L’opera al rosso: Zarathustra e l’approdo della dimensione del sé

Friedrich Nietzsche
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Per concludere l’analisi dell’opus con l’opera al rosso, dopo che Zarathustra ha condotto tutti i personaggi incontrati alla sua caverna – la sua coscienza – è stato rintracciato un momento fondamentale per delimitare il suo inizio:

Come? non divenne forse perfetto il mondo, in questo momento? Rotondo e maturo? Oh, l’anello aureo e rotondo, dove fuggì? Io l’inseguo! […] (Ma di nuovo s’addormentava, e l’anima sua resisteva e si difendeva; e si pose contro di lui): – «Lasciami dunque! Silenzio! Non è adesso il mondo perfetto? Oh, la palla aurea e rotonda» [1] .

Il nostro personaggio, dopo essersi coricato sotto un albero, si ritrova a dialogare con la sua anima che, secondo Jung, è il sottofondo femminile dell’inconscio – l’eterno femminino [2] – il quale gli parla e gli mostra figure rotonde come ad esempio il mondo, l’anello e la palla aurea. Le figure circolari, anche dette mandala, stanno a rappresentare il centro psichico del , ovvero la totalità psichica raggiunta in quel momento, soprattutto quando tali figure le si vedono nei sogni [3]. A seguito di questo incontro, Zarathustra torna alla sua caverna e finalmente, sentendo i personaggi condotti alla caverna gridare, dichiara la sua opera di ricerca dell’oltreuomo conclusa, in quanto ciò che cercava è proprio lui stesso come composito, come uomo sintetizzante di tutte le sue componenti psichiche:

«E così parlò Zarathustra: “Voi disperati! Voi singolari! Fu dunque il vostro grido di aiuto che udii? Ora so pure dove si può cercare colui che invano oggi cercai: l’uomo superiore: – egli siede nella mia caverna, l’uomo superiore!» [4] .

E ancora, rivolgendosi a tutti i presenti egli dice:

«Voi, non siete che ponti: possano, i migliori di voi, passare dall’altra parte! Voi rappresentate gradini: non v’irritate dunque contro colui che vi sale per giungere alla sua altezza! […] Non voi io attesi su questa montagna; non con voi discenderò un’ultima volta tra gli uomini. […] Altri attendo qui sulla montagna, e non voglio, senza di essi, volgere i miei passi lungi da qui, – altri che saranno più grandi, più forti, più vittoriosi, uomini più giocondi, che sono dritti di corpo e d’anima: debbono venire, leoni ridenti!» [5].

Parafrasando questo breve discorso attenendoci al nostro tipo di interpretazione, la prima frase è riferita alle parti della personalità che vengono fatte passare nella vita cosciente e trasposte sul piano diurno e quotidiano, però – come è bene specificare – esse sono dei gradini indispensabili sui quali Zarathustra è dovuto salire per raggiungere la tua totalità psichica; l’immagine sarebbe valsa ugualmente se Zarathustra avesse parlato di loro come piccoli mattoncini che compongono la casa, il Sé.
Esse dunque, prendendo in analisi altri due brevi discorsi di Zarathustra, sono state liberate dallo spirito di gravità – da intendersi anche come il sentimento di colpa che accompagna la coscienza ogni qualvolta una di queste parti viene a scontrarsi con i dettami della morale, della società e della religione – recuperando così la loro innocenza:

«Questa giornata è una vittoria: e già dilegua, già fugge lo spirito di gravità, il mio vecchio nemico mortale! […] “Essi abboccano; la mia esca giova, anche tra di loro il nemico fugge, lo spirito di gravità. Già essi imparano a ridere di sé stessi» [6] .

E ancora, Zarathustra asserisce di volere il regno dell terra e non il regno dei cieli, proprio per accentuare l’indispensabilità di queste componenti della personalità nella vita quotidiana dell’uomo:

«Come trasaliva però di gioia e di cattiveria il cuor di ciascuno di voi, per essere divenuti pii come bambini, – per avere infine agito di nuovo come i bambini, per aver pregato, giunto le mani e detto “buon Dio”! Ma ora lasciate questa camera di bambini, la mia caverna, ove oggi convennero tutte le puerilità. Rinfrescate all’aperto la vostra impetuosità infantile, e il battito del vostro cuore! Certo, se non ridivenite simili ai fanciulli non entrerete in quel regno dei cieli. (E Zarathustra accennò verso l’alto). Ma noi non vogliamo affatto entrare nel regno dei cieli: noi siamo uomini – vogliamo perciò il regno de la terra”. E di nuovo Zarathustra cominciò a parlare. “O miei nuovi amici” diss’egli «uomini singolari, voi che siete gli uomini superiori, come mi piacete adesso – da che ridiveniste giocondi!» [7] .

