Lo Stato e la lotta alla mafia

Palermo Tribunale
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In questi gironi di euforia collettiva senza dubbio giustificata, per la cattura di Matteo Messina Denaro, sale nuovamente l’attenzione nei riguardi del problema mafia che curiosamente si alza e si abbassa come nella scala graduata di un oscillometro, raggiungendo picchi altissimi in particolari situazioni per poi appiattirsi quasi per assenza di notizie eclatanti.

È proprio questa altalena di passioni e di partecipazione emotiva che andrebbe regolata su di un livello di costante attenzione perché il fenomeno mafioso, come dimostrato coll’arresto del latitante Denaro, non è un qualcosa di impalpabile relegato in Sicilia ma è una marea nera che avvolge larghi strati della nostra società fino a macchiare uomini e istituzioni ritenute “sicure” e inarrivabili anche per l’organizzazione criminale.

Non voglio avventurarmi in valutazioni o previsioni circa le possibilità che potrebbe offrire a livello investigativo la cattura di Matteo Denaro, ma una cosa è possibile affermare senza timore di essere smentiti. Con l’arresto del latitante trapanese, non è finita la mafia e tantomeno “Cosa Nostra”. D’altronde non si incorrerebbe in deduzioni affrettate dire che l’arresto dell’ultimo dei corleonesi è avvenuto o per eccessiva fiducia nelle coperture o si è fatto arrestare per motivi, ad oggi, tutti da chiarire.

Lo Stato può ben dire, questo sì, di aver chiuso il cerchio intorno a quella galassia criminale conosciuta come la “mafia stragista” dei Corleonesi. Dopo la cattura di Riina avvenuta nel gennaio del 1993 e quella di Leoluca Bagarella nel giugno del 1995, fu un susseguirsi di arresti da parte delle Forze dell’ordine, che smantellarono quello che potremmo definire l’apparato “militare” del sodalizio mafioso con l’esclusione, come noto, di Messina Denaro.

La sua latitanza trentennale pone ora il problema di conoscere fino in fondo l’articolazione della struttura di sostegno entro la quale il ricercato si è mosso con sicurezza e fiducia; i magistrati e gli investigatori dovranno, cioè,  rintracciare e ripercorrere ogni filamento che compone la rete di protezione che, semplificando, possiamo definire come la “logistica” di quel sistema criminale.

La sfida è apertissima perché non va dimenticato che in generale, le organizzazioni criminali proprio per la loro capacità di arricchimento illecito e le indubbie conoscenze di ciò che offre il mercato, sono in grado di esercitare paure e soggezione a diversi livelli della società civile rendendo sicuramente più difficoltosa l’attività repressiva. Ma intanto le cose si stanno muovendo e «in questo senso va sicuramente salutato come segnale estremamente positivo il protocollo di collaborazione stipulato recentemente fra il Politecnico di Torino, guidato dal professor Saracco, e la DIA, per sviluppare tecnologie che consentano di aggredire le organizzazioni criminali nei meandri più reconditi e evoluti della dimensione digitale»[1].

Questo attivismo non deve però farci relegare in un angolo buio tutti i nodi delle questioni ancora aperte e il pensiero non può non andare ancora una volta agli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, la cui morte sarebbe un grave errore pensare sia avvenuta solo per vendetta della mafia. Eppure, ancora nel 2013, con in corso la XVI legislatura, veniva emesso un documento congiunto da parte del Senato e della Camera dal titolo “La strategia vendicativa di Cosa Nostra” dove, riassumendo le risultanze delle sentenze dei processi “Capaci Uno” 1995-2002 e “Capaci bis” 2014-2020, si affermava: «Il movente della strage veniva individuato nell’esigenza di fermare il dott. Falcone, principale protagonista del fronte antimafia e del maxiprocesso, nonché titolare di un alto ufficio dello Stato dal quale avrebbe potuto infliggere altri, durissimi colpi all’organizzazione criminali »[2].

