Lo sviluppo insostenibile: amianto, deforestazione e inquinamento atmosferico

africa egitto il cairo
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Nonostante sia cresciuta a dismisura l’attenzione e la lotta per la difesa dell’ambiente sono ancora innumerevoli le attività che distruggono vite, animali e vegetali. E spesso è la logica del profitto a governare questi comportamenti disastrosi. E quando non è il profitto, è l’incapacità di stimare il valore del capitale ambientale a non chiudere attività che impattano enormemente sull’eco-sistema.

Partiamo dall’Italia e dalla terribile fibra cancerogena: l’amianto. Questa sostanza e il suo smaltimento sono ancora un devastante problema a 26 anni dall’essere stato dichiarato fuorilegge. Il dossier Legambiente pubblicato nella Giornata delle vittime dell’amianto ci dice che gli edifici dove risulta ancora presente sono 370.000, divisi tra i 50.744 di edilizia pubblica, 214.469 di quella privata e 20.269 all’interno di siti industriali. Quello che più spaventa sono i circa 58 milioni di mq. di coperture.
I dati sanitari (Inail) sono un vero bollettino di guerra: in Italia tra il 1993 e il 2012 i casi di mesotelioma maligno sono stati 21.463 con oltre 6.000 morti l’anno. Le prime tre regioni sono la Lombardia (4.215 casi), Piemonte (3.560) e Liguria (2.314).
Nonostante la conoscenza dei dati i ritardi nei Piani regionali amianto restano pesanti come rivela lo studio di Legambiente: censimento, mappatura e bonifica non sono state, in nessun caso 26 anni dopo, completate al 100%.
Quando poi si parla di smaltimento la situazione è ancora peggiore: al momento le amministrazioni regionali che hanno almeno un impianto adatto sono 8 ma solo Sardegna, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Basilicata ce ne sono più di due. In Germania vengono esportate 145.000 tonnellate di amianto perché non abbiamo la capienza necessaria.
L’incuria, l’inettitudine e a volte la mala fede costano ai cittadini e alle casse dello Stato sacrifici immani. Bisogna far presto, non c’è più tempo.

Veniamo alla Nuova Guinea ed in particolare alle sue foreste che vengono rase al suolo per far posto alle piantagioni intensive di palma da olio. Richard George, responsabile della Campagna foreste per Greenpeace Uk. Si è chiesto come mai due società controllate dalla Hsa, Arma Group e Pacific Oils & Fats, abbiano fornito olio di palma a Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever, visto che «da oltre un decennio i grandi marchi parlano di olio di palma sostenibile e aziende come Unilever e Nestlé affermano di essere leader del settore. Cosa dovrebbero pensare i loro clienti? Cosa servirà per convincerli ad agire?». Infatti immagini aeree dimostrano una enorme deforestazione dei terreni in licenza dal governo indonesiano per le società.
L’Indonesia, tra gli anni 90’ e il 2015 ha visto distruggere quasi 24 milioni di ettari (avete letto bene) di foresta tropicale e la produzione dell’olio di palma è uno dei motivi principali.

Vogliamo ora ricordare che al di là di tante chiacchiere e impegni presi, francamente su obbiettivi sempre minimali come a Parigi, nel mondo 9 persone su 10 respirano aria inquinata e questo avviene soprattutto nei paesi meno sviluppati, in Africa e Asia soprattutto. Ad esempio in molte città europee e nordamericane i livelli di inquinamento sono calati, in quelle dei paesi poveri del sud dell’Asia sono aumentati del 70%.
Nei paesi poveri mangiare e riscaldare significa bruciare carbone, legna o anche letame rendendo irrespirabile l’aria e causando malattie anche gravi.
Ogni anno l’inquinamento atmosferico provoca la morte di 7 milioni di individui e d questi 91mila sono in Italia.
Le città più inquinate sono Nuova Delhi e Il Cairo dove i livelli delle sostanze inquinanti sono dieci volte superiori a quelli ritenuti accettabili dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) da cui provengono i dati.
Pasquale Esposito

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