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Partita di calcio in Benin
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È un pomeriggio torrido nel distretto di Donga, in Benin. Insieme a Suor Isleny e all’amica Silvana cammino frettolosamente verso la missione di Abitanga. Abbiamo fatto una passeggiata col resto del gruppo, che si attarda alle nostre spalle, per andare a visitare un campo Peul nella savana. Devo tornare presto perché oggi è un giorno particolare. La data di ritorno in Italia è ormai vicina e i ragazzi del villaggio, per salutarmi e per ringraziarmi delle divise e di un pallone nuovo di zecca che due società sportive delle mie parti mi hanno donato per loro, hanno organizzato una partita di calcio contro il Partago, altro villaggio che una striscia di colore arancio di sabbia e terra, costellata di buchi più o meno grandi, separa dal luogo in cui ci troviamo.

Mentre camminiamo con i sandali pieni di sabbia sentiamo all’improvviso grida, canti e risate di giovani che si mescolano con il rumore del motore di un’auto che, invece che rombare non fa altro che piangere.
Ci voltiamo a guardare e restiamo a bocca aperta davanti a quella scena. Una vecchia Peugeot di colore verdone geme e scricchiola sotto il peso che trasporta. Non basta che sia carica di ragazzi, pigiati come Igname nel mortaio delle donne beninesi, ma anche sulla capote porta una quantità di gente incredibile. Loro non fanno caso alla precarietà dell’equilibrio, alla scomodità del mezzo e ai continui scossoni dovuti al terreno accidentato ed alle sospensioni che alla minima buca giungono a fine corsa.
Li guardo così sorpreso e divertito che neanche mi passa per la testa l’idea di portare all’occhio la macchina fotografica per immortalare quel momento come meriterebbe. Solo quando sono spariti oltre la curva, nascosti dagli alberi di mango e di anacardi, mi rendo conto di aver perso questa occasione e mi mangio le mani.

Siamo quasi ad Abitanga e devo affrettarmi per andare a lavarmi e indossare una maglia pulita, prendere l’obiettivo più grande e andare al vicino campo di calcio dove scorgo dei ragazzi che indossano una divisa nera a pochi passi dalla Peugeot verde che finalmente può respirare un po’ sotto un mango. Capisco adesso che quell’auto era il mezzo ufficiale per le trasferte dei ragazzi di Partago. Non avrei mai pensato che una squadra intera, compresa di riserve, allenatore e anche qualche tifoso potesse stare in una sola auto, e non si tratta di una squadra di bocce!
Mi affretto e mi reco subito al campo dove le due compagini sono in fase di riscaldamento. Da una parte i “nostri” ragazzi in divisa giallorossa con tanto di stemma del San Severo Calcio, dall’altra in maglia nera con scritte in tedesco, dono di chissà quale altra associazione, gli avversari. A centrocampo un pallone nuovissimo, giallo e con l’inconfondibile baffo Nike di colore blu, regalato ai ragazzi dal Real San Giovanni.

Intorno al campo tanta gente, quanta non ne ho mai vista in quel piccolo villaggio. Un ragazzo con un megafono incita i suoi amici. Tutti mi sorridono come fossi la più alta autorità del paese. Un signore mi viene incontro sorridendo e mi porge la mano. Col mio Fransè de Fantasie, mia personalissima lingua ufficiale in Benin, gli dico che sono felice di essere lì e faccio i complimenti alla squadra che mi appare elegante e tosta al tempo stesso. Lui mi sorride e mi ringrazia come se avesse capito qualcosa, ma mi chiedo ancor oggi che cosa.