Quindi il movente, almeno nei confronti del giudice Falcone, sarebbe stato di pura natura preventiva per le possibili future attività investigative che avrebbero potuto danneggiare ulteriormente l’organizzazione criminale. È interessante però proseguire la lettura del documento perché l’estensore si pone una domanda lecita e cioè per quale motivo l’attentato avvenne in Sicilia, con modalità più complesse e rischiose, invece che a Roma dove il giudice si muoveva con maggiore disinvoltura. Quindi si trattava solo di mostrare che la mafia controllava ancora il territorio o si era lanciato il guanto di sfida allo Stato?

Tutto si chiarì proprio nel 2013 quando la procura di Caltanissetta retta dal Procuratore Sergio Lari, archiviando definitivamente l’inchiesta su possibili mandanti occulti, stabilì che «con la strategia stragista, che è frutto di un progetto unitario, Cosa Nostra volle sfidare lo Stato per costringerlo a scendere a patti. Si inaugurò dunque un’ottica diversa di attacco alle istituzioni e si crearono le condizioni per potersi poi sedere al tavolo di una trattativa» [3]. Le parole pronunciate dal Procuratore non lasciano dubbi ad interpretazioni semantiche e sono dirompenti come macigni perché certificano, oltre ogni possibile immaginazione, che l’attentato aprì la porta principale alla trattativa fra esponenti della mafia e lo Stato. La capacità di costringere le Istituzioni a scendere a patti con la malavita organizzata, fino allora ritenuta impossibile, stava inesorabilmente prendendo forma anche a fronte di quella che potremmo definire una mutazione genetica della mafia che come ha osservato Vito Lo Monaco, Presidente emerito del centro studi “Pio La Torre”: «La mafia si è trasformata da classe servente a classe dirigente» [4].

E proprio dalla consapevolezza di aver raggiunto un grado di pericolosità difficilmente ostacolabile dalle Istituzioni, che la mafia organizza l’attentato del 19 luglio 1992 nel quale troverà la morte il magistrato Borsellino e gli uomini della sua scorta. Sulle finalità di questo attentato, lasciamoci guidare ancora dal documento ufficiale redatto in sede parlamentare, che recepisce le sentenze della Corte di Assise di Caltanissetta del 13 febbraio 1999 e della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta del 18 marzo 2002, nel quale si legge: «Il movente della strage e la sua riconducibilità a “cosa nostra” venivano spiegati [dalle Corti, ndr] su due direttrici fondamentali tra loro collegate: la vendetta nei confronti di uno dei magistrati più impegnati nella lotta al fenomeno mafioso; la prevenzione rispetto alle indagini che Paolo Borsellino aveva in corso o poteva intraprendere anche in ordine alla morte del suo più caro amico Giovanni Falcone» [5].

Risalta evidente come nelle sentenze citate non venga mai fatto cenno alla possibile esistenza di una “trattativa” – e di conseguenza ad un suo insoddisfacente esito come causa scatenante l’attentato – limitandosi quelle a focalizzare il movente solo sulla vendetta e ad una probabile attività investigativa del magistrato. Sinceramente, poco credibile una simile impostazione che, tra l’altro, tralascia di approfondire un punto non certo marginale: perché Riina ha impresso una anomala accelerazione all’attentato, comunque già deliberato dalla “commissione mafiosa”, imponendone l’esecuzione appena due mesi dopo quello contro Falcone? Nel merito non ci sono risposte, ma è noto a tutti come le indagini seguirono la pista suggerita da Vincenzo Scarantino, tra l’altro neanche appartenente a “Cosa nostra”, che si auto accusò di aver partecipato all’attentato di Via D’Amelio per poi pentirsi confessando di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile di Palermo, a confessare il falso. Solo nel 2007 il pentito Gaspare Spatuzza, questo sì mafioso, confessò di essere l’autore del furto della Fiat “126” usata per l’attentato, smascherando di fatto il falso pentito Scarantino.

Ebbene, i risultati ottenuti nel corso di tre processi (c.d. Via D’Amelio bis, ter e quater), hanno permesso alla Corte di Assise di Caltanissetta nell’aprile del 2018 di definire «il depistaggio della strage di via Mariano D’Amelio come uno dei più gravi della storia giudiziaria italiana. La pronuncia di condanna è stata confermata il 19 novembre 2019… e sono stati accusati di aver contribuito al depistaggio anche appartenenti alle forze dell’ordine e il relativo processo è in fase di celebrazione» [6].

