Lo sport ai tempi della guerra in Ucraina

stadio calcio
history 10 minuti di lettura

Il nome del barone Pierre de Coubertin è indissolubilmente legato alla rinascita dei giochi olimpici da lui fortemente voluti e organizzati in forma moderna con la costituzione nel 1896 del Comitato Olimpico Internazionale. L’intraprendente barone era convinto che attraverso lo sport si potessero preparare i giovani ad affrontare le sfide della vita ma anche a preparare le condizioni per un mondo basato sull’uguaglianza fra i popoli, mutuando questa aspirazione dal concetto di “tregua olimpica” degli antichi greci.
La visione di de Coubertin, perché di vera e propria reinterpretazione dell’essenza dei giochi sarebbe il caso di dire, poggiava le basi sul nascente ottimismo positivista dell’ottocento che lo portava ad escludere i giochi olimpici dell’antichità come uno degli strumenti più usati dalla diplomazia dell’epoca per stringere alleanze fra città-stato o per individuare quelle strategie politiche ed economiche da porre in atto almeno nei quattro anni successivi che li dividevano dalla ripetizione delle gare.

Ebbene, credo non sia difficile concludere che l’organizzazione dello Sport dei nostri giorni ricalchi in maniera plateale – fatti i debiti distinguo – proprio quelle finalità diverse dalla pratica agonistica, per nulla sottaciute dagli antichi greci, che almeno avevano il buon gusto di espletarle ogni quattro anni.
È evidente che il mio riferimento va dritto a quelle istituzioni apicali del mondo sportivo che non hanno mai disdegnato coniugare il sostantivo sport con quello di affari, compiacendosi forse troppo spesso dell’immenso flusso di denaro proveniente da accordi per l’organizzazione di grandi eventi con quegli Stati che necessitavano o necessitano ancora, di un riconoscimento, di una legittimazione a tutto tondo per politiche a dir poco opache o addirittura manifestamente anti democratiche.
Lo scoppio della sciagurata guerra di invasione dell’Ucraina con lo sconquasso degli equilibri internazionali, sta imponendo al mondo dello Sport una revisione delle proprie azioni – passate e future – che proprio causa il conflitto in corso non concede ritirate indolori bensì una retromarcia dalle dimensioni inaspettate.
Fra le prime ad intraprendere questo percorso il Comitato Internazionale Olimpico   (CIO) presieduto da Thomas Bach, la Fédération Internationale de Football Association (FIFA)presieduta da Gianni Infantino nonché la Union of European Football Associations  (UEFA)  presieduta da Aleksander Čeferin, seguite a ruota dalle altre federazioni internazionali dei maggiori sport, che hanno sempre partecipato al grande show mediatico organizzato dalla propaganda del Presidente della Federazione Russa Putin.

Prima di introdurvi a quanto sta accadendo nel mondo dello sport per isolare la Russia, è necessario tenere conto delle atlete e degli atleti. Infatti non sono pochi quelli russi che hanno preso posizione contro la guerra.
Uno su tutti è il tennista Medvedev che con la coerenza dello sportivo e il coraggio della dignità, non ha esitato a schierarsi contro la guerra arrivando perfino a cancellare la sua bandiera nazionale dal profilo Instagram. Come non ricordare poi i commenti dell’italo-russo Zaytsev quando ha voluto rammentare a tutti che quella in corso non è la guerra del popolo russo, esponendosi con coraggio dato che i suoi genitori risiedono ancora in Russia. Ma dichiarazioni molto forti che forse riassumono meglio le condizioni psicologiche degli atleti russi, arrivano dalla ex pallavolista Ekaterina Gamova forse la più forte schiacciatrice di sempre nella storia del volley russo. Le sue parole sono pesanti come macigni: ”Questa pagina vergognosa rimarrà per sempre nella storia del mio Paese. Non avrei mai immaginato che la Russia avrebbe attaccato uno stato europeo, bombardato e sparatoAvrei potuto tacere? Avrei potuto. Ma mi vergogno e ho paura” [1].

