L’Iran nell’era di Trump. Intervista a Simone Zoppellaro

Iran bandiera
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L’attacco terroristico in Iran insieme a tutta la sua deflagrante drammaticità accentua l’attenzione che dovremmo porre rispetto al paese.

Simone Zoppellaro
Simone Zoppellaro

Ne abbiamo parlato con Simone Zoppellaro che ha vissuto per alcuni anni nel paese e dove spesso ritorna, corrispondente dall’Armenia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso dall’aprile 2014 ed esperto di geopolitica del Caucaso e del Medio Oriente di cui scrive su diverse testate.

Gli attentati a Teheran hanno provocato 13 morti e 52 feriti. La popolazione non era preparata. Quali sono state le reazioni e il sentimento dei cittadini?
L’attacco avrà l’effetto di compattare ulteriormente la popolazione iraniana, spingendola a raccogliersi attorno al proprio stato e alla sua leadership. Questo in parte per un naturale bisogno di sicurezza, in parte per spirito patriottico, dato che sono stati colpiti alcuni dei simboli più importanti del Paese. È questo, ritengo, il dato più significativo da un punto di vista politico. Non si tratta di una cosa scontata: è un trend di lungo corso, una parabola che ho potuto osservare dai primi anni duemila ad oggi, nei miei viaggi nel Paese e nei cinque anni che vi ho trascorso. Un sentimento di unità nazionale sempre più diffuso, trasversale fra le generazioni e le classi sociali, fondamentale per la tenuta e la crescita della Repubblica islamica. Un dato – questo riconoscersi figli di una tradizione millenaria come quella persiana, nonostante tutto – che finisce per unire le tipologie antropologiche più diverse, e per alcuni versi inconciliabili, di cui si compone l’Iran di oggi. Persone che, se prese singolarmente, avrebbero assai poco in comune, trovano un legame ideale molto forte nel loro riconoscersi in un’identità nazionale profonda e radicata. Si parla spesso del ruolo della religione in Iran, ma di rado si sottolinea un elemento non meno fondamentale, da un punto di vista politico: quello del nazionalismo. Il disastroso intervento americano in Iraq prima, la guerra in Siria e, più di recente, l’ascesa di Trump, e ora anche il terrorismo, stanno contribuendo a vincere le resistenze di una parte della popolazione che, in patria o nella diaspora, aveva per lungo tempo rifiutato di riconoscere e riconoscersi nella Repubblica islamica. Ricordo come nei primi anni duemila fossero ancora molti gli studenti che mi confessavano apertamente di sognare un’invasione americana, e di rifiutare in toto il khomeinismo. Oggi tutto questo è più raro, e la contestazione – che pure esiste ancora, eccome – si concentra soprattutto su tematiche riguardanti la sfera dei diritti. Per tornare alla sua domanda: in questo momento non mi trovo in Iran, ma per quanto mi è dato di capire dai media, dai social e parlando con i miei conoscenti, si è trattato di una reazione molto composta, e questo nonostante i commenti sprezzanti dell’amministrazione Trump, che ha accusato l’Iran, in buona sostanza, di essersela cercata. E nonostante la solidarietà per gli iraniani, anche in Europa, sia stata piuttosto tiepida.

Rimanendo sugli attentati e pure a poche ore di distanza quale opinione ha sull’attacco stesso, i terroristi, la loro presenza nel territorio e nella comunità iraniana? L’attacco è una reazione al sostegno diretto alla guerra allo Stato islamico in Siria e Iraq o al sostegno che in Afghanistan sta dando ai Talebani?
Gli elementi da valutare sono molti. Sul piano interno, erano moltissimi anni che l’Iran non era investito dal fenomeno del terrorismo – almeno a questi livelli – mantenendosi come un’oasi di pace in una regione in fiamme. Ora, non solo si scopre che il terrorismo è in grado di colpire luoghi di un’enorme potenza simbolica, quali il parlamento e il mausoleo di Khomeini, ma anche che gli attentatori erano iraniani. L’Isis ha investito molto nella propaganda in lingua persiana, cercando di penetrare un territorio difficile, dove ha bassissimi consensi come l’Iran. Il fatto che vi sia riuscito, magari con la complicità di altri gruppi locali, è una svolta che avrà ripercussioni importanti. Per il resto, l’obiettivo principale è a mio avviso ideologico e propagandistico: mira a cercare di mobilitare il mondo sunnita più radicalizzato nei confronti di un “nemico” ben identificabile come l’Iran, il principale sostenitore di Assad e di Baghdad. Non è certo in corso una guerra di religione fra sunniti e sciiti, ma è proprio a questo che mirano – auspicio in larga parte irrealizzabile – sia l’Isis che i suoi sostenitori nel Golfo, per diverse ragioni tutti ugualmente in crisi.