Questa matassa aggrovigliata ma solo in apparenza, dimostra ancora una volta come la mafia non possa essere relegata nella categoria del semplice malaffare, dove magistrati e forze dell’ordine si impegnano per sgominarla, riducendo il tutto ad una riedizione di “Guardia e ladro”, bensì deve essere considerata come un fenomeno dalla forza destabilizzante perfino il sistema democratico, proprio per la capacità di attrarre nella sua orbita pezzi di Istituzioni infedeli.

Problema di scottante attualità già affrontato nel 1980 dal filosofo Norberto Bobbio quando in un suo articolo analizzava il sorgere e l’attivazione di forme di potere occulto,  fissandone il perimetro entro il quale si muove quello che il pensatore definisce “cripto governo”: «l’insieme delle azioni compiute da forze politiche eversive che agiscono nell’ombra in collegamento coi servizi segreti, o con una parte di essi, o perlomeno da questi non ostacolati» [7].

Ai nostri giorni sembra quasi che a riprendere il pensiero di Bobbio e riannodare il nastro che lega il biennio stragista fino alla latitanza di Matteo Messina Denaro, sia solo il consigliere togato del CSM Nino Di Matteo il quale continua ad ammonire a non credere che Falcone e Borsellino siano stati uccisi soltanto per vendetta, il che porterebbe all’archiviazione definitiva di quelle indagini  e di quei processi – ancora in corso – sulla trattativa Stato-mafia e sui probabili mandanti occulti delle stragi. Ma, cosa ancora più pericolosa, si insinuerebbe l’idea che possa essere giunto il momento di smantellare l’intera struttura dell’antimafia vista ancora da molti la strada più breve per fare carriera, come inopinatamente profetizzò – per poi ricredersi – anche Leonardo Sciascia in un articolo del gennaio 1987 quando parlò di “Professionisti dell’antimafia”, visti quasi come uno strumento nella disponibilità di una fazione per poi concludere: «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più, in Sicilia, per fare carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso»[8].

Ecco perché oggi assumono un’importanza capitale le strategie messe in campo dal governo in materia di lotta alla mafia, e le inopportune quanto velleitarie prese di posizioni del ministro della Giustizia Nordio sulla necessità di limitare le intercettazioni nonché sul divieto ai giornalisti di pubblicarle, non fanno altro che rinfocolare il conflitto fra politica e magistratura che certamente non aiuta il cammino della democrazia, che sembra invece essere sospinta sempre più velocemente verso un passato oscurantista.

Stefano Ferrarese

[1]Davide Mattiello, https://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/93500-con-l-arresto-di-messina-denaro-c-e-chi-tifa-per-il-disarmo-dell-antimafia-ma-la-sfida-e-apertissima.html, 19 gennaio 2023
[2]XVI Legislatura, https://documenti.camera.it/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/016t01_RS/00000022.pdf, pag. 339
[3] https://gds.it/articoli/cronaca/2013/04/16/strage-di-capaci-lari-fatta-luce-sulla-fase-esecutiva–254731-394fb8ce-6b19-4aca-ac3d-758744dc596a/, 16 aprile 2013
[4] Gioacchino Amato, https://palermo.repubblica.it/cronaca/2023/01/21/news/lo_monaco_intervista_mafia_palermo_pio_la_torre-384479636/?ref=drla-1 , 21 gennaio 2023
[5] XVI Legislatura, ibidem pp. 340-341
[6] Luca Tescaroli, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Firenze “Le verità accertate sulle stragi di Capaci e di via Mariano D’Amelio” https://www.questionegiustizia.it/data/doc/2954/162635471658672.pdf, nota 22, pag. 6
[7] Norberto Bobbio “La democrazia e il potere invisibile”,1980 su https://www.centroimpastato.com/umberto-santino-la-strage-di-portella-la-democrazia-bloccata-e-il-doppio-stato/, 3 marzo 2015
[8] Leonardo Sciascia “I professionisti dell’antimafia”, Corriere della Sera, 10 gennaio 1987 https://www.archivioantimafia.org/sciascia.php, 20 gennaio 2023

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