Concludendo con l’opera al rosso si può dire che il suo culmine è lo stadio della rotatio [8], che, tentando di esprimere questo concetto con una metafora, la si può definire come un fuoco che accende e genera altri fuochi, in quanto all’interno della psiche che è giunta sino a questa fase si genera un impulso a donare, ad espandere e ad accendere quindi altri fuochi; il nostro Zarathustra infatti, esprime tutto questo con un’esortazione molto suggestiva:

«La vostra anima cerca insaziabile tesori e gioielli, perchè la vostra virtù è insaziabile nel voler donare. Voi costringete tutte le cose a venire a voi ed in voi, affinchè dalla vostra sorgente scaturiscano come doni del vostro amore. […] E noi sospettiamo la degenerazione dove manca l’anima che dona» [9].

I concetti fondamentali della psicologia alchemica espressi da Nietzsche

Dopo aver descritto il percorso psicologico-alchemico compiuto da Zarathustra, rimangono ora – a modo di conclusione – da chiarire alcuni concetti fondamentali che egli stesso esprime, e che nello stesso tempo rimandano ad alcune teorie junghiane sul soggetto psiche, il quale è anche la materia, l’elemento che deve essere lavorato e trasformato mediante l’opus.
Tra questi concetti cardine vi è quello della nascita della coscienza a partire dall’inconscio, che Jung riassume attraverso la metafora del grande oceano – l’inconscio – dal quale emerge una piccola isoletta – la coscienza – la quale ovviamente, seppure si innalza, non si separa mai dalle acque sottostanti in quanto la psiche conscia ed inconscia restano sempre comunicanti tra di loro, ad esempio – come abbiamo visto nel dialogo di Zarathustra con la sua anima – nelle esperienze oniriche [10]; infatti, è in questo modo che si può interpretare l’espressione del nostro personaggio:

«Donde sorsero i più alti monti? Mi chiesi una volta. E seppi poi che sorsero dal mare. Ciò testimoniano le loro rocce e le pareti delle loro vette. È dal più profondo che il più alto deve raggiungere la sua sommità» [11].

E sempre in riguardo a questo argomento Jung parla anche della famosa “coscienza di gruppo”, sostenendo che, essendo essa un prodotto postumo della psiche inconscia, non ha avuto da subito una vita individuale, ma questa ha avuto il suo sviluppo proprio da quella del gruppo, ad esempio quella dell’uomo primitivo all’interno del suo clan [12], e Nietzsche esprime – più o meno, riferendosi alla mentalità del “gregge” – la stessa teoria attraverso Zarathustra: «Più antico è l’amore del gregge che l’amore del proprio Io: e sin tanto che la buona coscienza si chiamerà gregge, soltanto la coscienza cattiva dirà: Io» [13].
In fine, l’ultimo concetto di cui bisogna parlare è quello del , descritto da Jung come una dimensione sovraindividuale ottenuta mediante la perfetta integrazione tra coscienza ed inconscio, tra il soggetto singolo e le parti di personalità rimaste in ombra nel suo profondo; questo viene anche descritto come un maestro interiore in quanto, essendo portatore di contenuti universali ed oggettivi – espressi ovviamente con il linguaggio naturale dei simboli, gli archetipi, e non con i concetti di razionalità umani tipici della coscienza [14] – è in grado di indirizzare l’uomo nelle proprie scelte, manifestandosi con un sentire quasi sovrannaturale e religioso [15] ; non a caso infatti Sant’Agostino parlò del famoso “Cristo interiore”, e Nietzsche stesso – come abbiamo visto all’inizio – descrive la scrittura di questo libro come una sorta di esperienza estatica, e per mezzo di Zarathustra si esprime anche in riguardo a questo concetto facendo riferimento al corpo come la dimensione fondamentale del , per accentuare il fatto che essa è possibile unicamente nell’interiorità dell’uomo, sia fisica che spirituale:
«Dietro i tuoi pensieri ed i tuoi sentimenti, o fratello, vi è un maestro più potente, un saggio sconosciuto – che si chiama sè. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo» [16].

Aurora Diodato

Note
[1] Ivi, p. 417-418.
[2] C. G. JUNG, Realtà dell’anima, I Grandi Pensatori 111, Bollati Boringhieri, Torino 20154, p. 84. / Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 34-36, 46.
[3]Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 81-85.
[4] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 421.
[5] Ivi, p. 426.
[6] Ivi, p. 476.
[7] Ivi, p. 474-475.
[8] Cfr. J. HILLMAN, Psicologia alchemica, p. 238, 248.
[9]F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 130.
[10] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 86.
[11] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 240-242.
[12] C. G. JUNG, Realtà dell’anima, I Grandi Pensatori 111, Bollati Boringhieri, Torino 20154, p. 34.
[13] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 105.
[14] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, p. 144-145.
[15] Cfr. C.G. JUNG, Psicologia e religione, 84-85.
[16] F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, p. 67.

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