Così, mentre faccio sfoggio della mia lingua dei transalpini, si avvicina a me Aliou, un ragazzino forse tredicenne o forse no, perché in Benin non c’è niente di più aleatorio dell’anagrafe. Il giovanotto indossa la maglietta dei miei amati colori rossoblù, dono del mio amico cagliaritano Roby che gli ho consegnato qualche giorno prima e che il papà del calciatore in erba ha ricambiato proprio la sera precedente la partita con dei meravigliosi Igname, grossi tuberi che sono la base dell’alimentazione a queste latitudini. Lo ringrazio commosso e gli sorrido. Togliere dalla propria tavola un qualsiasi alimento per farne dono a chiunque, è davvero un grosso sacrificio in questo villaggio come in tanti altri di questa povera terra.

Aliou è un tipetto vispo e intelligente, che ho visto giocare proprio con quei ragazzoni che intanto stanno svolgendo il riscaldamento sul sabbioso rettangolo di gioco. Si muove sul campo come un navigato ed autoritario centrocampista, capace di seguire l’azione senza far confusione, creare delle buone geometrie e tenere sempre la testa alta mentre accarezza il pallone indifferentemente con i due piedi. Osservandolo mentre giocava, con indosso la maglietta del mio Cagliari, ho sognato per un attimo di vederlo recuperare palloni e sfornare assist per i compagni nel nuovo stadio cagliaritano.

Intanto faccio foto ai ragazzi della squadra “abitanghina” nelle nuove fiammanti divise giallorosse e continuo a discorrere col mio amico. La partita finalmente inizia e i ragazzi del villaggio partono lancia in resta. Hanno deciso di mostrarmi cosa sono capaci di fare. Sono gasatissimi per la mia presenza, soprattutto per i regali ricevuti e per la mia promessa di far dono alla squadra di una coppia di porte regolamentari che possano sostituite quelle attualmente installate, fatte di tronchi nodosi e ricurvi.

Il Partago non è da meno e il faccia a faccia si fa sempre più aspro e più duro. I ventidue in campo hanno fisici scolpiti e non un grammo di grasso addosso. Se unisco a questa notevole fisicità, una esagerata dose di furore agonistico, nonostante la tecnica a volte approssimativa, ma alternata anche a gesti pregevoli, mi rendo conto di che tipo di partita si sta svolgendo sotto i miei occhi e mi preoccupo per l’incolumità dei contendenti e per eventuali risse che potrebbero scatenarsi in campo. Vedo alcuni elementi anche abbastanza forti e tecnicamente dotati e chiedo per curiosità quanti anni abbiano. Quando qualcuno mi risponde diciotto e qualche altro mi dice che sono trenta primavere suonate, mi ricordo delle pecche dell’anagrafe locale e sorrido.
Gli interventi si fanno sempre più duri e a tutte le entrate sul pallone e sull’avversario il rumore dei contatti colpisce le mie orecchie e mi preoccupa sempre più. Capita più spesso che qualcuno finisca a terra dolorante piuttosto che il pallone si avvicini ad una delle porte. Qualche occasione da gol da una parte e dall’altra, puntualmente non sfruttata si frappone tra uno scontro fisico e l’altro. Abituato al calcio delle nostre parti, mi aspetto prima o poi una reazione ed un litigio. Invece no. Niente di tutto questo. Che l’autoritario arbitro fischi o non fischi, nessuno dei giocatori in campo perde la calma, si lamenta o protesta o, ancor peggio, reagisce. Dopo qualche decina di secondi a terra, i contusi si rialzano e riprendono il gioco mentre, gli autori dei falli, non hanno neanche la necessità di porgere la mano o chiedere scusa perché sono consapevoli di non aver fatto nulla di male se non andare alla ricerca del pallone. Chiudo gli occhi e penso di stare ad una partita di rugby, sport noto per la durezza dei contrasti e al tempo stesso per la correttezza dei giocatori. Ecco, sono ad una partita di calcio giocata con la mentalità del rugby.

