Lo psicanalista, il passato e il presente

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Gentile dottore,
sento l’esigenza di confrontarmi con lei. Non potendolo fare di persona le scrivo, nella speranza che in un prossimo futuro si possa discutere di questi elementi di persona.
I pensieri per me rappresentano un capitale importante. Devo onorarli, fissarli sulla carta, non dimenticarmene o eluderli. Essi rappresentano, uno strumento imprescindibile di lettura della realtà e di intervento su di essa.
Ultimamente mi chiedo sempre più spesso il significato del mio perenne tornare ai rapporti familiari. Non mi è chiara fin in fondo la necessità di farlo.
Sicuramente non posso esimermi da ciò nel momento in cui chiedo alle persone che vengono da me lo sforzo di fare altrettanto. Come potrei chiedere agli altri questo impegno emotivo e di pensiero, se io per primo non sono in grado di farlo?
Spesso in quei rapporti c’è la chiave per comprendere il nostro rapporto attuale con la realtà interna ed esterna. Per questo non possiamo esimerci dal continuare a confrontarci con quel primo periodo della nostra vita, che volenti o nolenti lasciano ancora oggi il segno.
Non possiamo esimerci dal ritornare a quei momenti di cui ancora portiamo le stigmate.
Tornare all’infanzia, tornare a quei rapporti primari, significa rimanere in contatto con ciò che ci ha formato, con ciò che ci ha strutturato, per prendere le distanze là dove necessario, per capire là dov’è possibile.
La difesa della libertà, la difesa del nostro nucleo più autentico, richiede costantemente e in ogni momento di continuare a discernere tra ciò che è il nostro nucleo primario e ciò che è stato sovrapposto come un cancro.
Il pensiero psicanalitico richiede il ritorno a quei momenti, necessita questo ritorno, ma diventa altrettanto indispensabile riuscire a farlo usando parole e linguaggi propri, non solo presi a prestito da una disciplina, perché altrimenti il tornare rimane solo un qualcosa di appiccicato addosso, non di autenticamente motivato.
Comprendere il passato significa comprendere il presente.
Allora è giusto tornare al passato, soprattutto nei momenti in cui più urgente diventa la necessità di dare un senso a ciò che si vive nel momento presente.
Comprendere il passato è necessario per evitare di leggere il passato solo attraverso il mito condiviso, che di quel passato la famiglia si è dato.
Se la famiglia ha soltanto un racconto, la trama di ciò che è avvenuto e di ciò che avviene o può avvenire, si dà per scontato.
Se la realtà della famiglia viene letta soltanto attraverso un copione, soltanto attraverso le stesse lenti non è possibile ristoricizzare i propri itinerari. Ma se si scambiano gli occhiali ci si accorge che quel passato può essere diverso da come ci viene proposto, e da come è stato definito dalla cultura condivisa.
Tutto questo ha una prima conseguenza essenziale: se il passato è diverso da quello che ci è sempre stato presentato, diventa diversa anche la lettura del presente, e diventa diverso il nostro rapporto col presente.
In questi cambiamenti di significato risiede anche la possibilità di dare una progettualità diversa al presente. Diventano diverse le nostre aspettative sul futuro.
In sintesi, attraverso una lettura altra del passato, gli eventi del presente cambiano significato e cambia anche di significato la prospettiva sul futuro.
Gentile dottore,
sicuramente questi sono concetti su cui dovrò tornare. Mi piacerebbe farlo con lei.
Si tratta di una prima approssimazione. Dovrò avvicinarmi sempre di più a una maggiore definizione. Certo è che non posso limitarmi a dire torno al passato perché così vuole la psicoanalisi. Fare questo non sarebbe capire. Significherebbe semplicemente appellarsi al principio di autorità, a un nuovo ipse Dixit.

Gianfranco Falcone

disAccordi.it

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