ll progressismo nella politica italiana e un nuovo protagonismo

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Ricostruire storiograficamente ed interpretare le tappe fondamentali del processo di affermazione e consolidamento della leadership del “progressismo” – alimentato dalla solida radice costituita dal movimento operaio – e, più in generale, nell’ambito dello scenario politico nazionale, vuol dire, per chi a tale area fa riferimento, fare rigorosa, severa autocritica.

Accanto all’analisi delle profonde modificazioni della composizione di classe, delle dinamiche economiche e degli scenari storici, del tessuto ideale e della prosopografia dei vertici dei partiti e sindacati di “sinistra”, in concreto andrebbero ripercorse le trasformazioni del sistema socio-politico nell’ambito del quale gli interessi proletari sono stati sterilizzati, prima, ed annichiliti, poi, dentro l’idea di responsabilità nazionali interclassiste delle organizzazioni politiche e sindacali, candidate a rappresentare gli interessi “di parte“, ma sempre più evidentemente subalterne alla logica dello Stato imperialista delle multinazionali.

Da Di Vittorio e Togliatti (“democrazia progressiva”) alla parentesi dei Governi di “solidarietà nazionale” della VII legislatura, al reingresso dei “progressisti” negli esecutivi più recenti, dalla svolta occhettiana alla commistione delle subculture politiche democristiana e postcomunista, fino alla diretta assunzione della responsabilità di guidare il Governo del Paese sotto diverse mentite spoglie, si è assistito passivamente alla soppressione dell’autonomia politica ed organizzativa delle classi subordinate. Un torno di tempo nel corso del quale la tradizione e le formule del cosiddetto “riformismo” – largamente minoritario nella storia viva della lotta tra le classi – vengono utilizzate contro la classe operaia.

Una rivoluzione culturale che si riflette altresì nel duro scontro attuale – in termini di estraneità ed ostilità – tra le classi ultime proletarizzate nella gerarchia sociale ed i partiti e movimenti di ultima generazione che si candidano e gestire la fase degenerativa della democrazia italiana avviata con le Elezioni del 2 Giugno 1946 che hanno decretato di fatto la fine del ruolo del CLN e la ripresa del “confronto” tra le forze politiche (anestetizzando il conflitto sociale), proseguendo l’unità dei partiti antifascisti formalmente fino al Maggio del 1947.

L’evocata autocritica deve coinvolgere ciascuno a partire dalla propria condizione sociale e situazione storica riconquistando il punto di vita che gli è proprio. Un nuovo protagonismo di classe, quello generato della contraddizione strutturale capitale – lavoro, che scompagina le tessere di un mosaico subdolamente costruito, e che nelle intenzioni della leadership del “progressismo” è diretto a rendere compatibile lo sfruttamento con la la “pace sociale”, è necessario per sopprimere una doppia subalternità, politica e culturale, nei confronti dell’ordine plurisecolare capitalistico-borghese.
Giovanni Dursi

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