Anche le Federazioni dei cosiddetti sport minori hanno preso posizioni severe, come ad esempio la Federazione Scacchistica Internazionale (FIDE) che ha deciso di non disputare in Russia le Olimpiadi di scacchi.
Ora è un susseguirsi di annullamenti di molte manifestazioni sportive in terra russa e indubbiamente le decisioni più clamorose sono giunte dal mondo del calcio dove le massime organizzazioni mondiali ed europee (FIFA e UEFA) hanno deciso di estromettere tutte le squadre russe dalle varie competizioni con l’esclusione addirittura della Nazionale di calcio dai prossimi Mondiali in Qatar.
Anche la più importante competizione continentale di calcio, la Champions League, non verrà disputata a San Pietroburgo il 28 maggio prossimo, come stabilito in precedenza, bensì a Parigi nello Stade de France di Saint-Denis.
Pesanti ed umilianti sanzioni sportive, certamente, ma anche mancati introiti non di poco conto per le compagini sportive russe alle quali vanno aggiunte le rescissioni dei contratti di sponsorizzazione con le società commerciali. Esemplare, direi, è stato il comportamento del club calcistico tedesco dello  Schalke 04, club di seconda divisione cioè la nostra serie B, che per primo ha deciso di rimuovere dalle proprie maglie il nome dello sponsor principale Gazprom. Lo ha fatto con un laconico comunicato societario “Alla luce degli eventi, degli sviluppi e dell’escalation degli ultimi giorni, l’FC Scalke 04 ha deciso di rimuovere il logo dello sponsor principale, Gazprom, dalle maglie” [2].
Anche lo storico club inglese del Manchester United, una legenda del calcio internazionale, ha voluto prendere le distanze dal suo sponsor principale la compagnia aerea “Aeroflot”e lo ha fatto con un comunicato di pochi giorni fa “Alla luce degli eventi in Ucraina, abbiamo ritirato i diritti di sponsorizzazione di Aeroflot. Condividiamo le preoccupazioni dei nostri fan in tutto il mondo e inviamo i nostri pensieri a coloro che sono stati colpiti” [3].
Il mondo del calcio si è mosso abbastanza compatto nella denuncia della guerra – non ultime le dure prese di posizione delle Federazioni polacca e svedese – ma anche l’universo scintillante della Formula 1, ora in mano alla multinazionale americana “Liberty Media”, si è schierata con il fronte degli intransigenti, forse perché presa in contropiede dalla netta presa di posizione di molti piloti che hanno apertamente dichiarato il loro rifiuto di partecipare al Gran Premio di Russia.
Anche l’importante Federazione Internazionale dello Sci ha deciso di cancellare o spostare in altra sede tutti i programmi che avrebbero dovuto svolgersi in Russia.
Quindi pur non avendo ricordato tutte le altre federazioni sportive che hanno espresso la loro condanna all’aggressione russa, possiamo dire che il mondo dello sport ha risposto con la compattezza delle sue sanzioni che evidentemente sono risultate dolorose quanto inaspettate se addirittura il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha detto: ”Eravamo pronti per le sanzioni, ma non ci aspettavamo che avrebbero colpito atleti, intellettuali, attori e giornalisti” [4].

Il colpo più duro proprio per il significato che ha la manifestazione, al di là delle medaglie, forse è stata l’esclusione dalle Paralimpiadi degli atleti russi e bielorussi. La decisione è arrivata 24 ore prima l’apertura della manifestazione, dopo che era decaduta l’ipotesi di far gareggiare gli atleti da “neutrali”. Lo sforzo per permettere comunque a quegli atleti di gareggiare non ha retto il violento sfogo delle Federazioni internazionali che hanno minacciato l’abbandono della manifestazione o addirittura altre ritorsioni, mettendo di fatto con le spalle al muro il Presidente dell’International Paralympic Committee (IPC), Andrew Parsons il quale, in definitiva per la salvaguardia della manifestazione, si è visto costretto a privare della possibilità di gareggiare gli atleti della delegazione russa e bielorussa [5].
È stata indubbiamente una decisione sofferta e forse sgradita a molti, ma ancora una volta al di là delle parole di rammarico, è innegabile che il piatto della bilancia si sia dovuto inclinare sotto il peso non indifferente dei tanti interessi che circondano lo sport, quello paralimpico incluso.
È evidente come questa ultima esclusione chiuda in pratica in uno steccato tutto lo sport russo sgretolando in pochi giorni quell’immagine che nel mondo era riuscito a conquistarsi – al netto delle vicende di doping – fiore all’occhiello dell’Unione Sovietica prima e della Russia dopo, sempre esibito con orgoglio fuori dai propri confini.

