disuguaglianze, e ancor più lo sono oggi, ad esempio – a pochi chilometri dalla costa iraniana – i paesi del Golfo. Potrebbe anche avvenire l’esatto opposto, e cioè che molte piccole e medie imprese siano costrette a chiudere a causa dell’incapacità di far fronte alla concorrenza dei marchi occidentali, e che invece ad arricchirsi siano in pochi.
Molto dipenderà comunque dalla gestione poltica della transizione. L’Iran post-rivoluzionario ha proseguito l’opera, iniziata dalla dinastia Pahlavi, di sviluppo di una macchina statale sempre più grande e efficiente. Sono tantissime le persone che lavorano per lo stato, ed è capillare la penetrazione statale nell’economia del paese. Il punto sarà vedere quali strategie attuerà il governo per far fronte ai cambiamenti che si verificheranno.

Fuori dalle istituzioni il panorama delle opposizioni qual è? Pensa che un clima migliore, dopo le pesanti ripercussioni per le sanzioni, possa consentire maggiori margini di libertà individuali e per la società civile?
Lo spero, e si deve dare atto all’amministrazione Rouhani di aver fatto alcuni passi in avanti, ad esempio da un punto di vista dell’inclusività delle minoranze e della retorica politica. Siamo lontani anni luce dai proclami bellicosi dell’era di Ahmadinejad, e questo è già qualcosa. E tuttavia, proseguono invariati le esecuzioni, gli arresti e le condanne di prigionieri politici, esattamente come prima. Per una parte dell’establishment iraniano, il modello è senza dubbio quello cinese: più crescita, meno diritti umani. Non escludo che il calcolo politico nella mente di alcuni includa l’idea che aprire i mercati all’occidente significhi avere mano libera nei confronti della repressione interna.

Nei media occidentali spesso si procede per semplificazioni quando si parla dei rapporti, delle posizioni politiche e degli scontri per il potere dei vari gruppi dirigenti. Il prossimo 25 febbraio si svolgeranno, tra le altre, le elezioni dei dignitari religiosi dell’Assemblea degli esperti che, eletti ogni otto anni, designano la Guida suprema per la quale ha già annunciato la candidatura Hashemi Rafsanjani. Ci può fare un quadro dei blocchi di potere?
È sempre difficile tradurre le dinamiche interne della politica iraniana. Lo stesso Rafsanjani da lei ricordato è stato definito, a seconda della stagione politica, un riformista o un conservatore. Una cosa che è sempre importante ricordare è che l’Iran non è monolitico. Esistono diversi centri di potere, diverse culture poltiche che si confrontano, in modo a volte violento, ma senza che una abbia modo di prevalere del tutto sulle altre. L’Iran non è l’Arabia Saudita, per spiegarci. La società civile è giovane ed estremamente vitale – molto più che in Italia, senza dubbio. Lo stesso clero è tutt’altro che compatto: le semplificazioni che si fanno sul “paese dei mullah”, come viene definito, non corrispondono al vero. Un religioso come Rouhani è sicuramente più aperto di un laico come Ahmadinejad, ad esempio. E come lui tanti altri. O ancora, si deve tenere presente come esista una parte del clero critica nei confronti del regime, come si è visto ad esempio durante le elezioni contestate del 2009. Esistono infine addirittura – anche se spesso lo si dimentica – dei religiosi dissidenti.

Secondo Ali Vaez, analista dell’International Crisis Group, l’intervento militare della Russia è anche il frutto della strategia pianificata da tempo dall’Iran, in particolare dal generale Qassem Soleimani. La sopravvivenza di Assad è importante perché serve al ruolo di entrambe nel Medioriente?
A quanto mi è dato capire, l’Iran non pone come conditio sine qua non la sopravvivenza politica di Bashar al-Assad. Ciò che importa a Teheran è mantenere la sua presenza e la sua influenza in Siria, e più in generale nella regione. Questo a maggior ragione in seguito al notevole impegno militare profuso nel conflitto. Si contano ormai diversi caduti da parte iraniana, anche fra i vertici militari. L’alleanza con la Russia è importante, ma non va secondo me sopravvalutata: si tratta di una momentanea convergenza di interessi che potrebbe tranquillamente entrare in crisi, anche di qui a breve. L’Iran ambisce da sempre a un ruolo di potenza regionale. In questo senso, il conflitto siriano è soprattutto un banco di prova delle ambizioni di Teheran.

L’accordo di Vienna non è solo una questione di energia nucleare. Gli equilibri della regione potrebbero cambiare favoriti dagli USA che sembrano non disdegnare un ridimensionamento, nell’area del Golfo, dell’Arabia Saudita, favoriti da qualche petromonarchia, vedi l’Oman, più propensa a tenersi lontana da Riad e da una maggiore disponibilità economica per l’Iran quando le esportazioni di petrolio e gas entreranno a pieno regime. Che ne pensa?
Gli USA hanno dato un segnale importante ad alleati storici quali Israele e l’Arabia Saudita. Il messaggio è che Washington non è tenuta, di qui in avanti, a schierarsi automaticamente con loro o a supportarli ad ogni costo. Il che non significa, ben inteso, che gli Stati Uniti intendano stringere un’alleanza con Teheran o abbandonare al loro destino Riyad o Tel Aviv. Tutt’altro. L’accordo è frutto di realismo politico, ma anche e soprattutto di considerazioni economiche da parte dei diversi attori in campo. Conviene agli USA rientrare in un mercato potenzialmente enorme come quello iraniano e non lasciare che la Cina se lo divori; all’Iran serve liberarsi dalla gabbia delle sanzioni, che impediscono a Teheran di assumere il ruolo di potenza regionale a cui da sempre – anche da prima della rivoluzione islamica – il paese ambisce.

Il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani nei giorni 14 e 15 novembre prossimo sarà in Italia. Si tratta della sua prima visita in Europa: il nostro paese resta un interlocutore importante per Teheran? Un dialogo costante può favorire un ruolo più incisivo della diplomazia italiana sul teatro mediorientale? A che punto è l’eliminazione delle sanzioni e secondo lei quali azioni dobbiamo intraprendere per ridare smalto agli scambi economici tra i due paesi?
La diplomazia italiana si è mossa per tempo e con efficacia verso un riavvicinamento con l’Iran. Non si tratta di una cosa inedita. Già all’epoca di Khatami, l’Italia era insieme alla Germania il primo partner europeo dell’Iran, e ancor prima, importanti accordi erano stati presi già all’epoca dell’ultimo scià, come dimostrano le frequentazioni iraniane dei vari Andreotti, Agnelli e Mattei. Questa mi sembra un’ottima notizia per l’Italia, che torna a dare segni di vita dopo anni di torpore. Ottimo anche il fatto che, oltre agli affari, anche la cultura e l’educazione stiano avendo un ruolo importante nel rilancio dei rapporti fra i due paesi. Sono tante le inziative attivate in questo senso, e questa mi pare la cosa più importante, anche per creare rapporti profondi e duraturi.
Pasquale Esposito

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