La guerra all’Isis non sembra più la primissima preoccupazione del presidente Trump, ma è l’Iran ritenuto un paese fomentatore della destabilizzazione in Medio Oriente. Questa posizione sembra confermata da quanto detto dagli esponenti dei governi saudita e israeliano durante il viaggio in Medio Oriente e, sembra confermarlo in parte, anche le stesse parole usate da Trump nel messaggio di cordoglio agli attentati in Iran: «gli Stati sponsor del terrorismo rischiano di cadere vittima del male che promuovono». Cosà accadrà nelle relazioni tra i due paesi e cambierà qualcosa nella politica estera di Teheran?
L’accordo sul nucleare e il riavvicinamento avvenuto sotto Obama paiono sempre più in dubbio. Non è solo colpa di Trump, beninteso: il fatto di non essere riusciti in precedenza a rimuovere il blocco bancario nei confronti dell’Iran ha reso ogni apertura assolutamente teorica, ponendola su basi troppo fragili. Certo è che Trump, la cui politica è assolutamente inconsistente da molti punti di vista, sull’Iran sembra avere le idee chiare: sta spingendo al massimo per forzare una rottura con l’Iran che spazzi via quanto di buono costruito da Obama. La politica americana in Medio Oriente torna così a gravitare verso i suoi due poli tradizionali: Israele e Arabia Saudita. Teheran in tutto questo sembra cercare di frenare, mantenere bassi i toni, nella speranza di ricucire almeno in parte – cosa che al momento pare difficile. Per l’Iran l’accordo sul nucleare rappresentava insieme un riconoscimento importante, da un punto di vista internazionale, del ruolo che si è costruito come potenza regionale negli ultimi anni. Insieme, era una grande occasione per un reinserimento nel mercato internazionale, dopo anni segnati dalle sanzioni e da un isolamento quasi totale. Ora tutto questo è in crisi, e l’Europa potrebbe avere un ruolo importante nel bilanciare il nuovo corso di Trump, per quanto dubito possa incidere a sufficienza.

Facciamo un passo indietro. Le elezioni del 19 maggio hanno visto una grande partecipazione popolare con oltre il 70% di affluenza e ha riconfermato il presidente uscente Rouhani con oltre il 53% dei voti contro il conservatore Ebrahim Raisi. Le differenze tra i due sono così evidenti come recitano i media più diffusi? E gli iraniani allo stesso tempo sono così nettamente divisi?
Direi proprio di no. Rouhani è un riformista platonico, sui generis, sempre attento a evitare conflitti interni e contrapposizioni troppo marcate. Anche sul versante dei diritti umani, nonostante i suoi proclami, in Iran è cambiato poco o nulla. Rouhani è molto diverso, in ciò, da suoi predecessori come Khatami, e non dispiace – per questa sua moderazione – anche a molti cosiddetti conservatori, a partire dal leader della Repubblica islamica, l’ayatollah Khamenei. Quanto agli iraniani, si tratta di una società assai articolata, difficile da leggere con i nostri canoni. Vi convivono modernità e tradizione, una ricchezza culturale e storica straordinaria, tante contraddizioni e contrasti, ma anche sintesi originalissime che fanno di questo Paese, per molti decenni isolato, un luogo unico, dal fascino incomparabile. Comunque, per rispondere alla sua domanda: no, non è certo la contrapposizione fra riformisti e conservatori – tanto amata dai media occidentali e da essi in parte forgiata – a determinare il presente e il futuro dell’Iran.

L’embargo subito fino all’accordo sul nucleare aveva creato non pochi problemi all’economia del paese. Come vanno le cose per l’economia del paese e per la popolazione iraniana considerando che la disoccupazione è ancora di quasi il 13% e per i giovani del 27%, per non parlare poi delle donne?
L’economia resta un punto fondamentale per comprendere l’Iran di oggi e di domani. La crisi dell’accordo sul nucleare, i cui benefici tardano ad arrivare, rischia di essere un’occasione persa, e la ripresa stenta a decollare. In Iran come altrove crescono le diseguaglianze, ma è giusto ricordare come la povertà e l’emarginazione sociale abbiano livelli finora più bassi rispetto a molti altri paesi del Medio Oriente, e non solo. Si tratta – dato importante – di un’economia legata a doppio filo allo stato, molto diversa dalle nostre, ed è proprio questo uno dei segreti della sopravvivenza della Repubblica islamica. Perché quest’economia statale o semi-statale, capillare, che tutto investe e ingloba, inevitabilmente produce consenso. Difficile arrivare ai ferri contro con uno stato da cui si dipende da un punto di vista del lavoro e della sussistenza. Altro mito da sfatare: tanti iraniani giovani o meno giovani, spesso ritratti dai media come festaioli, aperti e amanti del lusso, sono spesso i primi beneficiari e sostenitori della Repubblica islamica. Ricco e aperto non significa necessariamente riformista, come riformista non significa certo anti-khomeinista o filo-occidentale, come molti sono portati a credere dalle rappresentazioni stereotipate che circolano nei media. Come d’altronde, non tutte le persone religiose si identificano con lo stato e si sentono rappresentate dalla Repubblica islamica. Sarebbe tempo di guardare a questo Paese, l’Iran, con lenti nuove e diverse.

Pasquale Esposito

 

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