In questa cappa plumbea sul mondo sportivo russo si aggiungono le dimissioni di Roman Abramovich dalla presidenza del club calcistico del “Chelsea”. La notizia ha fatto il giro del mondo in breve tempo e ha lasciato storditi non solo i tifosi ma l’intero movimento del calcio anche perché questo fulmine a ciel sereno non era stato preceduto da nessun segnale.
Infatti il magnate russo, che tra l’altro ha spostato la sua residenza dall’Inghilterra in Israele, non era nell’elenco degli oligarchi sottoposti a sanzione dal governo britannico sebbene qualche deputato avesse richiesto alla Camera chiarimenti sulla necessità di salvaguardare i suoi beni, e maggiormente quindi questa improvvisa decisione permette di fare diverse supposizioni.
La prima e più scontata è che vista l’aria soffocante che sta colpendo i ricchi investitori nel Regno Unito, anticipare le possibili mosse del governo, lasciando quella preziosa proprietà, l’avrebbe tenuta al riparo da ogni ritorsione.
Ma va anche detto che quella di Abramovich non è una fuga precipitosa dal mondo sportivo in quanto pur abbandonando la presidenza, le sorti del club sono state affidate agli amministratori della “Fondazione di beneficienza del Chelsea” che curerà la gestione e forse anche la vendita.
Da ultimo dobbiamo ricordare che Abramovich, quasi inaspettatamente, ha partecipato alla prima tornata di negoziati fra russi e ucraini proprio su richiesta esplicita di questi ultimi, cosa che potrebbe anche aver infastidito Putin per un possibile stravolgimento della linea da tenere in quei primi colloqui.

Il tema delle responsabilità politiche nello sport che si intreccia fino quasi a saldarsi in un tutt’uno con quello economico, le lunghe liste dei centri di potere economico finanziario e più in generale le decine di nomi di aziende famose che hanno versato fiumi di denaro nelle mai sazie casse delle varie federazioni europee rendendo possibile il riconoscimento a livello mondiale di regimi che hanno troppi problemi con i diritti civili – non ultimo il caso del Qatar organizzatore dei prossimi mondiali di calcio – non devono a mio giudizio far dimenticare il problema principale che si nasconde dietro questi assetti.
Mi riferisco al fattore umano. Ogni manifestazione sportiva di qualsiasi livello è resa possibile solo dalla partecipazione attiva dei protagonisti cioè gli Umani. Uomini e donne che si sono sacrificati magari una vita solo per migliorare di un secondo la propria prestazione, che hanno abbandonato interessi ed affetti per dedicarsi alla loro disciplina, tutto il mondo degli assistenti e tecnici dei quali non conosceremo mai i nomi che svolgono il loro lavoro.
Ecco, questa è un’altra umanità colpita sia pure in maniera decisamente meno violenta e drammatica dalla guerra.

Stefano Ferrarese

[1] avvenire.it – Antonio Giuliano “Lo sport in guerra: gli atleti-eroi ucraini in divisa e i dissidenti russi” – 2/3/2022
[2] quifinanza.it – “Nello sport è fuga dagli sponsor russi” – 26/2/2022
[3] ansa.it – “Manchester United revoca sponsorizzazione con Aeroflot” – 25/2/2022
[4] agi.it – Marco Marangoni “Più che le sanzioni economiche, alla Russia brucia l’esclusione dagli sport” – 2/3/2022
[5] true-news.it – “Il balletto delle Paralimpiadi sulla Russia e lo sport business che si ferma davanti alla guerra” – 3/3/2022

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article