Tra un’azione e l’altra, tra un ribaltamento di fronte e l’altro, finalmente la possibile svolta della gara. Su una incursione del nostro numero dieci, tra un nuvolone di polvere che si alza, vedo confusamente, a distanza, il ragazzo che va giù in area e l’arbitro che prontamente indica il dischetto. Tra l’esultanza di tutti gli spettatori e il suono di qualche tam tam, lo stesso talentuoso ragazzo in giallorosso si presenta sul dischetto con tanta voglia di regalare a tutti e in particolare a me la gioia di una vittoria. La sua rincorsa sembra eterna mentre tutti trattengono il fiato ma la bravura del portiere e forse l’emozione di calciare un rigore in una partita che la mia presenza ha reso quasi internazionale, gli negano la gioia del gol.

Si va avanti e piano piano, tra i commenti e il tifo dei numerosi spettatori assiepati intorno al rettangolo di gioco ed investiti, ad ogni intervento da ondate di sabbia fine alzata dai giocatori, la partita volge al termine. Nessuno ha segnato e nessuno ha perso ma tutti mi sembrano aver vinto. Hanno vinto lo sport e l’amicizia. Hanno vinto la passione e l’entusiasmo. Ha vinto la felicità di giocare a calcio, un calcio con la faccia pulita, molto più di quanto dicano le divise in cui l’abbondante sudore, frutto della foga agonistica e dei 40 gradi di temperatura, e il fine terriccio sollevato dalla grande corsa di tutti i ragazzi, hanno formato ormai del fango

Dopo la partita, il mio anfitrione che finalmente riconosco essere il giardiniere della missione delle suore Teresitas che mi ospita, mi mostra dapprima un cartellino giallo (e qui mi chiedo cosa avrei mai commesso di grave) e successivamente quello rosso (e qui gli dico che non ero già stato ammonito in precedenza). Dopo un attimo di smarrimento mi rendo conto che vuol dirmi che lui è un arbitro e che mi sta chiedendo se, la prossima volta posso fargli dono di una divisa da ufficiale di gara. Gli dico che ci proverò, sebbene la classe arbitrale non mi faccia impazzire per simpatia e onestà e mi reco dai ragazzi per salutarli. Mi chiedono ancora delle porte e confermo il mio impegno per procurargliele al più presto. Alle mie parole che evidentemente hanno compreso, sebbene parli una lingua tutta mia, parte l’applauso di tutti che devo subito soffocare perché mi sento terribilmente in imbarazzo.
La sera successiva è la mia ultima ad Abitanga in questa mia terza esperienza in terra d’Africa. Con le compagne di missione e con le suore chiacchieriamo un po’ e come sempre il dispiacere di lasciare questa terra e questa gente è grande. Mentre parliamo di matematica, cioè del più e del meno (il per e il diviso fanno parte della lezione successiva) sentiamo un vociare intenso intorno alla casa.
Qualche secondo dopo, davanti alla nostra porta, ci troviamo un bel gruppo di aitanti ragazzi, accompagnati da padre Alonso, altrettanto aitante e giovane prete del villaggio e da un signore con abbigliamento da perfetto musulmano. I due, evidentemente guide spirituali dei giovani calciatori, accompagnano quel gruppetto alla cui testa c’è un giovanotto, forse il capitano o forse soltanto il più forzuto della squadra che porta sul capo un sacco pesantissimo di colore rossoblù (sarà un caso?) che poi mi offre per ringraziarmi di quanto ho donato e donerò loro in futuro. Si tratta di un bel quintale di ottimo mais che naturalmente non potremo portare con noi in aereo ma che sarà ottimo cibo per le suore che ci hanno ospitato in quelle tre settimane.

Ho gli occhi lucidi mentre saluto tutti. Li ringrazio e li abbraccio. Mi hanno spiegato cos’è davvero il calcio e cos’è lo sport. Ancor oggi, guardando una partita in TV, non riesco a provare le stesse emozioni di quel venerdì pomeriggio sotto il sole cocente del Benin.

Grazie ragazzi. Dio salvi Abitanga e i suoi avversari!

Agostino Trombetta

La foto di copertina è relativa al racconto ed è stata scattada da Agostino

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