Locke. Il richiamo del proprio vissuto interiore.

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Road movie claustrofobico e dai toni cupi, Locke è un film interamente girato nell’abitacolo di un’auto – una berlina superaccessoriata che rivela fin dalle prime battute l’agiatezza della condizione sociale raggiunta dal protagonista. Ciò non impedisce alla vicenda narrata di avere ritmi serrati, dialoghi intensi e di coinvolgere per tutti gli 85 minuti della sua durata.

Locke

Ivan Locke è un capocantiere che, alla vigilia di una storica colata di cemento (la più grande mai realizzata in Europa), abbandona improvvisamente tutto e si dirige verso Londra. Lascia così aperte una serie di questioni (lavorative anzitutto, ma anche private – legate, quest’ultime, al rapporto con la moglie Katrina) che cerca di risolvere per telefono e che affronta dimostrando estrema fermezza, grande determinazione e, soprattutto, rigido autocontrollo.
In questo, l’interpretazione di Tom Hardy (unico attore presente sullo schermo – le altre parti sono solamente vocali) è assolutamente impeccabile. Così come lo è quando, nelle sequenze finali, comincia ad emergere qualche crepa nella granitica fermezza del protagonista che non è difficile accostare idealmente a quanto richiamato dallo stesso Ivan Locke in un suo colloquio telefonico con Donal, il suo vice: le crepe che, in un palazzo, si formerebbero utilizzando una miscela di calcestruzzo sbagliata e porterebbero inevitabilmente ad un crollo dell’intero edificio.

Locke

L’edificio qui è quello costruito con coraggio e perseveranza negli anni dallo stesso Ivan, quello cioè della sua stessa vita: la famiglia, i figli, la fiducia conquistata sul lavoro. E le crepe sono quelle insinuate dal suo subconscio che poco alla volta viene a galla.
Il bisogno di controllo assoluto, il senso di affidabilità che da dieci anni (nove, viene chiarito in una telefonata con Gareth, il suo diretto superiore) accompagna l’immagine di Ivan è a sua volta un portato dell’esperienza traumatica del suo abbandono, quando questi non era che un bambino, da parte del padre. Ed è proprio questa ferita mai del tutto rimarginata che riprende a sanguinare quando Ivan si trova di fronte ad un bivio: portare a conclusione il proprio lavoro assumendo ancora una volta la direzione del cantiere o lasciare che un altro bambino, come era accaduto a lui molti anni prima, si ritrovi senza un padre.
La scelta è obbligata. Ivan non può che seguire la propria strada (intesa qui anche come direzione da prendere con la propria auto): il viaggio in macchina verso l’ospedale ove sta per venire alla luce un bimbo (suo figlio illegittimo) non è altro, allora, che un viaggio a ritroso verso nodi mai completamente sciolti della propria infanzia, verso il trauma dell’abbandono da parte del padre che lo ha reso l’uomo che è ora. È  la storia che si ripete, la catena che lui è costretto a spezzare: Ivan ha “lavato” il nome dei Locke, è riuscito a purificarne il sangue; non può ora permettere che tutto torni come prima, che la maledizione della fuga, l’onta del tradimento torni ad abbattersi su di lui.
Ma lasciare partorire la donna quarantatreenne che sta dando alla luce suo figlio senza nessuno accanto avrebbe significato, d’altra parte, anche abbandonarla alla propria solitudine, quella stessa solitudine che lui stesso aveva vissuto quando era stato a sua volta abbandonato dal padre. E ciò avrebbe a sua volta significato diventare la stessa persona che lui aveva così visceralmente odiato, trasformarsi in quel padre che lo aveva lasciato solo da bambino ed era ritornato sui propri passi quando Ivan era ormai ventitreenne.

Il film scava con pochi ma decisi tratti sempre più a fondo dentro la psiche del protagonista facendone venire a galla incubi, ossessioni, rimozioni. Gli accostamenti, le associazioni di idee (a volte un po’ scontate, forse, ma efficaci), la messa in scena all’interno di un abitacolo che evoca il senso di chiusura e costrizione del protagonista e gli esterni girati in notturno che conferiscono cupezza al film: tutto contribuisce a far funzionare la storia ed a dare credibilità e robustezza al film.
La stessa radice del cognome di Ivan – Locke – evoca peraltro proprio chiusura e rigidità (lock in inglese significa lucchetto, serratura; e locked vuol dire chiuso, serrato). Ed il cemento appare quanto di più appropriato per evocare l’idea di un bisogno di coagulazione, di raccolta attorno ad un nucleo forte; soprattutto quando non si trova altro modo per tenere insieme i pezzi della propria personalità, andata in frantumi in un tempo in cui si era ancora troppo deboli per impedirlo, troppo fragili per difendersi.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Locke – Genere: Drammatico/Thriller – Origine/Anno: GB, USA/2013 – Regia:  Steven Knight – Sceneggiatura: Steven Knight – Interpreti: Tom Hardy, Ruth Wilson, Andrew Scott, Ben Daniels, Olivia Colman, Tom Holland, Bill Milner, Alice Lowe, Danny Webb, Lee Ross, Silas Carson – Montaggio: Justine Wright – Fotografia: Haris Zambarloukos – Costumi: Nigel Egerton – Musica: Dickon Hinchliffe

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